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PERSONAGGI

ATTILA

 

Attila (406-453 ca.) fu l'ultimo re degli Unni, una tribù nomade di origine turco-mongola che mosse dall'Asia verso Ovest in cerca di un clima più temperato e di pianure fertili. Il suo impero si estendeva dall'Europa orientale fino al cuore dell'Impero Romano di cui divenne il nemico più temuto. Dopo aver conquistato i Balcani e assediato Costantinopoli, attaccò la Francia e nel 452 scacciò da Ravenna l'imperatore Valentiniano III. Poi depredò Aquileia e si rivolse verso Roma: leggendario e misterioso l'incontro con Papa Leone I che alle porte della capitale lo incontrò convincendolo a ripiegare. Attila era soprannominato Flagellum dei per la sua fama di crudeltà e determinazione. Ma chi era veramente questo capo barbaro che ha fatto tremare di paura e affascinare nel contempo l'Occidente? Facile trovare analogie con Gengis Khan, il condottiero che 800 anni dopo Attila regnò sull'Impero più grande della storia, divenendo a sua volta il "flagello di Dio". Le stesse modalità di combattere (velocità sui piccoli cavalli, strategie fulminee ma accuratissime, utilizzo massiccio degli arcieri e un coraggio straordinario) sono del tutto affini a quelli che permisero a Gengis Khan di conquistare un territorio immenso. I Mongoli, oggi, ritengono Attila (nell'immagine raffigurato su una moneta del XVI secolo) una figura cruciale della storia del loro Paese e lo venerano come un eroe nazionale, secondo solo a Temujin. Il grande scrittore mongolo Tudev ritiene inoltre che Attila abbia rappresentato il primo vero contatto tra la cultura mongola e quella italiana e, al di là delle devastazioni e del terrore, il re degli Unni debba essere considerato un'opportunità anche per il mondo occidentale. Per approfondire la conoscenza di Attila, ecco l'intervento di Ferruccio Gattuso (instoria.net)

 

UN BARBARO POLITICAMENTE CORRETTO

La salma di Attila riposava dietro una tenda. Fuori, i cavalieri cantavano i loro lamenti in favore del "più grande degli Unni, Attila, figlio di Mundzuc, signore delle genti più forti". Ad uccidere il condottiero, il temuto padrone del popolo nomade che aveva terrorizzato per otto anni tutta l'Europa (dal 445 al 453), non era stata una spada, né un silenzioso complotto per il potere: Attila - il "Flagello di Dio", come lo avrebbero chiamato i cristiani - si arrendeva nel sonno, accanto all'ultima giovane sposa Ildico, sconfitto da un'emorragia. Soffocato dal sangue, il "nettare" che lo aveva dissetato nel suo viaggio terreno. I guerrieri, in dimostrazione di lutto, si tagliavano le chiome e si facevano tagli sui volti, già deturpati dall'infanzia per un'oscura tradizione. Quando il sole cominciò a tramontare, Attila veniva sepolto. Coperto da tre bare, una d'oro, una d'argento e una di ferro (che stavano a significare le ricchezze conquistate e la potenza delle sue armi), il condottiero assisteva all'ultimo massacro in suo nome: coloro che avevano scavato la fossa e avevano interrato la bara venivano infatti uccisi, come ultimo sacrificio in onore del capo. Indubbiamente questa scena, tragica e grandiosa allo stesso tempo (e che sarebbe entrata nella tradizione dei testi nibelungici), avrebbe rafforzato la fama di Attila come anti-eroe oscuro, incubo dell'Occidente e Oriente cristiani, predone sanguinario. Eppure, nonostante la sua figura sia collegata ai massacri perpetrati dai barbari, Attila non fu solo questo. Tentare una sua riabilitazione è francamente impossibile, ma non si può negare che - per dare una salda unità ad un popolo anarchico e nomade come quello degli Unni - il terrore non sarebbe bastato: Attila diede agli Unni una gerarchia, un ordine sociale, chiari obiettivi da raggiungere, un sentimento (per ricorrere ad un'inevitabile forzatura) di nazionalità. La sua parabola sarebbe durata poco più di un decennio, e così quella degli Unni. Gli Unni, un popolo venuto dal nulla e tornato nel nulla.


ARRIVANO GLI UNNI

Le prime avvisaglie dell'espansionismo unno in occidente si hanno nell'anno 337, quando gli avamposti romani sul Danubio si mobilitarono in seguito a preoccupanti movimenti fra i popoli dell'est e del Nord. Poche notizie arrivavano ai romani: tra queste quella di un popolo terribile che metteva in fuga le più disparate popolazioni barbare. Gli stessi Goti - considerati dai romani maestri di guerra - fuggivano verso ovest alla sola minaccia dell'arrivo di questi misteriosi guerrieri nomadi. Quell'agitarsi oltre confine non era che il crollo del regno degli Ostrogoti sotto le spade e gli archi di questi nuovi barbari, chiamati Unni: il re ostrogoto Ermanarico si era suicidato buttandosi sulla spada piuttosto che finire nelle loro mani. Cosa che accadde all'erede al trono, il pronipote Vitimero, ucciso in battaglia nemmeno un anno dopo. Crollava quindi un regno che aveva svolto ruolo di diga dalla Finlandia al Caucaso, nei confronti del misterioso Oriente. E proprio da lì, si presume, venivano gli Unni, popolo la cui nascita è persa nella notte dei tempi, forse nelle province della lontanissima Cina (si dice, addirittura, che la Grande Muraglia cinese fosse stata costruita proprio a causa loro). I Romani avrebbero ben presto saputo che, prima degli Ostrogoti, a perdere la sovranità e la libertà erano stati altri popoli barbari, come gli Alani, gente nomade esperta nella guerra, i Visigoti, i Sarmati. L'avanzata degli Unni avrebbe cambiato il destino dell'Impero romano: i Goti in fuga andavano fermati con le armi, e numerosi scontri si verificarono con i romani. "Come prima conseguenza - scrive Mario Bussagli nel suo Attila - si ebbe la catastrofica sconfitta romana di Adrianopoli (378), che fu il più grande disastro militare dell'Impero; talmente grande che nessuno poté lasciare un convincente resoconto di quanto era avvenuto". Queste vicende, e la descrizione più scrupolosa degli Unni e delle genti barbare si ha dallo storico romano Ammiano Marcellino (ca. 330 - 400). Ammiano parla, in modo efficace, di "quel fiume di uomini che non si era mai visto prima". Dopo Adrianopoli, Unni e i sottomessi Goti spadroneggiarono per i confini orientali dell'Impero, sfiorando persino Costantinopoli, che peraltro fu misteriosamente risparmiata.

 

GAMBE STORTE E PIOGGIA DI FRECCE
Sempre ad Ammiano Marcellino si deve la "fotografia" più credibile degli Unni: una stirpe, scrive lo storico romano, "poco nota alle grandi opere del passato [che] trascende qualsiasi misura per ferocia bestiale". Per secoli, fino a oggi, la rappresentazione negativa degli Unni resisterà nell'immaginario collettivo, a dispetto della semplice realtà: e cioè che gli Unni, come tutti gli altri popoli di quei tempi, possedevano un lato selvaggio e un lato più umano. Il primo fu esaltato dalla storiografia cristiana che vide negli Unni una minaccia al proprio credo: gli Unni non perseguitavano i cristiani, anzi nel periodo di Attila li accettavano nelle proprie comunità: ma non si convertivano. E così proprio da Ammiano Marcellino sappiamo che i maschi Unni, sin dalla prima infanzia, sfoggiavano terribili cicatrici sul volto. Erano le madri a procurargliele con armi in ferro, per due motivi: il futuro guerriero doveva abituarsi al dolore e, così facendo, le ferite impedivano la crescita dei peli e, di conseguenza, di una barba voluminosa, considerata antiestetica. Lo stile di vita degli Unni, nelle parole di Ammiano, è qualcosa di affine alla mostruosità: si cibano di radici di piante e di carne praticamente cruda; per tutta la vita adulta indossano al massimo due vestiti, fatti di peli di topo e di vari animali, che si consumano sul corpo, senza mai essere lavati. Per questo motivo, gli Unni emanano un odore nauseabondo, che sfruttano come arma di terrore psicologico nei confronti del nemico, e inoltre allontanano gli stessi animali predatori che girano intorno ai loro accampamenti. Il terribile odore che emanano proviene anche da un'usanza curiosa: gli Unni vivono letteralmente a cavallo e, per non procurare piaghe all'animale, inseriscono pezzi di carne cruda sotto la sella, lasciandola marcire. L'unno contratta a cavallo, dorme a cavallo - appoggiato al collo dell'animale - mangia a cavallo e fa addirittura i propri bisogni a cavallo, sporgendosi su un lato dell'animale. Queste testimonianze sugli Unni sembrano vere, confermate da varie fonti e da un fatto curioso: Attila e il fratello Bleda trattarono la pace di Margo coi romani d'Oriente (di cui parleremo in seguito) restando in sella, per esplicita loro richiesta. In questo modo si sentivano psicologicamente più sicuri e non mostravano la loro più evidente caratteristica somatica: gambe stortissime, proprio per l'abitudine cavallerizza, e statura non particolarmente alta (gli Unni hanno origini mongole e cinesi, di popoli cioè minuti). Addirittura, molte fonti parlano di una incapacità degli Unni di camminare bene, e soprattutto di correre, avendo, a causa delle gambe molto storte, poca presa sul terreno. Particolarità dell'unno, oltre all'abilità a cavallo, era l'uso dell'arco: magnifici tiratori, gli Unni ricorrevano a tecniche di guerriglia efficacissime, con attacchi improvvisi, repentine ritirate strategiche e improvvisi nuovi attacchi a distanza. I nemici degli Unni ricorderanno con terrore i loro nugoli di frecce che, improvvisamente, oscuravano il cielo e portavano la morte. "Per queste ragioni - scrive Ammiano Marcellino - ti sarà facile definirli i più tremendi guerrieri che esistano, poiché combattono da lontano con frecce e punte da lancio fabbricate in osso, al posto di quelle normali, messe insieme con un'abilità meravigliosa. E quando le distanze si scorciano combattono con la spada senza alcun timore per la propria incolumità". In più, questi pericolosi barbari ricorrono all'uso del laccio, con cui legano e soffocano il nemico: questa loro arma ha origini dal lontano oriente, basti pensare ai lacci dei terribili tughs indiani o a quelli cinesi ai tempi dei T'ang e dei Sung. "La ferocia unna - spiega Mario Bussagli - era diversa. Finalizzata, razionale, usata come strumento di terrore, risente dell'esperienza del cacciatore che intende diminuire le capacità di reazione della selvaggina pericolosa. E diviene perciò disumana, ma non sul piano di una spinta distruttiva eccitata e bestiale con tutte le implicazioni psicologiche che un'ubriacatura di strage e di massacro può offrire. È qualcosa di assai più raffinato, qualcosa di sistematico, in cui ogni singolo cavaliere si inserisce per istinto […]" L'unno è quindi - per un usare un termine attuale che rende efficacemente l'idea - un uomo da commando.

 

SACCHEGGIO E LIBERO SCAMBIO

Continuando a descrivere il suo aspetto, lo scrittore Sidonio Apollinare affermava: "Orrendi sono anche i volti dei loro neonati, la cui testa è un'informe massa rotonda". Gli occhi, piccole luci fredde senza umanità, erano infossati sotto la fronte. Tra di essi vi era un naso schiacciato, che non sporgeva quasi dal viso: sin da neonati ai maschi veniva stretta sul naso una benda, in modo da impedirne la crescita, questo perché il naso non superasse la protezione dell'elmo. Tutte queste descrizioni fanno ben comprendere come il pensiero della guerra, e della sua inevitabilità, facessero parte della cultura unna. Eppure gli Unni non erano solo esseri spregevoli e orrendi. La società unna era poligama, vi era un'aristocrazia di nascita, l'etichetta negli ambienti più elevati era particolarmente elaborata (da qui è facile identificare le origini orientali, e in particolare cinesi e persiane, di questo popolo). Il saccheggio era fondamentale all'economia unna, ma così anche il libero commercio: ovunque gli Unni si stabilissero, e dopo qualunque patto di non belligeranza, chiedevano come primo requisito la possibilità di commerciare liberamente. Con ironia, si può dire che essi furono i primi liberisti. Molti popoli divenivano loro schiavi ma, come nella società romana, anche in questa lo schiavo poteva guadagnarsi la libertà e, una volta ottenuta, non vederla mai più minacciata. Molti fuggivano all'arrivo degli Unni, ma molti rimanevano e con loro convivevano: soprattutto gli agricoltori, che nell'economia unna erano considerati fondamentali. Infine, come scrive Patrick Howarth nel suo Attila, "non esistono prove di persecuzioni sui cristiani da parte di Attila o dei suoi predecessori; anzi, dai documenti appare chiaro che all'interno dell'impero unno i cristiani erano lasciati liberi di professare la propria fede".


FIGLI DELLE STREGHE E DELLA FORESTA

Storia e leggenda si accavallano nel tentativo di identificare le origini degli Unni. Lo storico medioevale Giordane, che studiò le guerre gotiche, narra di una leggenda secondo cui il re dei goti Filimero scoprì fra i suoi sudditi di origine scita alcune donne che praticavano stregoneria e, per questo motivo, le cacciò nei boschi selvaggi della Scizia. Lì alcuni spiriti maligni della foresta si accoppiarono con queste donne, dando vita ad una stirpe orrenda di ominidi simili agli gnomi, da cui sarebbero poi venuti gli Unni. Lo storico romano Prisco, molto più realisticamente, identifica il punto di propagazione degli Unni in tutta Europa vicino al mare d'Azov: da qui gli Unni si spostano verso le grandi pianure della Russia e poi in quel territorio che è oggi la moderna Ungheria, dove resteranno per parecchio tempo, seguendo sempre una vita nomade e divisa in gruppuscoli e tribù indipendenti. Tornando alla rappresentazione negativa degli Unni, alcuni sostengono - in modo suggestivo ma non oggettivamente accertato - che il termine "orco", che deriva dal francese "ogre", abbia le sue radici nella parola "hongre", cioè "ungherese": questo passaggio collegherebbe così gli Unni, stanziati come detto in Ungheria, agli orchi. Ennesima prova di come l'aspetto di questi barbari risultasse terrificante agli altri popoli di quei tempi. Un'altra leggenda collega gli Unni ai mostruosi popoli di Gog e Magog, chiusi nelle gole del Caucaso da Alessandro il Grande. Dopo averli sconfitti, Alessandro ordinò che fossero sigillati dietro immense porte di ferro. All'esterno di questa prigione naturale, il condottiero diede ordine di costruire delle gigantesche trombe di ferro che, al soffiare del vento, emettevano suoni simili a quelli delle trombe militari. Gog e Magog, pensando che l'esercito era fuori, pronto a sterminarli, non uscirono dalle gole per secoli, finché alcuni gufi fecero il nido nelle trombe, zittendole. I mostruosi esseri quindi uscirono e, vedendo che non c'era alcun esercito, cominciarono a propagarsi per il mondo. Le origini storicamente più solide degli Unni vanno identificate nel popolo cinese degli Hsiung-nu, anche se le differenze tra i due popoli sono molte. Altri vedono nel termine "unno" la radice della parola iranica "hun", che indica "potenza" e "forza". Intorno al 60 d.C. alcuni Hsiung-nu, da tempo immemore predoni sul confine cinese, volgono lo sguardo verso ovest. Dalla lotta per il potere di due fratelli nacque una sorta di guerra civile: una parte del popolo seguì un fratello, di nome Hu Han-hsieh, che si accordò con la Cina, una parte invece seguì l'altro fratello, di nome Chih-chih, fuggendo verso il Medio Oriente. Un secolo e mezzo dopo la morte di Chih-chih, questo misterioso popolo, ormai mescolato a diverse altre razze, è nella zona del mar Caspio. Da qui, spostandosi verso il continente europeo, gli Unni (a questo punto pare corretto chiamarli così) si stanziano nella regione ungherese. "Alla fine del IV secolo - scrive Patrick Howarth - gli Unni erano ormai saldamente attestati sulle rive del Danubio, il fiume che segnava il confine orientale dell'Impero Romano".

 

PRIMA DI ATTILA
Nell'anno 395 un inverno eccezionalmente rigido fa gelare il Danubio e permette agli Unni di attraversarlo facilmente. Gli Unni si dirigono quindi in Tracia, territorio romano ai confini con la Dalmazia.  Da qui i barbari dilagano anche in direzione dell'Asia minore, in Armenia. il primo capo unno che portò i suoi guerrieri al di là del Danubio si chiamava Ulde, identificato come il probabile nonno di Attila. Descritto come "il Principe degli Unni", Ulde aveva grandi ambizioni: al primo incontro con gli emissari imperiali respinse ogni accomodamento e disse che la conquista unna avrebbe seguito il correre del sole. Oggi la si definirebbe una "sparata", e così fu: Ulde venne battuto e messo in fuga dai romani, e malinconicamente riattraversò il Danubio. Evidentemente, gli Unni avevano bisogno di un grande leader, qualcuno che sapesse unire tutto il popolo, diviso in tribù. Sembrò agli Unni di averlo trovato nel 420 d.C., quando il comando della maggiore confederazione di tribù unne venne assunto da Ruga (che nei vari testi antichi è chiamato anche Rua, Rugila e Roilas). Ruga è considerato un primus inter pares con i fratelli Octar (o Uptar) e Munzuc (o Mundiuch). Munzuc avrebbe avuto due figli, Bleda e Attila (l'incisione sopra è del XV secolo), che avrebbero ben presto conquistato il potere. Nel 442 Ruga, sicuro del proprio potere ormai assoluto, pensa che sia venuto il momento giusto di continuare l'opera dello sfortunato Ulde: approfittando delle difficoltà dell'Impero Romano impegnato a combattere i Persiani, decise di scatenare i suoi Unni nella zona del Basso Danubio, e da qui tornare in Tracia, in pieno territorio romano. L'Impero, in difficoltà, pensò bene di venire a trattative, ben sapendo che gli Unni svolgevano, per tradizione e necessità economiche, una sorta di racket. Il governo di Teodosio II, in cambio della pace, dovette mettere mano al portafogli: i romani avrebbero pagato la tranquillità ai confini orientali con un tributo annuale di 350 libbre d'oro o di 25.200 solidi. Nel frattempo, gli Unni soddisfano la loro sete di saccheggio altrove: nei pressi del Reno, ad esempio, dove compiono stragi tra i Burgundi. Per sette anni Unni e Burgundi si combatteranno senza pietà, fino alla distruzione finale del regno burgundo nel 437, avvenuto sotto Attila e Bleda, regnanti già da due anni. Lo scontro tra Unni e Burgundi viene ricordato nei testi più antichi della cultura germanica, a cominciare dal ciclo-epico-leggendario dei Nibelunghi.
Il regno di Ruga si ricorda, oltre per questa guerra vittoriosa con i Burgundi, per la mancata vittoria nei confronti di Bisanzio. Nel 434 Esla, ambasciatore unno, si recava alla corte di Costantinopoli per presentare la solita richiesta da racket. Ruga chiedeva la restituzione di alcune tribù unne fuggite dal gruppo principale degli Unni e rifugiatesi nei confini romani d'oriente: gli Amilzuri, i Tunsuri, gli Itimari e i Boisci. Queste genti fungevano da militi mercenari per Bisanzio, ed erano dimostrazione vivente della mancata unità degli Unni sotto il potere assoluto di Ruga. Bisanzio in quel momento era impegnata in guerre africane, e un conflitto occidentale avrebbe implicato due fronti su cui combattere e uno sforzo bellico insostenibile. I negoziati si fanno così inevitabili: quando però si avvicina la primavera - stagione adatta ai combattimenti - Ruga trova la morte. L'evento gettò gli Unni in uno stato confusionale, dissolse la minaccia su Bisanzio e sembrò preludere ad un periodo di calma. Quanto fosse infondata questa speranzosa impressione lo rivelano immediatamente i nomi dei suoi successori. Perché a Rua succedettero i nipoti Bleda e Attila, figli di Munduch. Il peggio - per gli imperi romani - doveva ancora venire".


IL POLITICO CHE SFIDO' ROMA

Gli storici del basso impero vedono in Attila l'artefice dell'ascesa dell'impero unno. Attraverso questi testi (tra cui va citato anche Sant'Ambrogio), Attila è descritto come un essere estraneo al mondo civilizzato, simbolo di ferocia e barbarie. Come detto, Attila viene visto, per molti secoli, come simbolo anti-romano e anti-cristiano. Eppure, quando Attila e Bleda salgono al potere, l'impero unno è già estesissimo: Octar domina ad Occidente nel territorio della moderna Germania, Ruga ad Oriente, alle porte di Costantinopoli. La grandezza di Attila non sta nella semplice estensione territoriale del dominio unno, ma nella riorganizzazione della società unna e delle strategie di espansione. Attila comprese che i due avversari (non odiati, ma temuti e addirittura stimati: la cultura romana veniva da lui vista come qualcosa di importante, da avvicinare e assorbire) erano gli Imperi Romani d'Occidente e d'Oriente. "Attila - scrive Bussagli - dunque è, soprattutto, un politico: spesso è un comandante vittorioso e molto abile, ma non uno stratega geniale. Probabilmente invece fu un ideologo audacissimo quanto incompreso. Ma quest'ultimo aspetto apparirà molto più chiaro quando ne avremo seguito la meteora sanguinosa. Forse fu conscio del personaggio che aveva voluto creare e vivere, forse ebbe notazioni istrioniche. Certamente ebbe un senso di giustizia, innato e profondo". Continua Bussagli dicendo che "sarebbe fuorviante considerare Attila alla maniera di altri conquistatori centro-asiatici, anche perché Attila è personaggio europeo, quale che sia l'origine delle sue orde". Questa, quindi, è la diversità importante di Attila: a dispetto della demonizzazione occidentale e cristiana, il capo degli Unni non è una "bestia orientale", un Gengis Kahn o un Ivan il terribile, due altri personaggi demonizzati (più giustamente) nel mondo civilizzato, ma un europeo che pensa e agisce da europeo. Dei primi decenni della sua vita non si sa nulla: quando sale al potere, Attila è sicuramente in una posizione di inferiorità rispetto al fratello Bleda. La tradizionale "diarchia" unna vede in lui, quindi, l'anello debole.
La prima apparizione ufficiale di Attila, accanto al fratello Bleda, è in occasione dell'incontro con i plenipotenziari romani, da cui nascerà la pace di Margo, nel 435 d.C. I romani intendevano prendere contatto con i successori di Ruga al fine di "rinnovare il contratto" dei rapporti tra romani e Unni. Le condizioni del nuovo racket erano alquanto precise ed esose: Attila e Bleda chiedevano ai Romani di non accogliere più fuggiaschi dalle terre degli Unni, chiedevano anche la restituzione di tutti coloro che si erano riparati dietro le mura romane, Nel caso che i Romani non intendessero abbandonare al loro destino (un destino poco salutare…) i fuggiaschi, i Romani avrebbero dovuto pagare 8 solidi d'oro per ognuno di essi. Infine, l'ultima richiesta si riferiva ad un maggior sviluppo del libero commercio nella regione, e un raddoppio del tributo annuale già concordato con Ruga, ora giunto a 700 libbre, una somma enorme. L'imperatore Teodosio ratificò il trattato, ma con nessuna intenzione di rispettarlo, questo è certo. Restituzioni umane ce ne furono, ma poche: tra queste, quelle dei nipoti "traditori" di Attila, Mama e Atakam, che - una volta nelle mani degli Unni - vennero condannati alla crocifissione. Per altri quattro o cinque anni di Bleda e Attila non si hanno più notizie: quel che è certo è che, per un po' di tempo, le attenzioni di Bleda e Attila si volsero a Nord e ad Occidente. Tra il 439 e il 440 d.C. Roma subì diverse preoccupanti limitazioni: i Vandali occuparono Cartagine, che, dopo la distruzione in epoca lontana (Repubblica Romana, terza guerra punica, 202 a.C.), era tornata ad antico splendore, e si riversarono da qui verso la Sicilia. Contemporaneamente, i Persiani sfondavano in Armenia. Gli Imperi Romani d'Occidente e d'Oriente si trovarono così in condizione di debolezza, e Bleda, più che Attila, pensò fosse venuto il momento giusto per sferrare l'attacco decisivo al grande avversario. Il primo annuncio di nuove ostilità dopo la pace di Margo è l'attacco unno al fortilizio romano di Castra Constantia, sul Danubio. Rompere un trattato, anche in quei tempi lontani, richiedeva un pretesto: gli Unni si inventarono l'assurda storia che il vescovo di Margo era entrato di nascosto in territorio unno e aveva comandato la trafugazione di alcune tombe dei re Unni. A questa sonora "balla", scrive Patrick Howarth, "sorprendentemente gli emissari romani con cui gli Unni trattarono non confutarono quest'acccusa e nemmeno fornirono una risposta al ben più concreto reclamo che un grande numero di fuggiaschi dall'impero unno erano ancora trattenuto contro le disposizioni del trattato di Margo. Gli Unni richiesero la resa immediata del vescovo e dei fuggiaschi: queste richieste non vennero esaudite e così ne seguì una nuova azione militare".
La guerra voluta da Bleda vide Attila in posizione subordinata: nel 441 Margo fu espugnata (lo stesso vescovo, arresosi, aprì personalmente le porte della città) e la gloria andò, prevedibilmente, tutta a Bleda. Non solo: Attila per buona parte di questa guerra tenne sé e i suoi uomini in disparte, persino mantenne buoni rapporti con Costantinopoli. Solo successivamente Attila si unì a Bleda e, per cause rimaste sconosciute, nel pieno dei combattimenti, nel 443 d.C., Bleda morì. La leggenda, veramente poco credibile, dice che Bleda - d'improvviso disinteressato agli onori della guerra - si ritirò a vita privata e alla sua passione, la caccia, e che durante una battuta restò ucciso. Un'altra fonte sostiene - molto più plausibilmente - che, dietro la morte di Bleda, si stagliasse l'ombra inquietante di Attila. Si parla anche di un vero e proprio colpo di stato ad opera di Attila, e anche di un tentativo di assassino di Attila ordinato da Bleda ma sventato dagli uomini del fratello.
Ora, nell'anno 443 d.C., Attila si trovava improvvisamente unico re degli Unni. Come scrive Howarth, "fu il primo uomo a potersi dichiarare tale con assolutezza e fu anche l'ultimo". Il sogno
delle genti unne sembrava ora potersi realizzare: un uomo carismatico, potente, dotato di una visione lungimirante, aveva riunito tutte le tribù e dato loro uno scopo. Uno scopo terribile e grandioso allo stesso tempo: la sconfitta di Roma.