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PERSONAGGI

CHOIBALSAN

LO STALIN MONGOLO, TERRORE E ORGOGLIO
Khorloogiyn Marshal Choibalsan è un personaggio molto controverso della storia recente della Mongolia. Eroe della rivoluzione che nel 1921 cacciò i cinesi dalla Mongolia, divenne leader del Paese dal 1928 ricalcando le orme dell'alleato sovietico Stalin: giunto al potere grazie al sistematico sterminio dei suoi rivali, Choibalsan governò con ferocia nel nome di un socialismo ortodosso che non concepiva nessuna forma di religione. Proprio lui, che era stato monaco al monastero di Gandan, fece giustiziare almeno trentamila religiosi, costretti a scavare la fossa prima di essere abbattuti con un colpo di pistola alla nuca. Quasi tutti i monasteri che fiorivano su tutto il territorio della Mongolia, autentici gioielli architettonici, furono rasi al suolo. Per decenni Choibalsan, in un crescendo di terrore e di servilismo verso l'amico Stalin, uccise e deportò in Siberia chiunque fosse sospettato di essere contrario al suo regime totalitario. Appoggiò l'Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale (ancora oggi sono disseminati ovunque retaggi di quell'alleanza bellica) ma nel 1945, Choibalsan fece il primo passo contro la volontà di Stalin: occupò con 80.000 soldati la Mongolia Interna cinese, cercando di rientrare in possesso di quella terra desertica culturalmente e tradizionalmente di appartenenza mongola. L'esercito sovietico intervenne costringendo le truppe mongole a desistere nell'impresa. Nel dopoguerra, la Mongolia fu a un passo dal diventare uno stato dell'Unione Sovietica a tutti gli effetti. Choibalsan si rifiutò e addirittura prese a schiaffi Toka, il leader di Tuva (stato a nord ovest della Mongolia) che scelse di abbandonare l'indipendenza per entrare a far parte dell'Urss. Choibalsan, che era nato nella provincia di Dornod (non lontano dalla città che oggi è stata ribattezzata in suo onore, Choibalsan), morì di cancro nel 1952, un anno prima di Stalin. Molti mongoli, nonostante le cicatrici che questo statista ha provocato nell'anima del Paese, continuano a ritenere Choibalsan un personaggio positivo e a lui, oltre a dedicare una città e altre località, hanno eretto monumenti e dedicato musei e scuole. Resta infatti il suo impegno senza compromessi per l'indipendenza del Paese. Ma a che prezzo.

 

IL DESERTO DEI MONGOLI
di Ilaria Maria Sala (da "Diario")

Proprio nel centro di Ulan Bator, di fronte al ministero degli Affari Esteri, c’è una piccola casa di legno, costruita alla fine del’Ottocento da un architetto tedesco. È una casetta semplice, dipinta a colori gentili, e dotata di una certa dolcezza, che fa pensare alle case descritte nelle favole, come quella di biscotto e marzapane di Hansel e Gretel. All’interno non c’è né una strega cattiva, né un racconto di favola, tutt’altro: questo, è il Museo delle vittime della persecuzione politica, un tributo toccante al primo ministro Genden, offertogli dalla figlia, Tserendulam Genden, a più di sessant’anni dalla morte. (A sinistra, Marshal Choibalsan)
Il primo ministro fu ucciso a Mosca, dietro ordine di Stalin, nel 1937, l’anno in cui ebbe inizio il periodo più buio della repressione e della violenza politica in Mongolia. Nel giro di due anni, vennero giustiziate decine di migliaia di persone, con dinamiche che restano ancora oggi parzialmente avvolte dal mistero. Per questo il piccolo museo di Ulan Bator è stato creato : sia in memoria del primo ministro, che per compilare una lista accurata delle vittime delle persecuzioni politiche, per recuperare la loro storia, e riabilitare il loro nome. «La cifra esatta delle vittime non può ancora essere stabilita», commenta la signora Genden, «nel museo abbiamo la documentazione della morte di 35.000 persone, ma so che il nostro lavoro, per quanto triste, è ancora lontano dall’essere terminato. Fra gli storici circolano stime secondo le quali ci sarebbero stati fino a centomila morti, che, rispetto ad un paese come la Mongolia, è ancor più impressionante. Con una violenza di queste dimensioni, non c’è da stupirsi che la gente abbia trascorso nella paura gli anni sotto l’influenza dell’Unione Sovietica».
Nella prima stanza del museo, appena entrati, si vedono pendere dal soffitto tre stendardi di seta colorata, che arrivano fino a terra, uno giallo in memoria dei monaci, uno rosso in memoria dei soldati, e uno blu in memoria degli intellettuali uccisi. Alle pareti, c’è una lista di 12.500 nomi scritti a pennello su una superficie di legno. Molti di questi hanno accanto un piccolo puntino colorato, di nuovo in giallo, rosso o blu, a seconda della categoria professionale a cui apparteneva la vittima, mentre la gente comune è ricordata solo con il nome, e le date di nascita, e di morte.
«Questo può dare un’idea dello stato in cui i russi volevano ridurre il paese: dopo le purghe staliniste, ci siamo ritrovati praticamente senza intellettuali, né tecnici, né persone che avessero studiato e che conoscessero la storia e le tradizioni della Mongolia. L’anima religiosa del paese, il nostro clero lamaista, è stato massacrato. Massacrato. Tirati fuori a forza dai templi i monaci, anche quelli anziani, e caricati sui camion, per essere poi fucilati in mezzo alle praterie. Molti altri sono morti nei campi di lavoro in Siberia, e su di loro è più difficile avere dettagli precisi. Non mi so spiegare la brutalità che c’è stata qui, nel nostro Paese: è un fatto che va riconosciuto, siamo spesso stati noi stessi mongoli a uccidere i nostri fratelli e sorelle. Anche se dietro ai plotoni di esecuzione c’erano sempre dei russi che supervisionavano le cose, il lavoro sporco lo abbiamo fatto da soli. Perché? Forse siamo rimasti feroci come i guerrieri del passato? O pensavamo davvero che chi non uccideva sarebbe stato ucciso? Il compito grosso che ci resta oggi non è solo quello di compilare le liste, è chiaro. Bisogna educare le persone su quello che è successo nel nostro Paese, dato che questa è storia che per settant’anni non è stata studiata nelle scuole. E poi, bisogna anche che cominciamo a guardarci dentro, capire come è potuto succedere tutto questo: noi mongoli siamo gente caparbia, al punto da essere riusciti a far sì che il terrore fosse più violento qui che nella stessa Mosca!», dice Gantulga, uno dei responsabili del museo. Nelle altre stanze si possono vedere documenti e oggetti appartenuti ad altre vittime delle persecuzioni politiche: fotografie, pagine di libri e giornali incriminanti, con brevi biografie delle persone che vennero poi denunciate e uccise. Poi, si entra nello studio del primo ministro che è stato ricostruito grazie a illustrazioni sopravvissute alla distruzione, e ai ricordi ancora vividi di sua figlia. Sulla sinistra la scrivania, messa un po’ di sbieco rispetto alla finestra, come piaceva a lui, poi le penne, la sedia, qualche appunto preso a mano, tutto quello che è stato possibile ritrovare fra gli oggetti che gli erano appartenuti. A destra, una foto di Lisa Larsen dall'archivio Life.
In un piccolo ufficio, freddissimo, al primo piano, la signora Genden continua il racconto della sua vita, e di ciò che l’ha portata a essere così determinata nel lavoro di recupero della memoria: «Non siamo riusciti a scrivere tutti i nomi sulle pareti, per una questione di spazio. Ho cominciato a raccogliere i nomi delle vittime delle purghe staliniste appena è stato possibile, e continuo a scoprirne ancora oggi, ma non so quando finiremo. Siamo molto aiutati dalle persone di Memorial, in Russia, e sono stata diverse volte a fare ricerche negli archivi in Polonia, e a Mosca. Adesso che sulle pareti del museo non c’è più posto, tutti i nomi nuovi che riusciamo a documentare vengono inseriti nei nostri archivi, dove possono essere consultati da chiunque lo voglia», spiega la figlia del primo ministro. Una signora gentile e ospitale, di 74 anni, che colpisce, oltre che per la mancanza di astio, anche per la forza e l’energia straordinarie che la animano. «Quando Stalin ordinò a mio padre di procedere all’eliminazione dei monaci, lui rispose che non ne vedeva la giustificazione. Ma questo rifiuto arrivò alla fine di un periodo di acceso disaccordo che durava già da alcuni anni: mio padre non condivideva le idee di sviluppo economico che Stalin voleva applicare alla Mongolia, che prevedevano un sovvertimento totale della nostra economia. Fu dunque accusato di essere un revisionista e un capitalista, e di non essere in grado di mostrarsi sufficientemente fermo con il clero. Fino al giorno in cui, durante un incontro all’ambasciata mongola a Mosca, nel 1936, nel corso di un ricevimento, mio padre disse a Stalin: “Se la Mongolia non riuscirà a svilupparsi economicamente, sapremo a chi dare la responsabilità!” Litigarono. Stalin gli disse: “Tu, zoppo come sei (mio padre in effetti zoppicava, in seguito ad un incidente di caccia) crederesti di poter essere il re della Mongolia?”»
«E lui rispose: “Se tu, che sei georgiano, credi di poter essere il re della Russia, perché non potrei io essere re del mio proprio Paese?”. Qualche settimana dopo fu arrestata tutta la famiglia: io, mia zia e mia madre fummo tenute rinchiuse in una stanza d’albergo per un anno e tre mesi, a Mosca, mentre mio padre fu “invitato a riposarsi” in Crimea, in una città sul Mar Nero chiamata Foros – la stessa dove venne arrestato Gorbaciov durante il putsch, nel 1991. Non lo rividi mai più: fu fucilato il 26 novembre del 1937, il giorno dell’Indipendenza della Mongolia».
Per quanto sia un tema rimasto tabù per molti anni, quello che passò alla storia come «il caso Genden» è stato documentato con tutta l’impressionante accuratezza burocratica che caratterizza molte dittature: non essendoci davvero nessun capo d’accusa contro il primo ministro mongolo, ne fu inventato uno su misura, malgrado che questo figlio di pastori fosse stato uno dei fiori all’occhiello della nuova amministrazione socialista. Trovare dei falsi accusatori non richiese troppo sforzo, e in poco tempo a Genden venne imputato di essere una spia dei giapponesi, e un controrivoluzionario.
«L’epoca del terrore cominciò così. Tutti coloro che erano stati vicino a Genden vennero arrestati e uccisi: 115 uomini, in parte del governo e in parte dell’amministrazione, e 65 militari. Il potere venne preso dal maresciallo Choibalsan (a sinistra), che si accaparrò tutte le cariche, una dopo l’altra, divenendo in breve tempo dittatore assoluto», precisa Gantulga. La figlia del primo ministro si ritrovò scaraventata in un incubo: «Avevo otto anni, all’epoca, e sarei dovuta andare a scuola, però per non farci uscire inviavano degli insegnanti in albergo, che erano in realtà degli agenti del Kgb, che mi insegnavano alcune cose, in russo, e intanto sorvegliavano tutto. Quando fummo rilasciate, e ci venne permesso di tornare a Ulan Bator, avevo grosse difficoltà a scrivere in mongolo, e fui mandata a fare due mesi di corso rapido di lingua. Non durò molto: appena giunse la notizia dell’uccisione di mio padre, venni espulsa da scuola, in quanto figlia di un nemico del popolo. Però ho continuato a studiare: aspettavo l’uscita da scuola, e copiavo le lezioni dal quaderno delle mie amiche. Sono riuscita a continuare gli studi, malgrado tutta la discriminazione, e sono diventata cardiologo». Choibalsan, dopo un governo sanguinoso che terrorizzò la popolazione (l’unica ragione per cui è ricordato in modo positivo fu la capacità di restare leale a Stalin, pur evitando che la Mongolia fosse assorbita dall’Unione Sovietica) morì nel 1956. Presero il potere un suo fedele, il presidente Tsedenbal (a destra in una foto dell'archivio Life), e sua moglie Filatova, una contadina russa selezionata per lui dal NKVD (Narodnii Kommissariat Vnutrennykh Del, o Commissariato del Popolo per gli Affari interni, precursore del Kgb). Alle massime cariche di governo per 44 anni, Tsedenbal è ricordato oggi per essere stato uno degli uomini più grigi e meno ispirati che siano mai esistiti, per quanto molto meno sanguinario di Choibalsan. Sotto di lui, la Mongolia si tramutò in un Paese soffocato da una burocrazia puntigliosa e onnipresente; ben oltre i limiti dell’assurdo. Una delle invenzioni di Tsedenbal prevedeva che ogni cittadino scrivesse interminabili diari ed elenchi di buoni propositi, piani su piani e progetti su progetti per migliorare sé stessi e il Paese, e che dovevano essere costantemente aggiornati. Col passare degli anni i diari mongoli si riempirono di obiettivi sempre più elevati ed assurdi, riuscendo a disegnare una sorta di esistenza collettiva parallela, quella riportata e pianificata nei diari, che aveva sempre meno punti di contatto con la realtà quotidiana.
Oltre ai buoni propositi, i Tsedenbal amavano la pompa e le medaglie, e istituirono un sistema perenne di premiazioni, con il quale quasi tutti quelli che si impegnavano un po’, in un modo o in un altro, riuscivano a farsi decorare almeno una volta nella vita. Medaglie per chi faceva molti figli o per gli eroi del lavoro, o anche solo per gli eroi del Piano quinquennale. Il risultato fu una distribuzione di medaglie, che rese più inusuali quelli privi di decorazioni che non i pluridecorati.
«Le medaglie non venivano date a tutti coloro che le avevano guadagnate: mia madre non ha mai ricevuto le sue, malgrado i suoi meriti di cardiologa, come punizione per essere figlia del primo ministro nemico del popolo», commenta Bekhbat, nipote di Genden. Il grigio regno di Tsedenbal non si contraddistinse, come quello di Choibalsan, per gli spargimenti di sangue insensati e indiscriminati, ma per un controllo lento, inesorabile e capillare della nazione, che produsse un effetto pauroso e soporifero allo stesso tempo.
La signora Genden racconta di aver creato il museo in testimonianza di un amore doloroso per il padre scomparso, e per cancellare la falsa accusa dal nome suo, della sua famiglia, e di tutte le altre vittime delle persecuzioni politiche, nonché per risvegliare la memoria: «Mio padre fu riabilitato nel 1956. Ma nessuno lo disse, fu riabilitato in un documento interno, reso pubblico solo nel 1990. Mia madre è morta senza sapere che suo marito era stato finalmente riconosciuto come il patriota che era, e l’infondatezza delle accuse contro di lui è stata dichiarata solo dopo 54 anni! Eppure, tutto ciò ha lasciato un segno profondo, migliaia di persone hanno avuto la vita rovinata dalle accuse politiche. Una discriminazione che si è trasmessa ai figli, e che ha avvelenato in noi anche il ricordo dei nostri cari. Per questo, quando l’Unione Sovietica è crollata, e in Mongolia è arrivata la democrazia, ho chiesto il permesso di fondare il museo, e di rendere pubblica, ufficiale, la riabilitazione di tutti noi».