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ARTICOLI

ARCHIVIO 2002-2010

Rassegna stampa di pubblicazioni dedicate alla Mongolia dalla stampa italiana e internazionale. Vedi anche sezione DOSSIER

 



Da aprile 2014 la rubrica ARTICOLI è trasferita nello spazio NEWS


25 aprile 2014
La Mongolia di Irene Cabiati in un articolo sulla Stampa

Irene Cabiati, autrice del bel libro "Mongolia in viaggio" (Alpine Studio) raccomta "il calore dei sorrisi e il freddo esistenziale" di questo Paese nell'articolo per La Stampa Viaggi. "La Mongolia - scrive - sta diventando una delle mete preferite dai viaggiatori: l’attrazione è il suo paesaggio, il carattere gentile della sua gente, la peculiarità delle sue tradizioni legate al nomadismo. Il Paese sta attraversando un momento interessante da quando ha deciso di sfruttare il vasto patrimonio minerario che intende difendere a denti stretti dall’assalto delle multinazionali. Ma la rivoluzione che sta già cambiando il suo assetto socio economico è già in atto con le inevitabili contraddizioni e in molti sperano che la modernizzazione non travolga l’aspetto più interessante e più prezioso di questa nazione incastonata fra la Russia e la Cina: la sua tradizione saldamente ancorata ad antichi saperi che si sono tramandati nei secoli e che talvolta commuovono il turista ignaro: il rispetto per la natura e per gli avi, il culto religioso spesso integrato con i riti sciamanici, il fiero legame con la terra di appartenenza". Irene Cabiati segnala tre libri in particolari per approfondire la conoscenza di questo Paese: "Fra i libri da leggere per conoscerlo meglio sicuramente il più documentato è “L’ultimo paradiso dei nomadi guerrieri” ( è da poco uscita la terza edizione) di Federico Pistone. Gli itinerari sono ricchi di spunti culturali e storici e sono un validissimo supporto per il viaggiatore che vuole avvicinarsi il più possibile ai luoghi e alle circostanze della sua esplorazione. Il contributo di questa guida è stato fondamentale sia come compagna di viaggio, quando ho visitato la Mongolia, sia come ispiratore quando ho scritto il mio reportage “Mongolia in viaggio” dedicato al momento di transizione della società mongola dal nomadismo alla modernizzazione. Un’altra lettura interessante è “Gobi, il deserto dentro di me” di Reinhold Messner. L’autore, celebre per le sue imprese estreme, a 60 anni ha percorso il deserto in completa autonomia e l’ha definita “un’ultima passeggiata fra la vita e la morte”. Infine Irene Cabiati segnala "Il Grande Khan": "Non è stata la solitudine la compagna di viaggio di tre giovani, il Team Barbera (Federico Mosso, Alberto Pagan ed Emanuele De Bonis) che sono partiti da Torino alla volta di Ulan Bator a bordo di una piccola autoambulanza PiaggioPorter soprannominata Ninonino in occasione del raduno automobilistico non competitivo, “Mongol Rally-fight to make world less boring”.


Marzo 2014
"Appuntamento al freddo" su Internazionale
con le foto dalla Mongolia di Chiara Gioia

Il nuovo numero del settimanale Internazionale dedica 6 pagine di Portfolio alla Mongolia. Il reportage, intitolato "Appuntamento al freddo", è di Chiara Gioia, che ha fermato alcuni spettacolari momenti del festival del ghiaccio sulla superficie del lago Hovsgol, al nord del Paese. Un servizio gelido e suggestivo per una celebrazione tra sacro e profano, tutto tassativamente sottozero. "Migliaia di abitanti della zona e pastori nomadi - si legge nell'introduzione - si radunano per partecipare a giochi all'aperto e per assistere alle esibizioni di sciamani e musicisti". Nella foto, il frontespizio del servizio di Internazionale.


Dicembre 2013
In Mongolia è rispuntato un lago
Ecco i segreti del miracolo

Il manifesto del 19 dicembre riporta un articolo di importanza straordinaria, non solo per la Mongolia. Nella desertica provincia mongola di Bulgan è spuntato un lago. Non è una magia ma una vera e propria "rivoluzione policolturale", come viene titolato il servizio di Daniele Balicco. "Nel 2013 a Elsen Tasarhai - si legge - è ricomparso un lago. I giovani di questo piccolo centro del Bulgan, nel cuore della Mongolia, a fatica riuscivano a credere alle descrizioni degli anziani. Proprio lì dove per decenni hanno visto solo sterpaglia, sabbia, rocce e arida terra bianca, sarebbe esistito, in passato, un lago grande. Nella scorsa primavera il lago è riapparso. E intorno al lago una vasta area verde di piante e arbusti selvatici. Per la prima volta in molti decenni il deserto si è ritirato. Ma come è possibile che un’arida distesa di terra bianca si sia trasformata in pochi anni in uno spazio verde e acquitrinoso? In Mongolia oltre il 70% del territorio nazionale è ricoperto da aree desertiche e semidesertiche che, negli ultimi decenni, non hanno mai smesso di avanzare, anche a causa del nuovo boom delle estrazioni minerarie". Così scopriamo che c'è un po' di Italia in questo apparente miracolo: "Nel 2007 il professor Baataryn Chadraa (allora presidente dell’Accademia delle Scienze di Mongolia), dopo aver sperimentato diversi progetti di riforestazione per arginare l’avanzata del deserto del Gobi, decide di testare il metodo della Policoltura MA-PI, un modello di agricoltura proposto sin dal 1970 dal professor Mario Pianesi - ideatore, fondatore e presidente dell’associazione internazionale UnPunto Macrobiotico (Upm). Lo scopo della Policoltura è quello di riportare, quanto più possibile, l’interazione fra uomo e habitat verso una condizione di equilibrio. Alla base di questo metodo stanno tre scelte precise: la riproduzione spontanea dei semi (dedicandovi almeno un 10% dei terreni coltivati), il recupero di varietà antiche e autoctone di cereali, ortaggi e legumi (coltivate consociate a rotazione naturale, senza prodotti chimici di sintesi) e infine la piantumazione, nei terreni coltivati, di siepi e alberi da frutto in file a rete, con distanze di 5/10 metri, a seconda dell’esposizione al sole, dell’umidità e del pH del terreno. Quest’ultimo accorgimento è particolarmente importante perché ogni albero attira e trattiene umidità, veicola le diverse correnti acquatiche (sotterranee e aeree), facendo così abbassare, negli anni, la temperatura dell’aria e del terreno attorno a sé".


Dicembre 2013
Io Donna: la Mongolia come il nuovo Klondike

Lo definisce "il nuovo Klondike" Paolo Salom sul nuovo numero di Io Donna del Corriere della Sera. Il riferimento è alla Mongolia, alle sue risorse auree e alla disperazione dei cosiddetti "minatori ninja" che cercano di raggranellare clandestinamente qualche pagliuzza d'oro per sopravvivere. "Mongolia, qui si scava a mani nude in cerca dell'oro" è il titolo dell'articolo: Nemmeno il gelo di un inverno spietato che trasforma le praterie in distese di ghiaccio riesce a fermare i “minatori ninja” della Mongolia. Ci vuole ben altro: nelle vene di questi instancabili avventurieri scorre il sangue di Gengis Khan, l’uomo- leggenda, il Padre di una nazione fiera che, nel passato, ha soggiogato quasi tutto il mondo conosciuto. 
Oggi i suoi eredi vivono in un Paese sterminato (grande cinque volte l’Italia) che si è scoperto un Eldorado delle risorse naturali. Così, mentre le più grandi compagnie del mondo fanno a gara per ottenere licenze di estrazione dal governo di Ulan Bator, i ninja sfidano le autorità e scavano miniere “private”sui resti di grandi giacimenti abbandonati o in mezzo alla steppa, solo perché si è diffusa la voce che nelle viscere dell’oceano verde che ricopre il Paese asiatico ci sono oro, rame o qualche altro prezioso minerale. «Spostiamo tonnellate di roccia ogni giorno, ci spacchiamo le mani, la tosse non ci abbandona un attimo» ha raccontato Chinzoring un minatore di 60 anni, al documentarista David Rengel. «Ma alla fine ci riempiamo le tasche d’oro. E l’oro cura ogni malattia». 
Anche il freddo insopportabile che in queste zone del mondo raggiunge medie di 25 gradi sotto zeroa gennaio. O il caldo afoso che durante la breve estate trasforma le distese d’erba in polvere che riempie occhi e narici. Ci sono 1.083 miniere nel Paese. Di queste soltanto 419 sono legali. Ma migliaia sfuggono a un censimento per forza di cose approssimativo. È sufficiente che una famiglia si allontani dalle strade battute per provare la fortuna nella vastità silenziosa - un tempo attraversata dalle orde che andavano a conquistare Paesi lontani - e sfidare condizioni proibitive: presto di loro si perderà ogni traccia. Per mesi l’orizzonte è il fondo di un’oscura galleria, o la base di un pozzo precario dove raschiare la roccia diciotto ore ogni giorno, tutti i giorni. 
Il guadagno che ne possono trarre supera qualunque altra attività “tradizionale”, come la pastorizia, ormai in forte declino in tutta la Mongolia: fino all’equivalente di 500 euro al mese, una piccola fortuna (gran parte della quale sarà però spesa in alcolici). Secondo il governo, negli ultimi anni sono centomila i mongoli che hanno scelto di diventare minatori ninja. Ma questa cifra potrebbe essere tre volte più grande. Considerato che l’intera popolazione supera di poco i tre milioni, è come dire che dieci su cento lavorano sotto terra". Nella foto (di Chiara Hioia) una donna ninja in cerca d'oro.


Dicembre 2013
La Mongolia gelida e finta sulla rivista Traveller

Mongolia protagonista un po' laccata e finta nel numero invernale della rivista Traveller Condé Nast, con un servizio sugli Uomini renna e sui cacciatori con le aquile dell'Altai. Il richiamo è subito in copertina con un bambino imbacuccato a dorso di una renna, che sembra in posa anche lei per il fotografo Jimmy Nelson. Foto perfette ma senza anima, molto glamour come è nello stile del magazine, che non restituiscono alcuna emozione e, soprattutto, nessuna veridicità. Vedere gli Tsaatan o i Kazaki impeccabilmente acconciati nei loro preziosi abiti in pelliccia di lupo fa quasi sorridere e fa pensare anche a degli attori, più che ai veri abitanti della taiga o dei monti Altai. I "veri" Uomini renna vivono in modo molto più modesto e intimo, qui sembrano invece dei modelli catapultati negli scenari nevosi dei monti Sayan, al confine della Siberia. E nemmeno ci aiuta il testo, di Marina Lanza, ridotto a poche righe didascaliche che ci ricordano che "Lo Tsaatan o 'popolo delle renne', conta 44 famiglie ed è la comunità più piccola del territorio" e che i Kazaki "sono pastori seminomadi, specializzati nella caccia a cavallo con l'aquila". L'unica emozione è la citazione dello scrittore Galsan Tschinag: "All'anno della vacca seguì l'anno della tigre. La gente non lo diceva, ma aveva paura. Però cercava di rassicurasri: sarebbe stata una tigre bianca. E la tigre bianca arrivò, silenziosa, sulle sue zampe di velluto". Nella foto, uno dei "modelli" di Jimmy Nelson.


Ottobre 2013
Le proteste dell'oro in Kirgisistan e Mongolia

di Paolo Sorbello dal sito "lindro.it"
Le multinazionali che si occupano di miniere aurifere invitate negli anni scorsi in Mongolia e Kyrgyzstan hanno subito spesso attacchi e proteste da parte dei lavoratori e della popolazione. Tuttavia, questo sembra essere un campo di battaglia per gli scontri di politica interna, tra leadership contese e identità da definire, nella transizione post-sovietica. La Mongolia, sebbene formalmente al di fuori dell’URSS, può essere considerato anch’esso un Paese dell’ex-blocco comunista. Le ultime elezioni che hanno portato alla conferma di Tsakhiagiin Elbegdorj alla presidenza, marcano una differenza sostanziale tra Ulan-Bataar e il ‘lontano-vicino’ Kyrgyzstan, dove i cambiamenti politici si susseguono senza pace. La calma portata dall’elezione di Almazbek Atambayev è solo apparente. Siamo giunti alla fine di un’estate tormentata nel settore minerario di entrambi i Paesi. Questi, sono accomunati da sorprendenti similitudini e grandi differenze. Entrambi basano la propria crescita macroeconomica sui proventi che ricevono dalle compagnie straniere che sfruttano le loro risorse minerarie, soprattutto oro, rame e terre rare. Sia in Mongolia, sia in Kyrgyzstan i giacimenti minerari si trovano al sud, lontano dai centri di potere. La Mongolia si estende su un’area otto volte più estesa rispetto al Kyrgyzstan, che tuttavia ospita più del doppio degli abitanti. La bassa densità della popolazione in entrambi i Paesi è dovuta all’ostica orografia e ai climi estremi. Un’ultima similitudine è rappresentata dall’attitudine dei governi verso le multinazionali dell’oro che operano nelle montagne kyrgyze del Tien Shan e nel deserto del Gobi in Mongolia: entrambi i Governi hanno minacciato l’alt alle operazioni di estrazione aurifera onde cercare di rinegoziare i termini dei contratti che li legano alle multinazionali straniere. Rio Tinto è la seconda più grande compagnia nel settore minerario al mondo. Il bilancio della multinazionale anglo-australiana supera il PIL della Mongolia. Proprio lì, Rio Tinto ha deciso di investire nel 2006. Dopo un instancabile processo di esplorazione, il sito di Oyu Tolgoi è pronto per lo sviluppo e l’estrazione intensiva. Oyu Tolgoi significa ‘collina azzurra’ in lingua mongola, nome attribuito per il colore del rame che si ossida durante gli scavi. Nel 2020, se i piani di Rio Tinto saranno rispettati, 450 mila tonnellate di rame e 330 mila once di oro all’anno saranno estratti dal sito mongolo, che entrerebbe tra i primi tre depositi di rame e oro al mondo. Il condizionale è d’obbligo in questo caso, visto che il nuovo Amministratore Delegato Craig Kinnell deve confrontarsi con l’ostilità del Governo mongolo nell’approvare il nuovo piano di investimenti. Rio Tinto ha già investito 7 miliardi di dollari, due in più del previsto, ma il nuovo programma da 5 miliardi per finanziare l’espansione del giacimento è in stallo dallo scorso agosto. Senza questa espansione, Rio Tinto non crede che sia possibile arrivare al picco della produzione, che permetterà alla multinazionale di coprire i costi iniziali e cominciare a raccogliere i guadagni. Il Governo possiede un terzo del giacimento di Oyu Tolgoi, dal quale saranno licenziati circa 1.700 lavoratori, su un totale di 13 mila, per decisione di Rio Tinto. Quando e se la produzione sarà a regime, un terzo del PIL mongolo sarà rappresentato proprio da Oyu Tolgoi. Per un Paese che è cresciuto con una media del 12% annuo negli ultimi due anni, il mantenimento di buoni livelli di sviluppo è chiave per la stabilità macroeconomica, visto che l’inflazione viaggia poco al di sotto delle due cifre. L’impatto sulla forza lavoro domestica è un deterrente importante nell’attività negoziale di Ulan Bataar. I lavoratori stipendiati dal progetto sono solo una frazione del totale e sono anche quelli che pagano le tasse e sono protetti dai diritti previdenziali. Gli altri, i cosiddetti ‘minatori ninja’, lavorano in condizioni estreme, in nero, e vendono il proprio raccolto attraverso il contrabbando di oro e rame, soprattutto verso la Cina. Il Governo mongolo ha adottato sin dal 2009 alcuni decreti che impediscono lo sfruttamento di risorse minerarie in luoghi che minacciano l’ecosistema, causando la fuga immediata di capitali e multinazionali. Ancora nel 2013 si vedono gli effetti delle leggi ambientaliste, con gli investimenti diretti in calo del 47%. Da qui nasce la decisione di cambiare rotta e costruire un quadro legislativo più chiaro e affidabile per quanto riguarda tasse e royalties, senza più discriminare tra investitori locali e stranieri. Ma è difficile per la Mongolia, terra remota e poco accessibile, attrarre capitali dall’estero che non siano legati a doppio filo con le risorse minerarie. Se la legislazione sull’uso del sottosuolo era un modo per portare avanti una nuova agenda di politica estera, il piano è fallito. Un’altra delle caratteristiche comuni tra Mongolia e Kyrgyzstan, infatti, è la posizione geopolitica ‘tra due giganti’. La Mongolia ha adottato il concetto del ‘terzo vicino’, per cercare partner politici e commerciali al di fuori del duo Russia-Cina, ma non sembra esserci riuscita. Anche il Kyrgyzstan sta cedendo al tiro alla fune russo-cinese e sta sviluppando un nazionalismo militante che divide ancora di più il Paese. Nei giorni scorsi, il Parlamento di Bishkek ha inserito all’ordine del giorno la discussione della rinegoziazione del contratto per la miniera di oro di Kumtor con la multinazionale canadese Centerra. Le richieste di nazionalizzazione della miniera arrivano periodicamente e danno vita a scontri più o meno violenti, che rispecchiano gli equilibri politici precari nel Paese. Il Kyrgyzstan possiede poco meno di un terzo della miniera e i nazionalisti, anche in Parlamento, vogliono la nazionalizzazione, ovvero che la proporzione della partecipazione statale aumenti almeno fino ai due terzi. Da settembre, si parla della costituzione di una joint venture al 50% tra Governo e Centerra, per la quale Bishkek dovrebbe compensare la multinazionale canadese con 100 milioni di dollari. I proventi dall’estrazione di oro a Kumtor rappresentano il 12% dell’economia kyrgyza; quello minerario è l’unico settore che dà al Kyrgyzstan una risonanza internazionale. Il parlamentare Saidulla Nishanov ha dichiarato la scorsa settimana che «se il Kyrgyzstan seguirà la via tracciata dalla Mongolia nella spartizione delle risorse minerarie, riceverà circa 200 miliardi di som (4 miliardi di dollari, ndr)». Anche i parlamentari dei partiti della coalizione governativa scelgono dunque la linea della rinegoziazione coraggiosa dei termini con Centerra, chiedendo di ottenere per il Kyrgyzstan almeno il 50% della miniera. In ogni caso, il settore aurifero continuerà ad aumentare la propria importanza nella traballante economia kyrgyza: tra gennaio e agosto 2013, l’oro ha rappresentato circa un terzo delle esportazioni, ma la bilancia commerciale resta in negativo di 2 miliardi di dollari a causa della debolezza degli altri settori. Atambaev è decisamente contrario alla nazionalizzazione, principalmente perché questo significherebbe che l’onere degli investimenti sarebbe trasferito sulle spalle dello Stato, che non può permettersi altre spese. La scorsa estate, pur di risolvere il debito con il gigante russo Gazprom, il Governo di Bishkek ha deciso di vendere il proprio ente del gas ai russi per la cifra simbolica di un dollaro. Inoltre, le proteste sono permeate da una strana violenza: durante l’ultima dimostrazione, i manifestanti hanno preso in ostaggio l’inviato governativo Emil Kaptagaev e hanno versato benzina sull’auto dove era rinchiuso, senza per fortuna appiccare il fuoco. Lo scorso maggio, il Governo aveva dichiarato lo stato di emergenza dopo che le proteste a Kumtor avevano bloccato la produzione per giorni. Tuttavia, la gente comune nella capitale non vede queste proteste come genuine richieste di rispetto dell’ambiente o dei diritti dei lavoratori. Spesso, infatti, i ‘manifestanti’ sono pagati da una delle tre parti in gioco (Centerra, l’esecutivo nazionale e quelli locali) per fare da comparse in un gioco di potere che ha molto più in comune con la corsa all’oro nel Far West, che con le lotte di Greenpeace o con le battaglie dei lavoratori greci.


Settembre 2013
Calcio, l'Erchim si conferma campione di Mongolia

Marco Bagozzi ci racconta la stagione 2013 di calcio mongolo da www.statopotenza.eu
I campioni uscenti dell’FC Erchim ribadiscono la superiorità sulle avversarie e conquistano la diciassettesima edizione della Niislel League, la Lega della Capitale, il campionato mongolo di calcio. Rispetto all’anno scorso, il campionato mongolo ha perso una delle partecipanti, il Mazaalay, riducendo il numero delle squadre partecipanti ad appena sette. La squadra, legata all’agenzia che gestisce la quarta centrale termoelettrica di Ulaanbaatar, ha conquistato il settimo campionato, secondo consecutivo, guidando la classifica della stagione regolare e dominando gli avversari nei play-off validi per il titolo. I biancorossi hanno confermato la struttura della scorsa stagione con la panchina affidata a Dovdon Batnasan e in campo i confermatissimi stranieri Miloš Perišić ed Ernani Mauro oltre alle stelle di casa Bayasgalan Garidmagnai, Tserenjav Enkhjargal (il capitano della squadra) e Tsagaantsooj Enkhtur. Unico nuovo arrivato è il trentasettenne giramondo giapponese Ito Dan, che può vantare esperienze in Giappone (Vegalta Sendai) Singapore (Woodlands Wellington), in Australia (Westgate), in Vietnam (Saigon Port), ad Hong Kong (Kitchee, Tuen Mun Progoal), in Malesia (Sabah FA, Penang FA e DPMM FC), in Brunei (QAF FC), nelle Maldive (Club Valencia), a Macao (Windsor Arch Ka I), in India (Churchill Brothers S.C.), in Myanmar (Rakhapura United), in Nepal (Manang Marshyangdi Club), in Cambogia (Build Bright United) e nelle Filippine (Green Archers United). I campioni hanno dominato nella semifinale l’Ulaanbaatar University (2-0 e 4-0) e in finale hanno avuto la meglio del Khangarid ai calci di rigore dopo un pareggio a reti bianche. Protagonista dei rigori è stato il portiere Ariunbold Batsaikhan, faccia da guerriero mongolo, capace di parare due tentativi avversari. Miglior giocatore della stagione è stato nominato Ernani Mauro. Terzo è arrivato l’Ulaanbaatar FC capace di superare il Ulaanbaatar University per 3-1. L’UBFC si rialza dopo il deludente campionato dell’anno passato L’Erchim inoltre a maggio scorso è entrato nella storia del calcio asiatico, superando il primo turno della President Cup (una campionato continentale per squadre di nazioni calcisticamente emergenti), prima squadra mongola a riuscire nell’impresa. Nel girone eliminatorio ha superato l’Abahani Limited Dhaka (1-0), del Bangladesh, e il Taiwan Power Company (0-0), incappando in una sconfitta contro il Three Star Club (2-0), squadra campione del Nepal. Dal 23 settembre i mongoli torneranno in campo contro i turkmeni del Balkan e nuovamente contro i nepalesi del Three Star Club. Le avversarie sono più quotate, ma già arrivare a questo punto è stata un’impresa.


Agosto 2013
Commessa della Mongolia salva la Ferro alluminio

Non basta inventare, creare, produrre, brevettare, aver lavorato negli Stati Uniti, partecipato alla costruzione del primo “Pirellone”, aver realizzato enormi facciate in vetro e alluminio in Polonia, Romania, Serbia, Russia, Slovenia, Canada, Venezuela, a Singapore e nel Brunei, aver ricevuto nel 2009 una laurea “honoris causa” in Ingegneria meccanica dall’Università di Trieste, aver lanciato messaggi di speranza e coraggio ai giovani, con la forza di un destino che al cognome “Ferro” ha unito produzioni di “Alluminio”. «Se avessi dovuto continuare a lavorare solo in Italia avrei già chiuso l’azienda, si fa molta, molta fatica a incassare i pagamenti» dice Nicolò Ferro, 84 anni, fondatore nel 1966 della Ferro Alluminio con sede in via Ressel,cavaliere del lavoro, quattro figli di cui due in azienda, 30 dipendenti, e molti collaboratori all’estero. Invece è stato proprio e solo il fattore “E” a salvare questa innovativa azienda di successo triestina: il fattore estero, il fattore esportazione. È arrivata in via Ressel un’importante commessa privata nientemeno che dalla Mongolia, lo Stato dell’Asia centrale che confina con Russia e Cina. Un altro lavoro è in previsione. L’azienda dunque è salva. E la storia può continuare. «La crisi del mercato italiano è molto grave - racconta Ferro -, i privati anche pagano, perché se decidono di fare un lavoro mettono in conto di avere i soldi necessari, ma le imprese, non pagate dalla pubblica amministrazione, non pagano, noi abbiamo una esposizione bancaria non indifferente». La Ferro Alluminio realizza intere facciate di palazzi, lisce e curvate, in vetro legate da alluminio, e ogni pezzo e finitura sono progettati in casa. L’imprenditore, nato a Dignano d’Istria nel 1929, che da giovanissimo si era segnalato nei cantieri navali San Rocco per una speciale inventiva nel migliorare i processi, e quindi aveva lavorato negli Usa a metà degli anni Cinquanta, e tornato a Trieste negli anni Sessanta aveva brevettato un sistema prefabbricato per l’assemblaggio dei ponteggi nei cantieri edili, e poi serramenti di nuovissima concezione, a prova di acqua e soprattutto di bora, e poi un sistema di profili per serramenti in alluminio “R” oggi diffuso in tutto il mondo, e altri prodotti altrettanto brevettati, e certificati Cee, ha conosciuto il successo pieno, ne ha spiegato i segreti: «Gli uomini imparano finché vivono, le aziende vivono finché imparano». Ma non era in conto che tutti all’improvviso smettessero di pagare per un lavoro fatto. Che la crisi potesse avere questo strangolante risvolto negativo. «In Mongolia - racconta Ferro - avevamo già lavorato anni fa. Poi nel paese, che è in una fase di grande espansione e sviluppo, erano entrati i cinesi. Si erano inseriti nel mercato. Ma non è durato molto, perché la loro tecnologia si è rivelata di basso profilo. Così grazie alle fiere cui abbiamo partecipato, e alla conoscenze che abbiamo conservato nel paese, ci è arrivata questa commessa per dei grattacieli... Noi progettiamo le facciate e anche i prodotti, li facciamo testare e certificare, e poi li mettiamo sul mercato». In precedenza in Mongolia la Ferro Alluminio di Trieste aveva realizzato 8000 metri quadrati di facciate prefabbricate, particolarmente resistenti al freddo. E dunque vincenti in un paese dove l’inverno porta -40°, e -60°, e dove la capitale Ulan Bator è considerata la città con la temperatura media fra le più basse al mondo. Gabriella Ziani (Il Piccolo)


Giugno 2013
La nuova Mongolia nasce al di fuori dei suoi confini

Alla vigilia delle elezioni del 26 giugno 2013, ecco il report di Alex Fraquelli per Limes, rivista italiana di geopolitica.
Quel lembo di poco più di un milione e mezzo di metri quadrati lasciato a ricordo di un’era di conquiste è di nuovo a un bivio. In Mongolia, anche se le elezioni presidenziali del 26 giugno potrebbero non determinare cambiamenti sostanziali sul fronte interno, sarà interessante valutare quali sviluppi la scelta del quinto presidente della giovane democrazia potrà avere sulla scena politica internazionale. Sulla carta, molta. Il presidente uscente Tsakhiagiin Elbegdorj (Partito democratico), Badmaanyambuugiin Bat-Erdene (Partito popolare mongolo) e Natsag Udval (Partito popolare rivoluzionario mongolo) sono i candidati a una presidenza che nella sua storia ventennale ha visto i maggiori partiti alternarsi al vertice delle istituzioni senza determinare sostanziali cambiamenti di rotta in politica estera. Se da un lato, infatti, la transizione a un regime stabilmente democratico è passata attraverso gli scandali legati alla concessione delle licenze minerarie alle multinazionali nel sud del paese, dall’altro il processo di democratizzazione è proseguito spedito verso il raggiungimento di uno status di eccellenza che costituisce un modello per l’intera regione. Vent’anni dopo le prime elezioni presidenziali, la Mongolia è un crocevia d’interessi, soprattutto legati allo sfruttamento delle proprie risorse minerarie, che le sono valsi il titolo di “economia col più alto tasso di crescita al mondo” ma che hanno pure acuito gli squilibri sociali esistenti già negli anni del regime autoritario filosovietico guidato dall’ancora esistente Partito popolare mongolo. In politica estera, la presidenza di Elbegdorj, pur tra alti e bassi, ha tentato con un certo successo di coltivare un rapporto paritario con i propri, più potenti interlocutori. Le relazioni con l'Occidente si sono intensificate: la Mongolia è diventata il 57esimo membro dell'Ocse e continua a operare con vari incarichi di peacekeeping nel Sudan del Sud e in Afghanistan a fianco dei contingenti americani e tedeschi. La Third neighbor policy, ovvero la ricerca di relazioni internazionali che guardino oltre gli angusti confini condivisi con Russia e Cina, è rimasta dunque al centro della dottrina politica della Mongolia post-1989. Ma quanto potrà durare l’avanzata diplomatica mongola prima di entrare in conflitto con gli interessi dei due vicini? La risposta che molti, incluso Elbegdorj, sembrano dare a questa domanda è un riflesso condizionato dell’innegabile successo del paradigma mongolo sia sul piano domestico sia su quello internazionale. Ripetere gli errori di repubbliche dell’Asia centrale come il Tajikistan, il Kyrgyzstan e l’Uzbekistan, scivolate di nuovo in un contesto autoritario, sarebbe stato facile in un paese con poco più di 2 milioni e mezzo di abitanti e una storia recente di totale asservimento ai diktat di Mosca. A Ulan Bator sono ottimisti e c’è da giurare che lo siano anche gli investitori stranieri che ogni anno accrescono il già affollato distretto finanziario attorno a piazza Sükhbaatar. Se Cina e Russia sono sempre pronte a chiudere un occhio quando si tratta del loro debole vicino è perché attingono dalle sue ingenti riserve di carbone, uranio, oro, rame e altri metalli. Infatti, iniziative quali le esercitazioni annuali nella steppa mongola di truppe di élite, fra gli altri, di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone fanno storcere il naso a Pechino, ma non compromettono i rapporti con il vicino meridionale. Così lo sfruttamento delle miniere nel Sud del deserto del Gobi diviene la chiave per comprendere l’ambigua relazione tra la Mongolia e i suoi vicini. La vera guerra diplomatica, infatti, si combatte sulle nuove concessioni governative dell’area assegnate dal governo mongolo, che intende mantenere il controllo del paese limitando l’afflusso d’investimenti e capitali dall’estero. A influenzare le recenti scelte è stata anche la paura di un colonialismo cinese soft ma non per questo meno invasivo. Nello sforzo di arginare la potenza asiatica sul suo territorio, però, la Mongolia ha dovuto porre un limite anche al resto degli investitori interessati alle sue risorse minerarie, fallendo nell’impresa di sostituirli con una solida organizzazione estrattiva domestica. L’impatto economico di tali scelte è stato giudicato da molti come scellerato, giacché la Cina negli ultimi 20 anni ha generato il 50% degli investimenti stranieri in Mongolia e gli scambi tra i due paesi ammontano al 75% dell’intera attività economica mongola. Questo cambio di strategia ha certamente a che fare con la continua ricerca di un ruolo più attivo nell’ambito internazionale. Per questo motivo la Mongolia si offre per una mediazione tra le parti nei contesti più diversi, quali la disputa sulle isole Dokdo (Takeshima in giapponese), occupate dalla Corea del Sud ma che Tokyo rivendica come sue, il dossier nucleare iraniano, o, ancora, la delicata situazione nord-coreana. A tal proposito va registrato, infatti, che la Mongolia ha tentato negli ultimi anni d’instaurare un rapporto cordiale con le autorità di Pyongyang attirando l’interesse degli Stati Uniti in qualità di partner diplomatico improbabile ma geopoliticamente affascinante. La sensazione è dunque quella dell'inizio di una nuova fase della storia della Mongolia, volta alla ricerca di un ruolo più importante sul piano internazionale che manca ormai da quasi 8 secoli. Non a caso, infatti, l’impero mongolo, pur facendo della violenza e della razzia la chiave del suo successo, nutriva un rispetto quasi sacro per la diplomazia. La scelta del prossimo presidente, dunque, rappresenta un’incognita soprattutto per ciò che riguarda il ruolo che Ulan Bator intende avere sul piano internazionale. Bat-Erdene (un lottatore molto popolare in patria) e Natsag Udval (attuale ministro della Sanità e accanita sostenitrice dell’ex presidente Enkhbayar, arrestato per corruzione) sapranno garantire autorevolezza in un momento così delicato? La nuova Mongolia nascerà al di fuori dei suoi confini e, per una volta, lontano da Pechino e Mosca. Almeno fino a quando la lasceranno fare.


Aprile 2013
La minaccia della Corea del Nord
la Mongolia fa da mediatrice

Da lettera43.it.
Pyongyang fa pressione. Ma Ulaan Baatar punta a disarmare lo storico alleato. Per ritagliarsi un ruolo internazionale.
Negli Anni 40 del secolo scorso, tra le macerie della Seconda Guerra mondiale, la Mongolia fu il secondo Paese a riconoscere la Repubblica democratica popolare della Corea, preceduta soltanto dall'Unione sovietica. È in forza di questo rapporto speciale - «una relazione unica», come ha affermato nel 2011 il presidente mongolo Tsakhia Elbegdorj - che ora proprio la Mongolia potrebbe diventare il mediatore nel dossier più caldo del pianeta: Pyongyang contro il resto del globo. ACCORTEZZE DIPLOMATICHE. La rete dei rapporti tra i due Paesi si è costruita nel corso del tempo, grazie a parecchie accortezze diplomatiche. Alla morte dell’ex dittatore nordcoreano Kim Jong-il, nel dicembre 2011, i leader della Repubblica centro-asiatica furono tra i primi a inviare le loro condoglianze alla famiglia del Caro leader, inserendo la morte del dittatore nordcoreano tra i dieci eventi più importanti dell'anno. Grande risalto ebbe anche, sulla stampa mongola, la visita del novembre 2012 di Choe Tae-bok, presidente dell'Assemblea suprema del popolo, il Parlamento fantoccio nato sotto la dinastia dei Kim. Per il governo di Ulaan Baatar, fiorente capitale mongola, tentare di disinnescare la bomba nordcoreana potrebbe essere un'occasione importante. Il regime di Pyongyang è infatti entrato in rotta di collisione non solo con gli Usa, il Giappone e la Corea del Sud. Bensì, almeno a parole, anche con i fratelli cinesi e il líder maximo cubano. POSIZIONE NEUTRA. Con la Corea del Nord, invece, il vecchio satellite sovietico ha stretto legami di lunga data, nonostante un raffreddarsi dei rapporti negli anni che seguirono la fine dell'Urss. E ancora adesso, con i missili puntati verso Est e i patriot schierati nel centro di Tokyo, la Mongolia preferisce restare neutra e non emettere condanne. I rappresentanti mongoli sono già stati ospiti dei colloqui a sei sul nucleare, nel tentativo di far sedere allo stesso tavolo le due Coree, la Cina, il Giappone, la Russia e gli Stati Uniti per trovare una soluzione pacifica alla voglia di atomo di Pyongyang. E a novembre del 2012 la Mongolia ospitò un giro di colloqui tra i rappresentanti di Tokyo e di Pyongyang, per cercare una soluzione alla vicenda dei giapponesi sequestrati dai nordcoreani, che il neopremier Shinzo Abe vuole assolutamente risolvere prima della conclusione del suo mandato. «Ora possiamo dare il nostro contributo», ha specificato il primo ministro mongolo Norov Altankhuyag, esponente di centro destra al governo dallo scorso giugno. Prima di lui a proporsi come mediatore era stato il ministro degli Esteri, Luvsanvadn Bold, spiegando la sua intenzione di tentare un'apertura con il regime dei Kim. Necessaria perché persino il governo cinese e i fratelli Castro, gli unici altri comunisti rimasti al mondo, hanno preso le distanze da Pyongyang. La Mongolia vuole giocare un ruolo anche nel campo della diplomazia Quella tra la Mongolia e la Corea del Nord è una vecchia liason, cementata da un passato comune, ma anche da crescenti interessi economici. E magari da prospettive future. Nel 2011 fu sempre il capo di Stato mongolo Ebergdorj, intervenendo alla Foreign Policy Association a sottolineare come, 20 anni prima, ai tempi del regime sovietico la Mongolia fosse una società non dissimile a quella della dinastia dei Kim. «Oggi invece è un campione della lotta per la democrazia», aggiunse Ebergdorj. Il Paese delle steppe è anche una tigre asiatica in rapida espansione, con una crescita economica a doppia cifra (+17,5% nel 2012) e un settore minerario in pieno sviluppo che solletica gli istinti nazionalisti (e alimenta la corruzione: la Mongolia si colloca in 94esima posizione, su 176 Paesi nell'indice di Transparency International) L’enorme giacimento di Oyu Tolgoj (oro e rame) da solo è destinato a produrre un terzo del Prodotto interno lordo mongolo. La capitale Ulaan Baatar, dove vive il 38% della popolazione, è un importante centro industriale per la produzione tessile e la lavorazione di materie prime. IL NODO DELLE INFRASTRUTTURE. Ora il segno mongolo del libero mercato si traduce nel progetto di collegamenti ferroviari che dalla Corea del Sud si spingano verso l'Europa, attraversando proprio le steppe. Insomma, questa sorta di Svizzera spuntata tra le macerie post-comuniste in mezzo all'Asia vuole giocare un ruolo anche nel campo della diplomazia. In fondo, sia il regime dei Kim sia la democrazia mongola sono produttori di materie prime e cercano forme di cooperazione economica. Entrambi hanno nella Cina il principale acquirente. Ma, almeno da parte mongola, c'è la volontà di diversificare i clienti. In questo contesto, si punta a sviluppare le infrastrutture che connettono con la Russia e la Corea del Nord. Per questo, Ulaan Baatar potrebbe presto aver voce in capitolo su altre dispute nella regione, come le contese territoriali tra Giappone e Russia per la sovranità sulle isole Curili.                 Andrea Pira   12/4/2013            lettera43.it Vai all'articolo


8 marzo 2013
8 marzo: per il Corriere della Sera
Mongolia simbolo dei diritti della donna

La Mongolia? Un Paese simbolo per le parità di opportunità e ruoli sul lavoro tra donne e uomini. Lo scrive oggi il Corriere della Sera in una doppia pagina dedicata alla Festa della donna con quattro focus dedicati alle realtà all'avanguardia: Francia, Norvegia, Mongolia e Germania. Ecco quanto scrive il corrispondente in Asia del Corriere della Sera Marco Del Corona: "Tra le molte virtù della Mongolia, c’è che scantona dalle ovvietà. Stretta fra Russia e Cina, guarda all’Europa, per spezzare un assedio che vive con disagio. Si è desovietizzata in modo incruento (a parte qualche fiammata, ma nulla rispetto all’Asia centrale o ai Balcani) e ora è una democrazia, per quanto con i suoi problemi di trasparenza. Il World Economic Forum le riconosce un primato: il primo Paese al mondo per parità di partecipazione e opportunità economiche. Ci sono anche un 6° posto per le cariche pubbliche e un 7° per l’alfabetizzazione, benché la capacità delle donne di incidere sui processi decisionali non sia necessariamente elevata. Popolazione esigua, 3 milioni, e dunque la necessità di valorizzare al massimo i talenti. E si tratta di una società tradizionalmente nomade, inurbata in corsa, dove le spaventose ricchezze del sottosuolo (carbone, rame, giusto per cominciare un elenco infinito) aprono un cuneo tra i più ricchi, capaci di stravaganze da oligarchi moscoviti o maggiorenti cinesi, e i più poveri. Ma il ruolo delle donne nei clan familiari resta fondamentale, la solidità e l’ingegnosa determinazione delle mongole sono risorse non solo per l’economia locale ma anche per le imprese straniere che battono avide Ulaanbaatar. Negli anni Novanta s’impose all’estero la generosa ferocia con la quale Erenjav Shurentsetseg, moglie di un ex premier, raccoglieva fondi per strappare alla fame i ragazzini nascosti nel sottosuolo della capitale. E basta trascorrere una mattinata in teatro con Bold Sergelen, volitiva direttrice dell’Opera nazionale, per accorgersi che qualche volta le statistiche hanno un’anima".


Gennaio 2013
Il nazionalismo minaccia
il boom economico della Mongolia

Ecco l'articolo di Emiliano Quercioli pubblicato su www.meridianionline.org
Secondo le analisi del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale e le proiezioni dell’Economist, il nuovo Pil campione di crescita nel 2013 sarà quello della Mongolia. Con un tasso di crescita stimato di oltre il 13%, che secondo studi del Fmi potrebbe avvicinarsi al 18% nel corso dell’anno, la Mongolia si avvia a diventare la nuova booming economy asiatica del prossimo decennio. Con un’ampiezza territoriale pari a cinque volte quella italiana e con una popolazione inferiore ai 3 milioni d’abitanti, la Mongolia è composta essenzialmente da distese di steppa e colline. Il segreto di questa crescita economica vertiginosa è nascosto nel sottosuolo mongolo, ricchissimo di minerali come il carbone, l’oro, l’uranio e il rame, la cui ricerca ed estrazione stanno attirando ingenti investimenti esteri nel paese. Il progetto più importante è quello di Oyu Tolgoi. Si tratta di un enorme impianto di produzione di rame situato sulle colline al confine con la Cina, nato nel 2010 da un joint venture tra la multinazionale anglo-australiana Rio Tinto, la canadese Turquoise Hill Resources e il governo mongolo. L’impianto entrerà in produzione quest’anno dopo un investimento pari a 6 miliardi di dollari e tre anni di lavoro, con una produzione di almeno 450000 tonnellate di rame e 93 di oro l’anno. Il minerale estratto sarà diretto in gran parte in Cina, il principale mercato di sbocco delle esportazioni mongole di rame. I livelli di produzione si manterranno stabili su queste cifre per il prossimo cinquantennio e porteranno la miniera di Oyu Tolgoi ad incidere per un terzo sul Pil mongolo entro il 2020. La crescita imperiosa dell’economia mongola non ha ancora avuto quegli stessi riscontri positivi sull’economia reale e sulle condizioni di vita della popolazione. Al contrario, l’aumento dell’inflazione, che si aggira oggi intorno al 14%, ha causato un netto impoverimento delle famiglie. C’è poi la questione del rapporto tra il governo e gli investitori stranieri. Le elezioni del giugno 2012 hanno contenuto il peso dei due partiti storici, il Partito democratico (Pd), sorto nel 1990 dopo la fine del comunismo sovietico e di tendenze liberali, e il Partito popolare (Pp), erede del vecchio partito unico al potere sin dal 1921. A farsi largo è stata una nuova formazione della sinistra nazionalista, che si è presentata con l’altisonante nome di Coalizione della giustizia (Cdg). Dopo aver ottenuto il 22% dei voti e 11 dei 76 seggi parlamentari, il Cdg è diventato il terzo partito del paese. Questo gruppo comprende principalmente dissidenti del vecchio Partito popolare rivoluzionario mongolo (Pprm), che non ne hanno accettato la svolta democratica del 2010, e membri del Partito nazionale democratico (Pnd). La presenza di questa terza forza, guidata dall’ex presidente della Mongolia, Nambaryn Enkhbayar, ha interrotto lo storico bipolarismo tra il il Pd e il Pp e ha imposto la propria agenda alla coalizione di governo cavalcando il malcontento popolare con i suoi toni nazionalisti. Il primo effetto di questa evoluzione politica è stata una legge varata nel maggio 2012, il cui principale scopo è quello di limitare la sudditanza mongola nei confronti della Cina. La Mongolia si trova intrappolata tra la Russia e la Cina, e dopo aver orbitato per settant’anni nella sfera sovietica si trova ora nella morsa (economica e politica) cinese. La Repubblica popolare cinese (Rpc) è oggi il principale partner economico della Mongolia ed è destinazione dell’85% delle esportazioni mongole, composte principalmente da minerali e prodotti agricoli. Nonostante le strette relazioni commerciali, i cinesi non sono molto amati in Mongolia. Oltre alla storica diffidenza causata della dominazione cinese durata fino al 1911, stanno emergendo nuove voci di protesta riguardo il trattamento cinese dei lavoratori mongoli emigrati nella Rpc in cerca di fortuna. Sul risentimento mongolo ha fatto leva anche Tserendash Tsolmon, ex-vice ministro degli esteri ed esponente del nuovo partito Coalizione per la giustizia, che ha richiesto esplicitamente il blocco delle licenze minerarie ai cinesi. Tserendash Tsolmon ha anche sottolineato la necessità di trovare “nuovi vicini” e ha citato gli Usa, il Giappone, la Corea del Sud e l’Unione Europea, non a caso tutti concorrenti del gigante cinese. La prima conseguenza di queste parole è stato il dietrofront della Chalco, multinazionale cinese dell’alluminio e secondo produttore mondiale nel settore. La multinazionale cinese ha sospeso un investimento da 929 milioni di dollari per l’acquisizione del 60% delle quote della miniera di carbone di Tavan Tolgoi (Gobi meridionale), una delle più grandi al mondo e ricca di carbone di alta qualità. Gli effetti della nuova legge sugli investimenti hanno poi preoccupato anche tutti gli altri investitori stranieri, incluso il colosso britannico della Rio Tinto, una delle più grandi multinazionali minerarie al mondo. Il timore della Rio Tinto è di vedere vanificati i propri investimenti nel caso in cui il parlamento mongolo approvi nuove leggi limitanti alle relazioni con la Cina, a cui vengono venduti gran parte dei minerali estratti. Come ha affermato un portavoce (rimasto anonimo) della miniera di Oyu Tolgoi, la Mongolia si trova in una posizione geografica ideale per l’attività mineraria, con una produzione enorme e un altrettanto enorme consumatore confinante, la Cina. Un deterioramento delle relazioni tra la Mongolia e la Cina potrebbe portare ad un vero e proprio “embargo” da parte cinese e quindi al blocco del transito delle merci verso i vicini mercati e porti cinesi. Se gli equilibri con la Rpc dovessero cambiare, il porto utile più vicino sarebbe quello di Vladivostok, distante quasi 4000 km da Oyu Tolgoi. Questa possibilità non è solo un vago timore, ma un rischio reale. Nel 2011 la visita del Dalai Lama ad Ulaanbaatar provocò la chiusura in rappresaglia del confine sino-mongolo da parte di Pechino. Se questi scenari si avverassero, si potrebbe assistere ad un rallentamento o perfino un blocco dell’economia della Mongolia e quindi in un grave rischio per le rosee previsioni sui tassi di crescita del Pil nel 2013.
Emiliano Quercioli
Nella foto, l'ex presidente Enkhbayar, leader dei nazionalisti di sinistra


Novembre 2012
L'anno zero della pallacanestro mongola
secondo l'analisi di Stato e Potenza

La Mongolia è protagonista mondiale in alcuni sport: il sumo, il tiro, il judo, la lotta. In altre discipline sta crescendo, piano ma sta crescendo. E' il caso della pallacanestro, a cui il periodico Stato e Potenza ha dedicato un articolo molto interessante, analizzando sia l'aspetto strettamente agonistico sia quello sociale. Ecco una parte del servizio, che si può leggere per intero direttamente a questo link . "Pallacanestro in Mongolia”, per almeno un centinaio d’anni ha rappresentato una sorta di ossimoro, due mondi distinti, lontani, quasi inconciliabili. Nonostante la vicinanza con due potenze cestistiche mondiali, come Cina e Russia, i fattori naturali (temperature rigidissime), tradizionali (scarsa propensione per gli sport di squadra) e fisici (corporature mediamente minute e certamente non di alta statura) hanno impedito un dignitoso sviluppo dell’arte cestistica in questa parte del mondo. Per quasi sessant’anni, da quando il potere centrale di Ulaanbaatar ha definito una strutturazione “moderna” dello sport di massa, la nazionale mongola ha partecipato, a mo’ di comparsa o, peggio, di sparring partner, ad un numero di tornei cestistici che possiamo elencare sul palmo di una mano, ovviamente con risultati disastrosi". Nella foto, la compagine under 18 della Mongolia.


31 agosto 2012
Avvenire dedica alla Mongolia la Terza pagina
articolo di Vecchia, intervista a Pistone

L'Avvenire dedica oggi, 31 agosto, la terza pagina alla Mongolia. L'autore Stefano Vecchia analizza con lucidità la realtà di questa terra definendo la Mongolia "la nuova frontiera dell'Asia, un Paese che sorprende per vitalità e ancor più per potenzialità. Già oggi quello con la più rapida crescita economica del continente". L'articolo ("La Mongolia cresce scavando") ricorda come "al centro del dibattito politico da anni c'è la questione mineraria, che cambierà in modo epocale la storia del Paese". Vecchia dedica una finestra alla religlione ("Animismo e buddismo. E il cristianesimo dialoga") e un'intervista a Federico Pistone. Il fascino della Mongolia in Occidente - chiede Vecchia - è sempre stato legato al nomadismo, all'indole guerriera della popolazione. Che cosa resta di questa tradizione?. "Per i mongoli - risponde Pistone - le tradizioni sono ancora straordinariamente vive, sia nella caotica capitale sia in quella che loro chiamano 'campagna' cioè un territorio incontaminato grande cinque volte l'Italia e che ospita un milione e mezzo di pastori, tanti quanti gli abitanti della sola Ulaanbaatar. Vivere un'esperienza in Mongolia per un viaggiatore occidentale, ache nel XXI secolo, rappresenta un autentico tuffo nel passato remoto, in una terra ferma a tradizioni, spiritualità, superstizioni, riti sciamanici. I pastori vivono in armonia con la natura e preferiscono mantenere le usanze antiche piuttosto che barattarle con il miraggio di una ricchezza e uno stile di vita che non appartiene a loro". Apri la pagina.


Luglio 2012
Mongolia, ecco la vera "vacanza intelligente"
Lo assicura Federico Pistone sulla Provincia

La Mongolia diventa "la vacanza intelligente" proposta da Federico Pistone, intervistato dal quotidiano La Provincia che gli ha dedicato una pagina dal titolo: "Parto a pezzi ma rinasco tra quella gente". Apri la pagina. L'articolo, scritto da Gianfranco Colombo, racconta le esperienze del giornalista, autore di numerose pubblicazioni su questo Paese, fra cui la guida "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" (Polaris), giunta nel 2012 alla terza edizione. "E' proprio quella terra la meta ideale per le sue fughe dall'Italia - scrive Colombo - che chiamare vacanze sarebbe piuttosto riduttivo. "Per me andare in Mongolia è molto più di una vacanza. E' sempre un'esperienza unica". L'articolo si conclude: "E' un paese incredibile, libero e tollerante, mi piace andarci per godermi la natura e la sua meravigliosa gente". La foto di Federico Pistone con un giovane amico mongolo è di Cristiana Lanciotti.


Luglio 2012
Il console in Toscana Piero Bardazzi:
il cashmere, una carta in più

Il legame tra Mongolia e Italia passa anche attraverso Piero Bardazzi, console onorario a Prato e protagonista da anni nel settore cashmere. Anche il quotidiano di Livorno Il Tirreno ha dedicato a Bardazzi un articolo nell'ambito del Pitti filati di Firenze. "La sua esperienza con cashmere - si legge - gli è valsa un'onoreficenza importante. Quello di console onorario in Mongolia della Toscana. Piero Bardazzi frequenta il mondo dei filati ormai da una vita e di una cosa è ben certo. A Prato in questo settore abbiamo l'eccellenza". E' una carta in più rispetto ad altri comparti del tessile. "In questi ultimi dieci anni - commenta - sono stati fatti nei filati maglieria investimenti e ricerca che oggi ci fanno essere un passo avanti rispetto agli altri. Credo che i filatori abbiamo qualcosa da dire a molti altri".


29 giugno 2012
Un tesoro di materie prime
nel futuro della Mongolia

di Ilaria Maria Sala (La Stampa del 29 giugno 2012)
La Mongolia ieri è andata alle urne per eleggere il suo settimo Grande Khural (Parlamento) da quando si è separata dall’Unione Sovietica, nel 1990. In gioco, in particolare, il futuro economico e la relazione con i Paesi esteri altamente interessati alle risorse minerarie mongole, ma con cui la Mongolia ha rapporti non sempre privi di attriti. Il Paese dell’Asia Centrale, popolato da 2,8 milioni di abitanti, definito da Washington come l’unica vera democrazia della regione, da quando ha cominciato a sfruttare i giacimenti minerari sta attraversando una fase di boom economico senza precedenti. Lo scorso anno ha registrato una crescita di più del 17% - grazie alle concessioni minerarie ingenti che vengono date ai due vicini affamati di risorse – Cina e Russia – e anche ad altri. Siamo però in una fase delicata per lo sviluppo della giovane repubblica mongola, ora che le ricchezze del sottosuolo (in particolare rame, oro, carbone, uranio), che potrebbero far diventare il Paese una sorta di Qatar delle steppe, stanno anche suscitando un «nazionalismo delle risorse» con derive xenofobe (soprattutto anti-cinesi) e con risvolti inquietanti, ma facilmente analizzabili. La Mongolia è stata sotto al giogo sovietico per settant’anni, dopo essere stata una semicolonia cinese per il periodo della dinastia Qing (1636-1911). I suoi politici devono dunque muoversi con grande attenzione per non fomentare il timore di essere nuovamente assorbiti dai giganti che la circondano – come del resto è avvenuto con la metà del Paese oggi noto come «Mongolia Interna», e che appartiene alla Cina. Così, una legge appena approvata dal Parlamento uscente limita la presenza straniera nelle industrie strategiche, a meno che non vi sia un assenso parlamentare da discutere di volta in volta. Alcune concessioni minerarie però hanno suscitato scalpore per l’alto numero di mano d’opera cinese che hanno immesso nel Paese. In conseguenza, la concessione da 7 miliardi di dollari di Oyu Tolgoi, una miniera di rame, alla quale la Cina non è stata autorizzata a partecipare, è stata data alla Rio Tinto (gruppo minerario britannico-australiano) e alla Ivanohe Mines (canadese). Ciò nonostante circa metà dei 15. 000 lavoratori che vi sono impiegati sono cinesi in una nazione dove un terzo della popolazione vive in povertà e il tasso di disoccupazione è del 20%. Per una nazione priva di accesso al mare, la dipendenza dalla Cina è enorme: senza l’assenso cinese, e in minor misura russo, la Mongolia non è in grado di esportare le sue risorse. Il boom minerario sta avendo un impatto ambientale severo, come non cessa di ricordare la vibrante stampa nazionale, e non tutti sono unanimi nell’apprezzare uno sviluppo fondamentalmente predatorio. Da poco sono state interrotte le operazioni minerarie in zone fluviali o boschive, ma in diverse regioni il danno è ormai fatto. Nella capitale, Ulan Bator, vivono ora 1,2 milioni di persone, molte in tendopoli alla periferia della città, dove i nomadi hanno impiantato le jurte e vivono in condizioni di grande povertà e senza alcuna infrastruttura. Le steppe, non più incontaminate, sono solcate dai camion delle operazioni minerarie, e la pastorizia è meno facile di un tempo. I partiti che si sfidano alle urne sono undici. I due principali sono il Partito Democratico Mongolo, liberale, attualmente al governo, e il Partito Popolare Mongolo, di sinistra, la principale opposizione che, secondo gli ultimi sondaggi, gode di un leggero vantaggio. Il Partito Democratico, infatti, ha subito un calo di popolarità dopo che l’ex-Presidente del Paese, Enkhbayar, è stato arrestato per corruzione – un arresto che molti analisti hanno reputato motivato da rivalità politiche, dopo che Enkhbayar aveva lasciato il partito di governo per formare un nuovo schieramento politico. Il processo di Enkhbayar, interrotto dopo che l’ex-Presidente ha portato avanti uno sciopero della fame durato dieci giorni, ha attirato molte critiche da parte dell’opposizione, e non è chiaro fino a che punto questo abbia danneggiato la popolarità dell’attuale primo ministro, Sukhbataar Batbold, e del presidente Elbegdorj Tsakhia.


Giugno 2012
Povertà e corruzione in Mongolia
nel reportage di Internazionale

Alla vigilia delle elezioni a Ulaanbaatar, il settimanale Internazionale pubblica un dossier dell'australiano East Asia Forum, intitolato "Povertà e corruzione in Mongolia". Autore è Morris Rossabi, nella foto, che ha scritto anche il libro "Khubilai Khan". L'analisi parte dal caso Enkhbayar, l'ex presidente della Repubblica e leader del Partito rivoluzionario arrestato il 13 aprile per presunta corruzione, con qualche dubbio ("In passato Enkhbayar aveva diffuso dei documenti che provavano il ruolo dell'attuale presidente, Tsakhiagiin Elbegdorj, nel provocare i disordini scoppiati dopo le elezioni parlamentari del 2008, in cui morirono cinque manifestanti che contestavano il voto"). "La vera storia dietro il caso Enkhbayar - si legge su Internazionale - è cominciata più di vent'anni fa. Nel 1990 la Mongolia ha ripudiato il comunismo e si è affidata alle agenzie finanziarie internazionali, che hanno inviato a Ulan Bator rappresentanti e consulenti pagati profumatamente. Questi sostenitori accaniti della pura economia di mercato, hanno incoraggiato le privatizzazioni, la limitazione dell'azione del governo e la riduzione della spesa pubblica... I veri beneficiari delle privatizzazioni sono stati pochi. Gli effetti di queste riforme sono ancora evidenti: la disoccupazione dei centri urbani supera il 20 per cento e sono aumentati i senzatetto, gli alcolizzati, il crimine e le violenze domestiche". Per leggere l'articolo originale clicca qui


Giugno 2012
La Coppa del Mondo vinta dalla Mongolia
Lo sport pulito visto da tuttocalciatori.net

Alla vigilia degli Europei di calcio, un articolo controcorrente scritto da Emanuele Giulianelli per tuttocalciatori.net. Il titolo è choc: "La Coppa del mondo vinta dalla Mongolia". Di cosa si tratta? Di calcio sempre, ma diverso da quello dei veleni, degli scandali, degli arresti, del calcioscommesse, della violenza. da leggere (nella foto, la nazionale di calcio della Mongolia).
Una storia di calcio dalle lontane terre dell’Asia che ci fa riconciliare con la bellezza dello sport visto come gioia. Tendi l’orecchio e ascolta. Il vento che sferza la distesa infinita della steppa, verde oltre ogni confine percepibile, ti porta il suono di cavalli al galoppo in lontananza. Lo spazio si riduce, gli zoccoli segnano l’erba e la scia diventa folata. Colori di vesti gonfiate, urla gioiose riempiono per un attimo la scena. Poi, ritorna tutto verde: come un enorme campo da calcio. E’ la Mongolia, una delle terre più lontane nella nostra immaginazione, con i suoi suoni e i suoi colori: un Paese che, negli ultimi anni, sta cercando di emergere anche nel calcio. Otto squadre prendono parte al campionato mongolo di Prima Divisione che si disputa solamente nei mesi più caldi, visto che in inverno le temperature scendono anche a 20 gradi sottozero. La squadra più importante del Paese è l’FC Mazaalai, della capitale Ulan Bator come sette su otto delle formazioni che prendono parte al massimo campionato; ma la migliore, al momento, è l’FC Erchim, prima squadra mongola a partecipare (proprio quest’anno) a una competizione internazionale, la Coppa del Presidente dell’AFC (equivalente asiatica dell’Europa League). Il movimento calcistico è in netta espansione nella grande nazione asiatica: la nazionale, pur essendo stata fondata nel 1959 può essere considerata giovane, perché tra il 1960 e il 1998 non ha disputato partite internazionale. Il giocatore più rappresentativo è, senza dubbio, Bayasgalan Garidmagnai, centrocampista dai piedi buoni, classe 1985, due volte capocannoniere del campionato. Ochirbold è il miglior amico del calciatore simbolo della Mongolia e, come lui, giocava a calcio. E’ arrivato anche a giocare per il Mazaalai, ma in giovane età subisce un grave infortunio che lo costringe a interrompere prematuramente la carriera. Ci ha raccontato una storia che ci ha fatto molto riflettere, di quelle che amiamo narrare in su “Stromberg non è un comodino“. Ottobre 2007, la Mongolia ospita la Corea del Nord per la prima partita di qualificazione ai mondiali del Sudafrica 2010. L’avversario è di quelli impossibili per una squadra giovane e inesperta come quella mongola, abituata a perdere in larga misura contro tutti e che ha ottenuto il suo miglior risultato in una partita ufficiale pareggiando per 2-2 contro il Bangladesh durante le qualificazioni alla Coppa del Mondo del 2002. Basti pensare che i nordcoreani arriveranno a qualificarsi per disputare i mondiali. A Ulan Bator la partita si mette subito male, con il doppio vantaggio nordcoreano nei primi 24 minuti ad opera di Pak Chol-min e di Jong Chol-min; quest’ultimo rimpingua il bottino realizzando altre due reti. Al termine dei 90 minuti regolamentari il punteggio vede la Mongolia soccombere per 4-0 in casa. Ma nei minuti di recupero, al 93’, il difensore mongolo Odkhuu infila la porta coreana fissando il risultato finale sul 4-1. Tripudio e gioia! Della Corea del Nord? No, della Mongolia! Ochirbold racconta: “ E’ stato come il gol della vittoria per noi, quello che abbiamo fortemente voluto e cercato per tutta la partita! Ero felicissimo e mi misi a piangere come un bambino, perché la nostra era una squadra di amatori. Non posso dimenticare quell’azione: fu come vincere la Coppa del Mondo per noi!”. Quando ci dice “per noi” gli chiediamo se abbia mai indossato la maglia della nazionale e lui ci risponde: “No, non sono mai stato convocato in nazionale. Mi piace dire che la squadra nazionale è la nostra squadra!” Crediamo non ci sia bisogno di aggiungere altre parole a quelle di Ochirbold. La Coppa del Mondo vinta dalla Mongolia non si trova su nessun albo d’oro, ma su “Stromberg non è un comodino” sì. E ci fa continuare ad amare questo sport, nonostante tutto.
Emanuele Giulianelli


Marzo 2012
Sul settimanale economico Il Mondo
il cashmere di Flavio Olivero

Si parla di cashmere della Mongolia nella sezione "Imprese" del settimanale "Il Mondo" del 2 marzo. L'articolo di Sandro Orlando si occupa in particolare dello "sbarco in Italia del primo produttore di maglieria con lane pregiate" in riferimento all'attività di Flavio Olivero, collaboratore di mongolia.it e autore della sezione cashmere nel libro "Mongolia, l'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" di Federico Pistone (Polaris 2010). "...Olivero, imprenditore torinese d'origine ma trapiantato nel Varesotto - si legge nell'articolo - con una consuetudine più che ventennale con la Mongolia, e una moglie proveniente da quelle latitudini (Tsogzolmaa Ulziidorj, con cui condivide la Mongolian Cashmere company di Vergiate), si è trasformato in una sorta di partner della Gobi, accompagnandone il processo di modernizzazione delle tecnologie e del design".


Febbraio 2012
Sulla Stampa lo Tsagaan Sar
festeggiato con il console Guerrer

La Stampa di Torino dedica un articolo allo Tsagaan Sar celebrato a Sant'Antonino di Susa nel ristorante del Console onorario Lamberto Guerrer. A firmarlo è Irene Cabiati, autrice anche del libro "Viaggio in Mongolia" di prossima uscita. Titolo del servizio "Oggi festa della tradizione nomade. L'anno del Drago come in Mongolia". E si comincia dalla descrizione del menu, che più tipico non si può:. "Buzz (ravioli d’agnello e vitello, uchriin hel (lingua di vitello), nogootoi shul (zuppa), huushuur (calzoni con verdure), baitsaani i salad, honinii chanasan mach (agnello stufato e riso)". Scrive Irene Cabiati: "La celebrazione dello Tsagaan Sar (Luna Bianca), per il 2012, l’anno del Drago, nella steppa è un’occasione per i nomadi di riunirsi nelle gher, gustare i buuz, sorseggiando tè salato con latte di yak, vodka o airag, il latte di giumenta fermentato. Si ricordano i morti e ci si scambiano doni ostentando gioielli e abiti preziosi, si canta e si balla".


Febbraio 2012
Sette, il settimanale del Corriere della Sera
dedica un servizio all'inverno mongolo

"Mongolia, fuga dal grande freddo" è il reportage di Sara Gandolfi corredato dalle crude immagini di Alessandro Grassano, apparso nell'ultimo numero di "Sette", il settimanale del Corriere della Sera. E' il racconto, drammatico, dei nomadi che cercano di sfuggire alle temperature impossibile dell'inverno mongolo. "Erdene Tuya ha perso metà delle sue pecore negli ultimi tre anni. Ne aveva 2.000, il freddo ne ha uccise 1.000". Così comincia l'articolo che poi puntualizza: "Il 62 per cento della popolazione mongola (...) ormai abita nelle città. In particolare nel Gher district, lo slum che si è sviluppato intorno alla capitale, dove i neo-arrivati si ammassano in condizioni igieniche precarie, senza acqua o luce". Nella foto, l'apertura del servizio su "Sette".


23 gennaio 2012
Su montagna.tv un reportage
dedicato agli Uomini renna

"In Mongolia sulle orme degli uomini renna" è il titolo dell'articolo di Antonietta Baludcci che appare da oggi sul sito montagna.tv. "Sono rimasti in 235 - si legge -. Pochi per aver scongiurato l'incubo dell'estinzione. Si spostano in continuazione tra i Monti Sayan, vivendo come secoli fa in uno strettissimo rapporto con questa natura selvaggia. La sopravvivenza è ancora possibile in questo difficile territorio solo grazie a un migliaio di renne. Il giornalista del Corriere della Sera Federico Pistone ha vissuto alcuni mesi tra gli Tsaatan, sui monti Sayan tra la Mongolia settentrionale e la Siberia, realizzando vari reportage e due libri. Nel 2004 la casa editrice Edt ha pubblicato il racconto “Uomini renna – Viaggio in Mongolia fra gli Tsaatan”, una sorta di diario di viaggio che tratteggia la realtà di questo popolo in modo crudo ed efficace". Per andare alla pagina relativa clicca qui


11 gennaio 2012
Tra Russia e Cina equidistanza difficile
Reportage sul mensile Missione Oggi

"Tra Russia e Cina equidistanza difficile" è l'interessante reportage dedicato alla Mongolia dall'ultimo numero del mensile "Missione Oggi". Autore Stefano Vecchia, corrispondente in Asia per il quotidiano Avvenire e altre testate nazionali. Nell'articolo viene analizzata la situazione attuale della Mongolia, tra un passato ancora così radicato nelle tradizioni dei nomadi e le pulsioni della capitale verso uno stile sempre più occidentale e snaturato. Si chiede Vecchia nell'articolo: "A livello popolare, l’apertura al mondo del paese resta legata alla conservazione dei suoi tratti culturali e religiosi, ma quanto resta dell’antica civiltà mongola? Risponde Federico Pistone, giornalista e scrittore, fondatore del sito www.mongolia.it: “La Mongolia è aperta al mondo per vocazione storica. Lo stesso Gengis Khan, erroneamente disegnato come un generale feroce e senza scrupoli, è stato quello che ha creato la pax mongolica, un infinito corridoio pacifico che ha permesso un flusso continuo tra Europa e Asia di uomini, idee, merci, scoperte, invenzioni, culture. Ancora oggi i mongoli adorano conoscere le realtà straniere, hanno un debole per l’arte italiana, dall’opera lirica alla pittura fino alla storia, convinti di un legame molto profondo fra quello che ha rappresentato il mondo dell’antica Roma (soprattutto in termini di civiltà) con quello dell’impero mongolo dei khan".


4 gennaio 2012
Non mettere tutte le uova nello stesso paniere
o i cavalli di Przewalski nello stesso pascolo

Da www.greenreport.it
PlolsOne pubblica la ricerca "The Danger of Having All Your Eggs in One Basket-Winter Crash of the Re-Introduced Przewalski's Horses in the Mongolian Gobi" nella quale un team di ricercatori austriaci, mongoli e svizzeri esaminano come i grandi mammiferi re-introdotti in ambienti difficili e imprevedibili siano vulnerabili agli eventi meteorologici estremi, soprattutto in tempi di cambiamento climatico globale. «Il Gobi mongolo ospita numerosi grandi ungulati rari, tra i quali il cavallo di Przewalski (Equus ferus przewalskii) e l'asino selvatico asiatico (Equus hemionus), ma anche una millenaria cultura di pastorizia semi-nomade - spiegano i ricercatori su PlosOne - Il Gobi è soggetto a grandi variazioni ambientali inter-annuale, ma l'inverno 2009/2010 è stato particolarmente severo. Milioni di capi di bestiame sono morti e la popolazione di cavalli di Przewalski nel Gobi è crollata. Abbiamo utilizzato statistiche "spatially explicit" di perdita del bestiame, dati ranger survey e telemetria Gps per fornire indicazioni sugli effetti di un evento climatico catastrofico sulle due specie simpatriche di equidi selvatici e della popolazione del bestiame, alla luce delle loro diverse strategie di utilizzo dello spazio». Anche se gli inverni nel deserto del Gobi sono lunghi e molto freddi, quello del 2009/2010 è stato terribile, scetenando quello che i mongoli chiamano "dzud": sono morti milioni di capi di bestiame e la popolazione re-introdotta dei cavalli selvatici Przewalski è stata decimata. Petra Kaczensky e Chris Walzer del Forschungsinstitut für Wildtierkunde und Ökologie (Fewi) della Veterinärmedizinischen Universität di Vienna, che hanno guidato il team di ricerca, sottolineano che «In Mongolia, condizioni meteorologiche estreme, siccità seguite da inverni freddi e nevosi, si verificano a intervalli irregolari. Tuttavia, il dzud del 2009/10 è stato l'inverno più estremo che la Mongolia ha sperimentato negli ultimi 50 anni. 15 delle 21 province della Mongolia sono state dichiarate zone disastrate si ritiene siano morti oltre 7,8 milioni di bestiame, il 17% dello stock nazionale. I pastori all'interno e nei dintorni della Great Gobi B Strictly Protected Area hanno perso in media il 67% del loro bestiame». L'altezza della neve variava a livello locale, con conseguenti perdite di capi di bestiame che seguivano un gradiente est-ovest. I pastori avevano scarse possibilità di sfuggire, data che la competizione per i pascoli invernali a disposizione era elevata. I cavalli di Przewalski utilizzano tre diverse aree in inverno, due a est e una ad ovest. Le perdite medie sono state del 60%, ma differivano enormemente tra oriente e occidente. «L'utilizzo dello spazio da parte dei cavalli di Przewalski è stato estremamente conservatore, dato che i branchi non tentano di avventurarsi oltre i loro areali conosciuti. Gli asini selvatici sembrano aver subito poche perdite, spostando verso ovest il loro range. Questi animali vagano su aree molto più grandi dei cavalli di Przewalski e non si limitano a particolari aree di svernamento». Il dzud catastrofico 2009/2010 ha fornito un esempio da manuale di quanto siano vulnerabili le piccole popolazioni che sono spazialmente confinate in un ambiente soggetto a fluttuazioni ambientali e catastrofi. Questo evidenzia la necessità di una pianificazione dei disastri da parte dei pastori locali, più siti di re-introduzione con popolazioni spazialmente disperse per i cavalli di Przewalski re-introdotti e un approccio a livello territoriale che vada oltre i confini delle aree protette, per permettere i movimenti migratori o il nomadismo degli asini selvatici asiatici». I cavalli di Przewalski sono stati re-introdotti in Mongolia dal 1992 ed ora ci sono popolazioni selvatiche nell'Hustai National Park, nella Mongolia centrale, e nella Great Gobi B Strictly Protected Area (Spa) nel sud-ovest della Mongolia. A causa della sua particolare posizione, ai margini del bacino del Dzungarian, circondato da alte montagne, la Geat Gobi B Spa è stata colpita da fortissime nevicate nell'inverno 2009/2010, la maggior parte delle quali provenienti da ovest, «Sui monti Altai, al margine orientale della Gran Gobi B Spa, si è caricata una grande quantità di neve - spiega il Fiwi - con un conseguente forte gradiente est-ovest nell'altezza della neve. La neve alta ha fortemente compresso gli animali e reso loro difficile accedere alla vegetazione sotto la neve». La Kaczensky, la principale autrice della ricerca pubblicata su PLoS, dice che «Gli asini selvatici erano ovviamente in grado di sfuggire più velocemente al peggio del dzud, spostandosi verso ovest. I movimenti sulle lunghe distanze e gli spostamenti nell'areale evidenziano quanto sia importante per la gestione delle specie migratorie o nomadi a livello territoriale, incluso nelle aree multi-uso al di fuori delle aree protette. Le frammentazioni dei loro habitat ridurranno la loro flessibilità e possono facilmente portare ad un "crash" della popolazione locale, come quello visto per i cavalli del Przewalski». L'effetto disastroso del dzud è dovuto soprattutto alle piccole dimensioni ed all'areale limitato dell'attuale popolazione del cavallo di Przewalski. «Una popolazione di grandi dimensioni ed estesa sarebbe molto più robusta. Dato che potrebbe ridurre al minimo l'estinzione di popolazioni locali attraverso la ri-colonizzazione», spiega la ricerca. La Kaczensky conclude: «Il disastroso inverno ha davvero messo in evidenza quanto sia pericoloso avere tutte le nostre uova nello stesso paniere, o in questo caso tutti i cavalli in un unico pascolo. La strategia nazionale per la conservazione del cavallo di Przewalski in Mongolia dovrebbero continuare a puntare alla reintroduzione in più siti, con popolazioni spazialmente disperse. Sarebbe ideale che i siti cooperassero strettamente e, se necessario, anche con uno scambio di animali a livello nazionale così come su una scala internazionale. Tali misure sono già state avviate in Mongolia e la recente retrocessione del cavallo di Przewalski nella Lista rossa Iucn da"'in pericolo critico" a "in pericolo" dimostra che questa strategia sta pagando». Purtroppo non è fattibile, sia tecnicamente che finanziariamente, allevare e reintrodurre tutte le specie in via di estinzione, come è stato fatto per il cavallo del Przewalski e Chris Walzer spiega: «Le strategie più promettenti riguardano misure tempestive, scientificamente fondate per ridurre le minacce alla fauna ed alla flora. Queste possono includere l'istituzione di aree protette, ma è anche importante mantenere spazi naturali e strutture che costituiscano territori "multi-purpose" permeabili per la fauna selvatica, in modo che le specie selvatiche con ampi areali possano spostarsi, come tendono a fare gli asini asiatici».


11 dicembre 2011
La Mongolia finisce in biblioteca
e in un articolo sull'Eco di Milano

Un incontro in biblioteca e la Mongolia finisce sul settimanale "L'Eco di Milano". Una pagina realizzata dalla giornalista Lina Carrieri per illustrare un Paese ancora poco conosciuto ma sempre più al centro dell'interesse occidentale, dal punto di vista economico, culturale e turistico. Ecco uno stralcio del servizio: "Per la Rassegna “Incontri in Biblioteca“, in collaborazione con la casa editrice Polaris e l’Associazione culturale Soyombo, presso la Biblioteca Valvassori Peroni (Milano- Lambrate) è stato presentato il libro (seconda edizione arricchita ed aggiornata) “Mongolia, l’ultimo Paradiso dei Nomadi Guerrieri“ di Federico Pistone. Inoltre è stata inaugurata la mostra fotografica “Mongolia Tra Nomadi e Cultura“, dell’illustratore-fotografo Cristiano Lissoni. L’iniziativa nasce dal progetto “di- Segni di nuove relazioni per le diverse età“, finanziato dalla Regione Lombardia e curato da Chiara Rosati, coordinatrice dell’Università Della Terza Età dell’Auser Forlanini. Giancarlo Ventura, fondatore e Segretario dell’Associazione Soyombo, nata nel 1991 da un suo sogno infantile, affascinato dalle gesta del grande guerriero e conquistatore Gengis Khan, con l’intento di far conoscere la Mongolia e la sua cultura, e ora promotrice di eventi a scopo benefico a favore dei Mongoli e soprattutto dei bambini, ha narrato la storia di questo Paese. A partire proprio da Gengis Khan che nel 1206 divenne imperatore della Mongolia e fu crudele, feroce, ma fondamentale, tollerante sulle religioni e che ha permesso e ha fatto crescere le società europee, fondendo i due continenti. Uno dei soci di Soyombo, Pietro Acquistapace, che ha partecipato al MongolRally 2011, ha parlato invece della Mongolia di oggi. E della sua capitale Ulaanbaatar, abitata anche dai nomadi Mongoli con le loro gher ( bianche tende di feltro ) poste tra le altre costruzioni in muratura. E dei giovani che vivono sempre più alla maniera occidentale. Di quella Mongolia a cui guardare non solo con gli occhi del turista, ma come luogo da vivere e capire in tutte le sue contraddizioni. L’autore del libro, Federico Pistone, giornalista del Corriere Della Sera e collaboratore di Radio 24, attraverso i suoi scritti e reportage, ci fa conoscere itinerari e luoghi di questa Terra che incanta ed affascina. La sua avventura in Mongolia comincia nel 99’, quando, collaborando per una collana di libri sulle etnie, s’interessa agli Tsaatan, un gruppo di uomini- renna , così chiamati per le loro capacità di sopravvivere solo grazie all’intima alleanza con un migliaio di renne, in un territorio così freddo ed ostile dove , negl’inverni più gelidi la temperatura scende a – 60. La passione per la Mongolia cresce in Federico, che nel tempo si prodigherà in numerose spedizioni ed iniziative di solidarietà. Nel 2008, con la realizzazione della guida” Mongolia, L’ultimo Paradiso dei Nomadi Guerrieri “ (per la Polaris) e i servizi per il Corriere Della Sera e per varie riviste, porta a conoscenza la realtà Mongola".


20 ottobre 2011
Sul Corriere della Sera: "Elbegdorj
un tifoso che viene da lontano

La passione per l'Inter del presidente della Repubblica della Mongolia, in visita in questi giorni in Italia, non è passata inosservata. Il Corriere della Sera dedica un articolo di Federico Pistone dal titolo "Elbegdorj, un tifoso che viene da lontano". Il testo: "Si sveglia di notte per vedersi in diretta tutte le partite dell'Inter. Un vero tifoso, che di mestiere fa il presidente della Mongolia. Si chiama Tsakhiagiin Elbegdorj e dopo aver incontrato il Papa e Napolitano ha voluto a tutti i costi conoscere Massimo Moratti. Così ieri, dopo il forum economico Italia-Mongolia in Piazza Affari a Milano, il presidente mongolo è stato ricevuto nella sede nerazzurra, dove c'erano anche Forlan e Coutinho. "E' una persona molto intelligente - ha detto Moratti - e quindi, automaticamente, è interista". Lui, Elbegdorj, ribadisce la sua passione condivisa da molti connazionali: "Ci sono migliaia di mongoli, uomini e bambini, che tifano Inter. Ora è in costruzione un nuovo stadio per il calcio e stiamo creando un'accademia per i giovani che vogliono praticare questo sport. Ci piacerebbe collaborare con l'Inter". L'invito è già stato raccolto da Moratti che si è detto onorato di ospitare il presidente della Mongolia, "una persona molto simpatica, eccezionale dal punto di vista umanitario, culturale e politico". Non per niente Emma Bonino, a nome dell'Associazione "Nessuni tocchi Caino", ha consegnato a Elbegdorj il premio "abolizionista dell'anno" per la sua battaglia contro la pena di morte. "Nel nostro Paese - ha detto il presidente della Mongolia a quello nerazzurro - ci sono 3 milioni di persone e 6 milioni di cavalli, i più famosi nel mondo. Spero che in futuro il nostro Paese possa essere famoso anche per il calcio. La passione per l'Inter è grande. In Mongolia diciamo "Se pensi intensamente a una cosa, si realizzerà". In Italia dite: se sono rose fioriranno". E ha concluso, rispolverando un'altra tradizione mongola: "Ora che ho conosciuto anche i figli di Massimo Moratti, possiamo davvero dirci amici".


13 settembre 2011
Il francescano Rubruc dentro l'Impero mongolo
nel libro di Piazza e nell'articolo di Citati

Partendo dal nuovo libro sul viaggio del frate francescano nell'impero mongolo, curato curato da Paolo Chiesa per la Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori (e di cui presto riferiremo nella nostra sezione Libri), il Corriere della Sera del 13 settembre dedica un approfondimento in una doppia pagina della Cultura con richiamo in copertina. L'aitore è Pietro Citati che solo poche settimane fa aveva realizzato, sempre per il Corriere, un articolo sullo spunto del libro di Groussex "Il conquistatore del mondo", dedicato a Gengis Khan e riproposto da Adelphi dopo a quasi settant'anni dalla sua stesura. Ancora una volta Citati ci accompagna in un viaggio di suggestioni storiche e culturali: "Nel corso del Viaggio in Mongolia - scrive Citati - contempliamo una serie di mirabili scene, dove i gesti, gli oggetti, i riti, le funzioni cristiane si fondono nel racconto politico. Ecco Rubruk e i suoi compagni penetrare nella tenda di feltro bianco mostrando i libri e i paramenti sacri; oppure indossare gli abiti più preziosi; oppure tenere sul petto una Bibbia e un salterio; oppure innalzare l'incenso col turibolo; o intonare il Salve Regina o il Veni Sancte Spiritus. Intanto il khan esamina con estrema attenzione il Salterio, il crocefisso, il turibolo, le preziose miniature della Bibbia. Mentre siede su un trono lungo e largo simile a un letto, decorato d'oro, i missionari stanno in piedi senza inchinarsi, nel silenzio più assoluto, il tempo di un miserere: perché i cristiani si prosternano solo davanti al Signore. Cosa colpisce, in queste scene bellissime, è la reverenza reciproca: come se il cattolico d'Occidente potesse riflettersi soltanto nel gesto del terribile e grave khan orientale". Adestra, il ritaglio della doppia pagina sul Corriere della Sera.


13 agosto 2011
Per Il Foglio di Giuliano Ferrara
Berlusconi diventa Gengis Cav.

Sul numero dell'8 agosto del quotidiano Il Fogllio, diretto da Giuliano Ferrara, in prima pagina campeggia un lungo articolo di Stefano Di Michele intititolato "Nostalgia di Gengis Cav.". Nel sommario si legge: "L'Amor nostro si riscuota pensando al suo prologo sotto il cielo di Mongolia: pure Gengis Khan fu messo alla gogna dai nemici, vagava di tenda in tenda, federò tribù bellicose, ebbe i suoi Fini e i suoi Letta". L'articolo, tra lo storico e il satirico, nasce dalla lettura del libro "Il Conquistatore del mondo", di René Grousset, appena ripubblicato da Adelphi ("meraviglioso" lo definisce Di Michele). La similitudine tra Temujin e il premier alla fine cede a una mesta conclusione: "Gengis Khan arrivò a lambire il palazzo imperiale di Pechino, creando uno degli imperi più sconfinati di tutta la storia umana. Invece Gengis Cav. il Palazzo se l'è preso direttamente, tribù e clan ha attruppato attorno a sè, ma lo stesso il Muro di Piombino, che pure voleva abbattere anni fa, costeggiandolo dalla Nave Azzurra, e che certo non è la Grande Muraglia, ancora resiste. Erano così, le truppe di Gengis Khan: Hanno fronti di bronzo, le loro fauci sono come una tagliola, la loro lingua come un punteruolo, il loro cuore è di ferro, la loro coda è come una spada. Si dissetano di rugiada. Corrono a cavallo del vento". Inevitabile che da Cicchitto a Quagliarello, da Gasparri a Lupi, si vada invece più al piccolo trotto - manca magari un po' la "steppa a dorso d'asino" e un po' pure la "steppa del cammello". Troppo poco i soli cactus di Villa Certosa". Per leggere l'intero articolo del Foglio clicca qui. A destra, la vignetta di Vincino che accompagna l'articolo.


21 luglio 2011
Repubblica dedica due pagine alla Mongolia
"dove è più facile incontrare cavalli che uomini"

"E' assorta in meditazione al centro di un grande prato. Seduta e con le braccia incrociate. Immobile, la ragazza fissa l´orizzonte. Tutt´intorno un silenzio assoluto, da primi giorni del creato. Sullo stradone che nel parco Khustain si staglia sotto il profilo delle colline non passa un´automobile. In un fotogramma, l´essenza della Mongolia". Così inizia l'articolo di Gianni Perrelli nell'inserto VIaggi di Repubblica del 20 luglio, dal titolo "Mongolia. Nell'antico regno dello spazio infinito". "Un intreccio di piccoli universi, dove è più facile incrociare cavalli che esseri umani (il rapporto è di tredici a uno). Un paradiso della biodiversità, in cui convivono yak e cammelli, aquile e orsi bruni, lupi e renne. Nei saliscendi di un´orografia magicamente accidentata l´unica bussola sono i puntini bianchi delle gher, le tende circolari di feltro, dai tetti bassi, trascinate fin dai tempi di Gengis Khan nelle transumanze che attraversano steppe, altopiani, montagne". Per leggere l'articolo integrale clicca qui


30 giugno 2011

"Il lupo azzurro che sottomise il Cielo"
Pietro Citati racconta Gengis Khan sul Corriere

Anche il Corriere della Sera (edizione di giovedì 30 giugno) prende spunto dall'uscita del libro di Grousset per dedicare due pagine, con richiamo in prima, a Gengis Khan. Questa volta però siamo di fronte a un grande articolo, affidato alla penna nobile dello scrittore Pietro Citati che riesce a raccontare in modo avvincente il condottiero mongolo. Vale la pena leggere l'intero servizio, da dove emerge una figura leggendari, quasi divina, a ma nello stesso tempo "umanissima". E rende giustizia non solo a Gengis Khan, ma a tutto il popolo mongolo. Ecco un estratto: "Questo paesaggio di ghiacci, alberi e fiori era dominato da una coppia di animali sacri: il Lupo blu-grigio e la Cerbiatta fulva. Tutti i Mongoli si sentivano lupi blu-grigi e cerbiatte fulve. In primo luogo, erano lupi: gli animali inviati dal Cielo, gli archetipi della stirpe, i possenti antenati. Il lupo, colore del cielo, si incontrava con la cerbiatta, fulva come la steppa. Si amavano furiosamente: il loro connubio era l’incontro della fiera e della selvaggina, del divoratore e del divorato, dell’assassino e della vittima; connubio così spesso raffigurato negli ori della Scizia. Attraverso il lupo e la cerbiatta, i Mongoli diventavano animali. Erano come i cavalli, dai quali suggevano il sangue: come «falconi affamati» : come «cani dalla fronte di bronzo» : come «corvi notturni» : come gru «dalle zampe azzurre e dalle penne color cenere» ; come marmotte, talpe, pesci. Persino le frecce di legno e di penne, su cui scrivevano i nomi, erano una parte di loro: vibravano, attraversavano velocemente il cielo, colpivano da lontano e con innaturale precisione i cervi e i falconi, stabilendo con le vittime un legame strettissimo, che solo i Mongoli comprendevano. Sapevano che gli animali erano figure superiori agli uomini: volavano, nuotavano, odoravano, vedevano di notte, conoscevano il futuro e le lingue segrete. Così, per colpire la preda, essi non dovevano scendere verso gli animali, ma salire a un livello più alto dell’uomo, nel punto in cui l’uomo-animale si trasformava in Dio". Per leggere l'intero articolo e per altre informazioni vai alla sezione Gengis Khan


27 giugno

Dopo 65 anni esce in Italia il libro di Grousset
su Gengis Khan: il Sole 24 Ore dedica una pagina


Gengis, il grande globalizzatore" ha intitolato Il Sole 24 Ore nell'inserto culturale di domenica 26 giugno. Una ricca pagina dedicata al grande condottiero mongolo, in occasione dell'uscita in Italia dello storico libro di René Grousset del 1944, che resta una pietra miliare nella conoscenza di Gengis Khan.Lo possiamo trovare in libreria con il titolo "Il grande conquistatore", pubblicato da Adelphi (344 pagine, 24 euro).Così il giornalista Nicola Di Cosmo lo presenta: "Il libro di Grousset, che andrebbe considerato un oggetto di antiquariato accademico (i nomi di Pelliot, morto nel 1945, ed Haenisch, morto nel 1966, citati nella prefazione come se fossero ancora tra noi fa un certo effetto), ha certamente avuto un ruolo importante nella conoscenza del mondo da cui emerse Gengis Khan e quindi della demistificazione del personaggio, tesa a metterne in risalto soprattutto radici culturali e spessore storico. Ma per quanto frutto di una ricerca meticolosa, e diverso in ciò dai lavori di divulgazione che caratterizzano l'opera di Grousset, si tratta comunque di un lavoro essenzialmente letterario. È basato su un'opera importante, la Storia Segreta dei Mongoli, che narra le origini di Gengis Khan (più correttamente Cvinggis Qan) e la sua ascesa a «conquistatore del mondo».a reazione di chi visita la Mongolia normalmente è: "Sarebbe bello andare a vivere nella steppa in una gher, qualche cavallo, una mandria di yak e fare la vita dei nomadi". A sinistra lo storico francese René Grousset (1885-1992). Clicca qui per leggere l'intero articolo.


23 giugno 2011

Vivere tre anni in Mongolia come i nomadi
Ecco l'esperienza di una coppia con figlio


La reazione di chi visita la Mongolia normalmente è: "Sarebbe bello andare a vivere nella steppa in una gher, qualche cavallo, una mandria di yak e fare la vita dei nomadi". Una coppia inglese, di Bristol, lo ha fatto veramente, almeno per tre anni. Lei, Ruth, ci ha cresciuto anche un figlio mentre lui, Steve, ha condotto uno studio sul gatto di Pallas, lo stupefacente felino dell'Asia Centrale. Ruth Kamnitzer (nella foto, in Mongolia con il figlio Calum), che ha un master in conservazione della biodiversità, ha scritto un articolo illuminante e anche molto divertente ("Allattare nella terra di Gengis Khan"), pubblicato dalla rivista Mothering Magazine e tradotto in italiano da Barabara Siliquini per www.genitorichannel.it. "In Mongolia esiste un detto, citato molto di frequente, che dice che i migliori atleti di lotta libera sono stati allattati almeno fino a sei anni, una cosa non da poco in un Paese dove la lotta libera è lo sport nazionale... Io mi trasferii in Mongolia quando il mio primo bambino aveva quattro mesi, e vissi là finché aveva tre anni". Per leggere l'articolo intero vai alla pagina con l'articolo di Ruth Kamnitzer


14 marzo 2011

Approvata la costruzione di cinquemila chilometri
di ferrovia per il trasporto di materie prime


Ancora un passo avanti per le opportunità la Mongolia sul fronte dello sfruttamento minerario e dei trasporti. "Il parlamento mongolo - si legge sul numero di maggio di IL, mensile del Sole 24 Ore - ha approvato la costruzione di oltre cinquemila chilometri di ferrovia sulla direttrice est-ovest. Una cordata di aziende coreane, guidata dalla Lotte Engineering & construction, è in corsa per l'appalto da 3 miliardi di dollari per realizzare i primi 1.100 chilometl Il progetto agevolerà l'esportazione di materie prime di cui la Mongolia è ricca. A destra, binari attraversano il deserto del Gobi.


1 marzo 2011

Sul Corriere della Sera Gengis Khan diventa
il conquistatore più "ecologista" della storia


Gengis Khan era un conquistatore "ecologista". E' quanto si legge sul Corriere della Sera di oggi - martedì 1 marzo 2011 - in un servizio di Adriana Bazzi dedicato al grande condottiero mongolo, ispirato a una ricerca della Carnagie Institution Department of Global Ecology di Washington. "Ecologicamente parlando, Gengis Khan può essere definito come il conquistatore più 'verde' che la storia abbia mai avuto", esordisce l'ìarticolo che poi circostanzia: "Il grande imperatore dei Mongoli (siamo nel XIII secolo) ha sterminato così tante popolazioni, durante la sua cavalcata dalle steppe asiatiche fino all'Europa dell'Est (non si è mai fermato e portava con sè, anche in battaglia, la sua yurta, cioè una tenda, montata su un carro trainato da buoi, mettendo in pratica un'originale stategia di guerra), che ha poi permesso la riforestazione di un gran numero di terre, prima sfruttate per la produzione di generi alimentari (si calcola che abbia ucciso circa 40 milioni di persone). A sinistra, il ritaglio dell'articolo.


19 febbraio 2011

Nello speciale Viaggi del Corriere della Sera
in copertina sorride una bambina della Mongolia


Una bambina mongola che sorride nello scenario del parco Khustain. E' la foto di Marco Ciglieri che apre lo speciale Viaggi del Corriere della Sera, in edicola domani, domenica 20 febbraio con il quotidiano. Il titolo, "Orizzonti ritrovati", è spiegato nell'articolo di prima pagina di Michele Farina: "Il viaggio, esperienza per eccellenza. D'altra parte 'abbastanza vaneggia chi non si muove', scriveva nel Medio Evo Chrétien De Troyes. Viaggiare per non vaneggiare, ritrovarsi". Trentadue pagine di tendenze, protagonisti, piaceri raccontate da alcune firme del Corriere della Sera, fra cui Iacopo Gori, Rossella Burattino, Carlotta Lombardo, Francesco Battistini, Roberto Perrone, Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Federico Pistone.


5 febbraio 2011

"Ulaanbaatar il posto più brutto del mondo"
Forse per chi vuole attraversare la strada


Dunque, Ulaanbaatar è il posto più bello del mondo, come decanta National Geographic (vedi) nell'ideale classifica delle mete migliori del pianeta, oppure è il più brutto del mondo come infierisce L'Espresso in un discutibile articolo tradotto dall'originale di Andrzej Stasiuk? Clicca qui per leggere l'articolo dell'Espresso. Sull'esaltazione del National Geographic abbiamo già scritto da queste News (notizia del 5 gennaio 2011), prendiamo ora atto di come invece si può raccontare la stessa realtà come in una sorta di Rashomon (il leggendario film di Kurosawa dove ognuno interpreta lo stesso avvenimento in maniera del tutto differente, a seconda della convenienza o dello stato d'animo). Ciò che si legge sull'Espresso è ai limiti del diffamatorio per una capitale giovane e ricca di sorprese, emozionante punto d'incontro di carovane e di gher fino a un secolo fa, poi trasformata dai sovietici in una sorta di Kiev della steppa. Ma l'atmosfera resta magica e spirituale, come recita la motivazione del National Geographic. L'articolo dell'Espresso dice altro, perché Stasiuk "voleva" dire altro. A conferma che questa capitale non lascia indifferenti, sa suscitare emozioni forti, in un senso o nell'altro. E così si accanisce, con quell'odiosa supponenza occidentale, sul tessuto sociale ("Eretta sulla steppa, sulla nuda terra, rammenta un'anti-utopia cittadina"), sull'architettura ("Tutto ciò che è in muratura è sghembo, malfatto, come se fosse il risultato di un gioco da bambini"), perfino sul traffico ("Non conosce pietà. Ulaanbaatar, in particolare per i pedoni". La conclusione a effetto è che: "Ulaanbaatar è il posto più brutto del mondo". Una visione superficiale, che non tiene conto delle meraviglie di questa città, non facili da scoprire, come scrive Paola Frattola, che a Ulaanbaatar ci vive, nel libro "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" di Federico Pistone - Polaris 2010): "Ulaanbaatr è l'incontro degli opposti. Vale la pena entrare nei quartieri, fermarsi ad osservare. Capire è forse impossibile, bisogna però saper ascoltare senza arroganza, saper vedere senza pregiudizi e forse questi opposti ci riveleranno qualcosa di essenziale. Ulaanbaatar non è tanto una città da vedere, ma da vivere, una città dai mille volti, che vale la pena scoprire". Evidentemente non per Stasiuk, preoccupato solo di attraversare la strada. Per approfondimenti su Ulaanbaatar clicca qui


5 gennaio 2011

Il National Geographic elegge Ulaanbaatar
migliore meta del mondo 2011: Sardegna terza


Ulaanbaatar è il luogo più bello del mondo da visitare. La capitale della Mongolia è stata eletta a sorpresa la meta migliore del 2011 dal National Geographic. Molte le motivazioni elencate: fra queste, UB è il punto di partenza per itinerari meravigliosi, ospita splendidi monasteri come Gandan, uno dei più pittoreschi mercati d'Asia, il Narantuul, e il Naadam, la spettacolare celebrazione dei guerrieri mongoli, entrata da poco nel Patrimonio dell'ìUmanità dell'Unesco. Dopo la "medaglia d'oro" a Ulaanbaatar il National Geographic assegna l'argento ai laghi di Pitvice in Croazia e il bronzo alla Sardegna. Le altre località nella top ten mondiale: 4) Tasmania, 5) i fiordi norvegesi, 6) Uruguay, 7) Shimla (India), 8) Messinia (Grecia), 9) Dominica 10) Namibia. Per leggere classifica e motivazioni clicca qui. Nella foto a sinistra (pubblicata dal National Geographic) i piedi della statua buddhista di Mejid Janraiseg, alta 26 metri, all'interno del tempio di Gandan, consacrata nel 1996 dal Dalai Lama.