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PERSONAGGI

GALSAN TSCHINAG

Lo scrittore del silenzio
di Cristina Toniconi per mongolia.it

“All’anno della vacca seguì l’anno della tigre. La gente non lo diceva ma aveva paura. Però cercava di rassicurarsi: sarebbe stata unatigre bianca. E la tigre bianca arrivò, silenziosa sulle sue zampe di velluto” (da “Il cielo azzurro”).

Nel 1962 un ragazzo dell’Altai arriva a Lipsia, Germania Est. E’ la prima volta che lascia la Mongolia e una cosa lo colpisce subito: quel nuovo mondo è rumoroso, estremamente rumoroso rispetto al silenzio delle steppe. E della tigre bianca. E così grigio in confronto ai verdi prati della sua infanzia. E poi puzza, incredibilmente, di moderno, di civiltà. Quel ragazzo è Galsan Tschinag, il più celebrato scrittore e poeta mongolo a livello mondiale, ma prima di tutto sciamano e capotribù dell’etnia tuvina in Altai, a cui appartiene anche la sua lingua madre. Il mongolo lo impara a scuola solo in un secondo momento. La passione per la cultura e la lingua tedesca, di cui nei sei anni trascorsi in Ddr acquisisce una straordinaria capacità espressiva, lo porta ad adottarla per la stesura dei suoi romanzi. Come ci rivela lo stesso Tschinag, scrivere in tedesco aveva molti più vantaggi: essendo in conflitto con il sistema politico mongolo, ogni possibilità di pubblicare in patria gli era preclusa, in tedesco invece avrebbe avuto più libertà perché “la Ddr, rispetto al rigido sistema dello stato mongolo, fedele alle regole della letteratura del partito, era un’innocua struttura che lasciava qualche spazio alla critica”. La pubblicazione del suo primo libro, a causa della censura, arriva solo nel 1981: dopo la caduta del muro di Berlino ottiene diversi premi letterari e inizia la sua carriera di scrittore a tempo pieno. Della sua lunga bibliografia composta prevalentemente da romanzi autobiografici, per ora sono stati tradotti in italiano solo “Il cielo azzurro” (1994, a sinistra la copertina "italiana") e “Ventun giorni”(1995). Leggere un suo libro è come aprire una porta su un mondo a noi sconosciuto, quello della dura ma affascinante vita dei nomadi della steppa, scandita dalla natura, riti, canti, tradizioni senza tempo, a cui fanno da sfondo le trasformazioni che il socialismo e la globalizzazione hanno portato nella vita dei nomadi. Tschinag ci guida attraverso immagini vive ed emozionanti in un viaggio magico tra occidente ed oriente, tra passato e presente. Per diventare, come lui stesso si definisce, “non solo un nomade della steppa ma anche della cultura e del tempo”.


La Mongolia e il silenzio perduto

intervista di Alessandra Spataro e Christian Gilardi
Galsan Tschinag è lo scrittore mongolo più conosciuto al mondo. Nato nel 1944 in Mongolia, ultimo figlio di una famiglia di pastori nomadi tuvini, dal 1962 al 1968 ha studiato germanistica a Lipsia. I suoi due libri, “Il cielo azzurro” e “Ventun giorni” (edizioni AER), permettono al lettore di immergersi nella quotidianità della vita nomade. Pubblichiamo qui l'intervista che Alessandra Spataro e Christian Gilardi hanno realizzato per la Radio Svizzera Italiana (www.rtsi.ch/trasm/mongolia) e adattata per mongolia.it.

Che cosa ha rappresentato per lei il ritorno in Mongolia?

Quando sono tornato nella mia terra ho ritrovato tutto come avevo lasciato. La terra, le montagne, i fiumi, le steppe: tutto è rimasto immutato. La gente però è cambiata: è diventata frutto di una nuova epoca, del tempo presente. Questo del resto è normale: anch’io sono cambiato ed è per questo che siamo riusciti a capirci. Io con il mio popolo ed il mio popolo con la mia persona.

E in questo cambiamento, qualcosa è andato perso?

Sì, credo che molti vecchi usi e costumi siano stati dimenticati. E’ stata dura prenderne atto; attualmente sto cercando, per quanto possibile, di “recuperare” parte di questi costumi. Un’altra cosa che per buona parte abbiamo dimenticato è il silenzio. Ma questa perdita purtroppo è irreversibile: neppure i nomadi delle steppe potranno più vivere con la stessa tranquillità che li ha accompagnati per secoli e per millenni. E’ la legge del tempo.

Ma tutto ciò in fondo è inevitabile, non crede?

Credo che il contatto con il mondo esterno doveva prima o poi avvenire in questo modo. Noi abbiamo scoperto lui e lui ha scoperto noi. Abbiamo acquisito molti amici e conquistato numerosi traguardi, come l’automobile e la radio; l’illuminazione elettrica è disponibile solo in zone sporadiche e la televisione ha raggiunto già qualche casa delle steppe montagnose. Non ha alcun senso opporsi a tutto ciò, lo dobbiamo accettare così com’è e dobbiamo adattarci facendo in modo che questa condizione ci penalizzi il meno possibile. La mia patria e il mio popolo sono cresciuti molto e questa immagine corrisponde esattamente alla mia idea di universo a forma di sfera. L’universo non può essere suddiviso: noi esseri umani siamo una grande famiglia e la terra è la mia grande patria.

Per le recensioni dei libri di Galsan Tschinag vedi anche sezione Libri