Mongolia.it
INNO
2.230 tugrik = 1 euro
SOCIETA'

CONTORSIONISTE

 

SIGNORINE FLESSIBILI

Esiste un detto piuttosto illuminante, in Mongolia: "Tra due punti l'unica linea che non vale la pena di seguire è la linea retta. Perché è banale e uguale per tutti. Quando la linea che unisce i punti è contorta, invece, allora è una deità". Chissà se ogni tanto Madame Norovsambuu, direttrice della scuola di contorsionismo di Ulan Bator, ci pensa prima di iniziare le sue lezioni. Tutti i giorni, tranne la domenica, per 13 bambine, l'appuntamento è alle 9 del mattino nello studio di Madame. La stanza è piccola, giusto lo spazio per accogliere le allieve che vanno dai 7 ai 15 anni. La signora Norovsambuu è di poche parole: per avvisare che la lezione comincia si limita a battere due volte le mani. Poi, per tutte, 10 minuti di riscaldamento, ed è il solo momento dove sembra di assistere ad un normale corso di ginnastica. Gli esercizi sono semplici, meccanici, il loro solo scopo è quello di sciogliere le articolazioni e preparare i muscoli ad affrontare il vero lavoro, una sfida a qualsiasi legge della fisica e dell'anatomia umana: le ossa diventano di gomma, la spina dorsale non oppone nessuna resistenza e nessun limite alle flessioni all'indietro, mentre è appena percepibile lo sforzo per mantenere l'equilibrio. L'allenamento è durissimo, la signora passa da un'allieva all'altra facendo lavorare ogni bambina proprio sui punti deboli. Due tra le ragazze più grandi sono appena tornate da una lunga tournée, sono stanche, ma Madame Norovsambuu non ammette eccezioni. E nessuna osa protestare. Essere ammesse a questa scuola è un privilegio: prima di diventare insegnante la signora ha fatto parte del rinomato Mongolia State Circus, orgoglio nazionale, tempio di una delle tradizioni più antiche del paese e, soprattutto, occasione per girare il mondo, dal momento che i suoi spettacoli sono richiesti un po' ovunque. In virtù dell'antica militanza, a Madame Norovsambuu è stato affidato il compito di educare le nuove leve a uno degli aspetti più spettacolari delle arti circensi mongole: il contorsionismo, che, a differenza delle altre specialità, qui viene praticato esclusivamente dalle bambine. In realtà, queste eccezionali evoluzioni corporee fanno da sempre parte della cultura dei paesi orientali, dove i confini tra danzatori, acrobati e sciamani sono sempre stati molto sfumati. 

 

LE PALESTRE DEL BUDDISMO

Le scuole di contorsionismo si sono così affermate non solo in Mongolia, ma anche in Cina, Giappone, Birmania e in genere in tutti i paesi dove si è diffuso il buddismo. Le prime "palestre" in cui era possibile imparare gli esercizi acrobatici erano proprio i cortili dei monasteri. Perché in realtà superare i limiti del corpo era considerato un modo per entrare in contatto, o almeno avvicinarsi, a una dimensione spirituale. In Mongolia, il contorsionismo continua ad essere venerato, proprio perché dimostra come in fondo la fisicità sia solo una proiezione della mente, e come non esistano limiti insuperabili. Mentre, dalla Cina, i monaci-guerrieri di tradizione Shaolin continuano a tramandare e diffondere i loro esercizi di controllo dell'energia, fatti di movimenti di alta acrobazia e contorsionismo: verticali sulla testa, flessioni in appoggio sui soli mignoli, salti mortali e cadute dall'alto con atterraggio in spaccata. Oltre a tecniche di difesa e combattimento eccezionali, che contribuiscono ad attirare allievi in tutto il mondo. I maestri di Shaolin spiegano che si tratta di virtuosismi alla potenziale portata di tutti, purché si abbia completa padronanza del proprio Qi, cioè l'energia del corpo. E così, che sia la speranza di riuscire a superare qualsiasi limite, o il semplice gusto di buttarsi a capofitto in una sfida, anche in Occidente il contorsionismo classico ha i suoi praticanti. Negli Stati Uniti, per esempio, tutte le informazioni sui corsi, i raduni e gli spettacoli sono diffuse attraverso un organizzatissimo sito internet: www.contortionhomepage.com. Qui viene spiegata la tecnica nei dettagli, dagli esercizi più "semplici" a quelli più impossibili, e qui si possono prenotare videocassette di lezioni step by step come si trattasse dell'ultimo corso di aerobica. Va da sé che il fai da te ha poco a che fare coi livelli di spettacolarità e di professionismo del mitico Mongolian State Circus, e che tutti gli specialisti raccomandano un approccio prudente: "Il contorsionismo prevede movimenti estremi, spesso del tutto innaturali per il nostro corpo", spiega Rita Fonte, terapista craniosacrale. "Nei bambini tutto fluisce, e il grado di flessibilità può essere molto alto. Crescendo, però, la situazione cambia, e continuare a forzare può provocare problemi seri. Non solo alle articolazioni, ai legamenti e alla schiena, ma anche agli organi interni che vengono compressi". "In molte tecniche di ginnastica acrobatica si insegna la posizione del ponte" esemplifica Flavio Pagano, fisioterapista. "Un esercizio dove il piegamento indietro della spina dorsale rischia di forzare soprattutto sulle vertebre lombari che hanno una maggiore mobilità. Che però non è sinonimo di resistenza". Meno pericoloso e molto più affascinante è un altro modo in cui l'Occidente ha importato le tecniche del contorsionismo dalla Mongolia: vengono da Ulan Bator le "All the way", quattro ragazze acrobate che da questa stagione sono tra le star più ammirate di "O", lo spettacolo del gruppo teatrale canadese Cirque du soleil, in scena nel gigantesco teatro-piscina di The Bellagio-Las Vegas. E da un villaggio mongolo viene il ragazzino di dieci anni Bachka Batjargal, che da quando ne aveva tre impersona l'elfo Tamir in un altro celebre spettacolo del Cirque, Alegria, diventato nel 2000 anche un film. Il padre di Bachka è stato presidente del circo di stato di Ulan Bator. E per insegnare l'arte del contorsionismo venuta da lontano il Cirque du Soleil ha aperto quest'anno una propria scuola. 

testo di Olivia Totti 

(da http://www.dweb.repubblica.it/)



LE SNODATE DI ULAANBAATAR

Lui, il maestro, ha lavorato per quarantacinque anni in un circo. La camicia bianca, in tessuto sintetico, spicca nell’angusta sala prove con gli scuri accostati. E’ piena zeppa di ricordi, di medaglie, gelosamente custoditi in vetrinette ben allineate. Tutto parla di un tempo in cui il circo era in auge, dove elefanti e trapezisti erano considerati il premio per un anno di studi particolarmente riuscito o per la giornata del compleanno. Tendoni sotto i quali riecheggiava stentorea la voce del direttore in galloni e marsina con le poche parole che accendevano mille curiosità: ‘E dal lontano Oriente la giovanissima contorsionista…..’. Nomi che a noi dicono poco, Tsend Ayush, la divina, Norobsambuu, Majigsuren, ma che qui, a Ulaanbaatar, fanno ancora sgorgare lacrime di commozione.

Le piccolissime allieve sono comprese nella parte: viaggiano dai sei ai dieci anni, tra di loro forse c’è la contorsionista del Terzo Millennio. I genitori, in un angolo della sala, osservano trepidanti le figlie mentre si sfiorano l’orecchio con un tallone alla ricerca di un difficile equilibrio. Trattieni il respiro quasi dovessi udire, da un momento all’altro, il rumore di una noce che si spacca. E invece niente. Come divinità orientali si dimenano, tese allo spasimo in spaccate da manuale, o con gli arti avviluppati come una treccia di bufala.

Nei loro costumi sgargianti cercano di compiacere i maestri che, cortesi ma inflessibili, le spingono a dare il meglio di sé per le telecamere che sono venute a turbare la sacralità della lezione.

Quanto può guadagnare una vedette? Il maestro, tradotta la domanda, fa un gesto con la mano quasi a voler scacciare un brutto pensiero. ‘Molto-risponde infastidito - come una qualsiasi grande stella del circo. Ma quel che conta è di aver saputo perpetrare un’arte che si tramanda di generazione in generazione’. Essere ammesse nell’affollata scuola costa poco, circa cinque dollari al mese, ma non si resta se non si ha talento e se non si è rigorose negli allenamenti. ‘Tutte le donne mongole - spiega l’anziano maestro - sono dotate per il contorsionismo, ma solo un’élite riesce a sconfinare nell’arte. Le altre si dovranno accontentare di rallegrare mariti e famiglie’.

La giornalista è disinvolta, giovane e aggiornata sugli ultimi dettami della moda. Il microfono, antidiluviano, parla di una televisione, la seconda del Paese, che arranca ma non demorde. La guardano soprattutto nella capitale ed è apprezzata per il taglio giovane e spigliato. Le domande sono puntuali: perché inserire Ulaanbaatar nell’itinerario della spedizione, cosa sanno gli italiani della Mongolia, com’è stato il nostro primo impatto con una realtà così anomala, che concilia nomadismo e alta tecnologia?

Lo ‘speciale’ andrà in onda la sera stessa, nell’ora di massimo ascolto: che cosa penseranno i mongoli di noi?
L’incontro avviene quasi per caso. Lei sta uscendo dalle prove, spara un saluto in italiano ‘Bravi ragazzi’ e si avvia verso l’auto che la sta aspettando. Poi ci ripensa. E’ incuriosita da questa spedizione che viene dal Paese caro ad ogni cantante. E giù a citare Verdi, Puccini, Donizetti, Bellini. E ‘Santuzza’, la sua preferita. Dolgor è molto amata dal pubblico (esiguo per la verità) che, alcune sere alla settimana, affolla l’unico teatro lirico dell’Asia, quello di Ulaanbaatar per l’appunto.

Ha girato il mondo, vorrebbe duettare con Pavarotti, un classico per tutte le cantanti. Ma è quando intona, qui nello sperduto piazzale di un’altrettanto sperduto teatro lirico, ‘Non ti scordar di me’, che intorno a lei e a noi si crea un vero e proprio capannello di curiosi. Il sole picchia, in questo mezzogiorno, il trucco di Dolgor potrebbe risentirne.
Potrebbe essere un esempio per tanti sovrintendenti sussiegosi. Che, per il fatto di dirigere un ente lirico, pensano di poter guardare tutti dall’alto in basso. Lui ha l’aria di un lottatore, è elegante, stringe la mano ed offre subito un biglietto da visita. Dirige il teatro dell’Opera ma è, al tempo stesso, direttore dell’associazione Mongolia-Italia. Lo diresti un manager affabile, uno dei tanti. Ma quando, scusandosi un attimo, si alza, apre uno stanzino e torna con una parrucca nera e liscia in testa e una fascia che lo fa assomigliare a un capo indiano, ti accorgi che è un’autentica sagoma.

Gendendaram Erdenebat non è un buffone, ma soltanto una persona che sa conciliare lavoro ben svolto, con fantasia e umorismo. Tutti lo rispettano, dalle nascenti stelle del balletto alle costumiste, ma è lui stesso che cerca di sdrammatizzare i rapporti con atteggiamenti paradossali. Ma, sorpresa delle sorprese, è anche un ottimo cantante, forse il migliore del contado. A giorni sarà il protagonista di ‘Karakorum’, un’opera ispirata ai fasti della città fondata nel 1220 da Gengis Khan e scavata a partire dal 1948. Nella rappresentazione c’è un filone anche italiano, che si richiama agli artisti che vennero da queste parti per regalare splendori alla città dei templi e delle gigantesche sculture in pietra.

Prima di congedarci Erdemebat si informa sull’ultimo cartellone del Teatro Comunale di Bologna, chiede se può mettersi in contatto con il ‘collega’ Ferrari. Si fa ancora balletto sotto le Torri? E perché non organizzare un tour delle sue stelle? Di certo lo risentiremo, sarà buffo quanto vi pare ma non è tipo da mollare l’osso facilmente.

testo da www.bologna.repubblica.it

foto di Cristiano Lissoni www.lissoni.it 

 

DALLE NOSTRE NEWS

 

Le contorsioniste mongole protagoniste

al Festival Internazionale del circo di Latina

Ottobre 2006 - L'arte del contorsionismo mongolo mantiene viva la sua tradizione e il suo prestigio: al Festival Internazionale del Circo “Città di Latina”, una sorta di campionato del mondo del circo, sulle tre competizioni in programma, la Mongolia ha conquistato due medaglie d'argento con Naranguya e Baasansurent, chiudendo al terzo posto assoluto, dietro Russia e Cina. Un argento anche all'Italia con Erik Niemen. Le contorsioniste mongole si confermano protagoniste nel panorama mondiale: nella foto, Oyun-Erdene Senga e Ulziibuyan Mergen durante un'esibizione dello spettacolo "Alegria" messo in scena dal leggendario Cirque de Soleil a Madrid il 26 ottobre 2006.