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TRADIZIONI

GHER

GHER, LA BIANCA CASA DEI MONGOLI

Venti metri quadrati che contengono un universo. Patrimonio tradizionale, nei secoli fedele, ma anche prodigio di tecnica evoluta. Ecco, questa è la gher (nelle foto di Federico Pistone), l’abitazione mongola per eccellenza da migliaia di anni, almeno dal 3.000 avanti Cristo secondo gli antropologi. Guardatela, da lontano, nella steppa. Bianca, lunare, di forma circolare. Essenziale, democratica, funzionale, vero capolavoro di design nordico. Prima, molto prima di Alvar Aalto e dell’Ikea. Perché la gher te la racconta Erodoto, il viaggiatore sedentario, ed è il 400 a.C.; ci capita dentro Giovanni di Pian del Carpine, devoto globetrotter dell’antichità, nel XIII secolo. E via via tutti i viaggiatori che lambiscono la Mongolia con la gher devono avere a che fare. Per lasciarne memorie concordi e ammirate. La funzionalità intanto. Una casa, nido, riparo, focolare, che monti e smonti come fosse fatta di lego. Quasi un gioco da bambini. Con gesti consacrati dalla tradizione, in cui tutta la famiglia ha un suo ruolo preciso, e già che c’è rinsalda ancor di più i vincoli che la tengono unita. La grata circolare (hana) in legno di salice.  Che fa da parete e punto d’appoggio per i pali di sostegno (uni), riuniti alla sommità della tenda in una calotta (toono) da cui fuoriesce il tubo-camino del focolare interno. Struttura leggera e resistente, sorretta all’interno da due colonne a T (bagana) in legno riccamente intarsiato. Perché semplicità ed efficienza non vogliono dire povertà e bruttezza. Anzi. La gher all’esterno si ammanta di feltro e di pelli impermeabili, che la rendono intangibile al freddo e le donano un’aria aristocratica. La casa nomade ricoperta di stole. La porta (khalga) si apre a sud, desiderosa del calore proveniente dal deserto del Gobi. Fuori è gelo e buriana, ma dentro  è tutt’un’altra storia. Potere della soglia: alle spalle, la morsa bianca del freddo. Il regno della natura e delle sue forze misteriose. Di fronte, il calore ambrato dell’interno. L’universo modellato dal nomade. Si passa da un mondo all’altro, tramite la gher. È per questo che si deve far attenzione, varcandone l’ingresso. Mai inciampare, o calpestare lo stipite. La cattiva sorte, le presenze oscure potrebbero approfittarne per farsi un varco dentro. Via, ricacciatele indietro, perché all’interno della gher c’è un mondo. Profumi, colori, antichi riti, nuovi feticci. Al centro la stufa di ghisa, focolare, camino e cucina insieme. Ai lati, i letti (a sinistra quelli degli uomini e degli ospiti, a destra il letto coniugale e quelli delle donne), le cassapanche, sgabelli e tavolo, un piccolo altare, le masserizie, la brocca con catino per lavarsi, le selle. L’odore è da profumo maschile haute couture: cuoio, tabacco fumée, feltro, con lievissime venature alcoliche (vodka, per l’esattezza). I colori hanno una calda dominante arancio, tinta affine alla cromia dell’oro, segno di regalità e prosperità. A terra, feltro e spessi tappeti. Ovunque, respiri l’essenza del Paese: fatta di segni del passato glorioso (vecchiestatuine del Buddha, attrezzi artigianali, antichi oggetti di devozione, stoviglietradizionali) e concessioni alla modernità più globalizzata: polaroid ormai stinte, radioline di marca cinese, giocattoli e secchi di plastica colorata, ma in certi casi anche decoder collegati a improbabili parabole satellitari o centraline che regolano il flusso di energia generato da moderni pannelli solari. Resta salva l’etichetta, più dettagliata e precisa di quella in vigore alla corte del re Sole. Perché la gher è anche un universo di rituali, per dare ritmo all’ordine del mondo. Gli uomini, una volta entrati, si dispongono a sinistra, le donne a destra. Sono banditi gli oggetti nefasti e la lista è lunga, perché va dalle armi da taglio come i coltelli alle pentole senza coperchio (secondo i mongoli ideali per trafugare la felicità familiare), passando per gli utensili da scavo, che ricordano momenti poco gai come le sepolture. La stessa disposizione degli arredi segue regole intricate e legate alla simbologia religiosa. Etichetta vuole che ogni leccornia offerta (con il braccio destro, sorretto dalla mano sinistra all’altezza del gomito) sia entusiasticamente accettata (con entrambe le mani) e trangugiata, che si tratti di grossi pezzi di carne di pecora cotta nel suo grasso, formaggio secco, vodka o airag (latte di cavalla fermentato). Ma prima gli uomini si saranno offerti a vicenda prese di tabacco, ammirando la fattura dei contenitori,pregevole o grossolana che sia. L’ospite ben educato eviterà di fare troppe domande, non si appoggerà mai ai pali di sostegno (è di pessimo auspicio quantoinciampare all’ingresso) e reprimerà in cuor suo ogni desiderio di fischiettare giulivo (modo sicuro per catalizzare il male sulla gher e sui suoi abitanti). Inoltre, ricambierà l’ospitalità al momento della partenza, con un regalo o un po’ di denaro (mai una somma eccessiva, sembrerebbe un gesto per vantarsi e umiliare il padrone di casa). Etichetta anche per accomiatarsi: è previsto un giro in senso orario intorno alla stufa. E solita attenzione al gradino, uscendo. Non urtatelo. La gher ha resistito, grazie ai suoi accorgimenti tecnici e alla tenace protezione dai cattivi auspici, per secoli e secoli. E vuole continuare a resistere. Quindi, rispettate la tradizione. Non calpestate la soglia, per favore.

di Rita Ferrauto (da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" di Federico Pistone - Polaris 2008)

 

L'ARREDAMENTO DELLE GHER 

A) Lavabo
B)
Sella e finimenti del cavallo 

C) Otre di cuoio per la fermentazione del latte di giumenta
D)
Letto dei figli o degli ospiti, angolo degli uomini
E)
Guardaroba, angolo per gli ospiti di riguardo 

F) Cassapanca per gli oggetti del padrone di casa, angolo per ospiti d'alto lignaggio
G)
Cassapanca per gli oggetti preziosi
H)
Cassapanca della padrona di casa 

I) Letto coniugale, angolo delle donne
L)
Thermos, vettovaglie a vari oggetti domestici
M)
Casseruole, utensili di cucina o di pulizia
N)
Tappeti
O)
Focolare domestico, stufa
P)
Tavola per servire cibo e té
Q)
Sgabelli
 

GHER, ISTRUZIONI PER L'USO 

Entrare in una gher è semplice, rispettare i riti domestici è un po' più complicato. Uomini a sinistra, donne e cucina a destra, mai calpestare lo stipite dell'ingresso perché porta sfortuna ma se accade accidentalmente allora è buon segno. E' d'obbligo accettare tutto: gamelle di carne grassa di pecora, schegge di formaggio essiccato, airag (il latte di cavalla fermentato) e l'immancabile vodka.
L'interno è disposto secondo intricate simbologie religiose.  Prima di uscire, è buona norma percorrere un giro in senso orario attorno alla stufa, posta al centro della gher, e ancora attenzione al gradino: urtarlo significa portar fuori la buona sorte; in questo caso, è necessario rientrare.

Mai entrare in una gher con un coltello e nemmeno con un oggetto da scavo (che ricorda una sepoltura ed è considerato nefasto). Evitare di portare una pentola senza coperchio perché il padrone di casa potrebbe sospettare che siete venuti per catturare la felicità di quella famiglia.

Se fate visita a una famiglia che vive in gher, accettate l'ospitalità ma cercate di contraccambiare. Se avete un regalo, consegnatelo al capo famiglia solo al momento della partenza. Potete anche lasciare del denaro, senza ostentare troppa "superiorità economica". Se avete una polaroid (molto utile per socializzare), scattate qualche istantanea alla famiglia e lasciatela di ricordo (foto di Federico Pistone).
 

NOMADIZZIAMOCI CON SYUSY BLADY

Intervista di Federico Pistone
Se l’è portata a casa, come un souvenir: una gher autentica di nove metri di diametro. La “turista per caso” Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è tornata dalla Mongolia con una vera adorazione per i nomadi e per la loro vita “ecosostenibile”. Con un’idea: nomadizzare l’Italia. Monta la gher in mezzo alle piazze e prova a convincere la gente che è meglio della casa dove vivono.

Con quali argomenti?

«La gher è bellissima, bianca, accogliente, femminile: mi ricorda un seno. Non c’è bisogno di colate di cemento per vivere bene. I nomadi mongoli ci insegnano da millenni che basta questo guscio leggero per resistere a temperature ben più rigide delle nostre. E hanno anche un buon comfort».

E poi cambiano il panorama quando vogliono.

«Vero. La caricano sugli yak e via. Perché sono leggerissime, a contatto con la terra. Ed ecologiche: legno e feltro. Una meraviglia. Se fa freddo buttano un po’ di sterco nella stufa, se fa caldo tirano su un po’ i bordi e il venticello che arriva è meglio dell’aria condizionata. E poi tutto dentro ha un significato, un riferimento sacro, un richiamo agli antenati. Insomma la gher stringe ancora di più i legami della famiglia».

E gli italiani cosa dicono?

«Mi guardano straniti, forse non capiscono. Però sentono qualcosa. E quindi la missione è compiuta».


BENVENUTI NELLA GHER
di Federico Pistone (da "Uomini Renna" - Edt 2004)

Baltan stringe gli occhi come se scrutasse itinerari oltre l’orizzonte, ma presto capisco che è soltanto miope. Accanto al volante dondola una bottiglia di vodka, il cruscotto è dominato da un ciuffo di erba secca che pettina la polaroid della moglie Undra, scattata tre anni fa da un turista francese. Il camion tossisce sulle gobbe della steppa, direzione ovest. Le marmotte allungano il crapino dalla tana per vedere che diavolo sta succedendo là fuori. Dopo cinquanta chilometri, lasciamo il bivio per Bayan e puntiamo dritto verso nord, la pista diventa ancora più sofferta. Baltan si ferma a raccogliere una famiglia di nomadi, una donna si stringe con noi nell’abitacolo, gli altri quattro si arrampicano dietro, in cima al carico nel cassone. Ci lambisce la catena del Tersh Khayrhan Uul, a duemila di quota. Dopo due ore senza parole il terreno si scurisce: gli escrementi di pecora, sempre più abbondanti, segnalano la vicinanza di un piccolo villaggio, Maldal, contrassegnato da bianche tende circolari. Sono le yurte, dall’antico nome turco adottato dai russi, ma i Mongoli le chiamano gher, che significa abitazioni, da secoli dimora ideale per i nomadi di queste latitudini. Uno scheletro di alberi di betulla ricoperto da feltro e pelli garantisce un clima costante all’interno e un’estrema leggerezza per affrontare i frequenti spostamenti. Sono identiche a quelle descritte ottocento anni fa da Giovanni da Pian del Carpine, inviato del papa Innocenzo IV, nella sua Historia Mongalorum: “Hanno abitazioni circolari costruite come tende, fatte con bastoni e rami sottili”. Alberto Moravia, in un reportage del 1976, così descrive la gher: “E’ rotonda, con le pareti a sghembo e il soffitto lievemente conico sostenuto da nervature di legno che lo fanno rassomigliare a un parasole giapponese; torno torno le pareti, conto cinque letti. Nel mezzo, indispensabile presenza in questo paese di geli spaventosi, sta la stufa di ferro, con il tubo del fumaiolo infilato nel soffitto”.
Due bambini si stanno azzuffando con ferocia e allegria, coinvolgendo uno yak che vorrebbe essere solo lasciato in pace.
“Nokoi kor”, sussurra Baltan infilandosi nella tenda. Letteralmente significa “tieni il cane”, ma nel bizzarro linguaggio mongolo vale un “permesso?”. Benvenuti nella gher.
Ripasso mentalmente l’antico galateo: guai urtare lo stipite della porticina di legno, sarebbe di pessimo auspicio. Dovesse disgraziatamente succedere, sarei costretto all’operazione inversa per calciare fuori la sfortuna. Mi accomodo sulla sinistra, nel reparto riservato agli uomini, a occidente visto che l’entrata è sempre a sud. Dentro è uno splendore di arancione: una raggiera di quindici pali sostiene nove pareti a cui sono appoggiati tre letti, una dispensa, un secchio per lavarsi, l’altare con gli incensi, una sella cesellata. Al centro, una pentola d’acqua sta bollendo sulla stufa di ghisa. Il pavimento è di feltro abbellito da un tappeto rosso cupo, simbolo di protezione. Ogni piccola cosa ha un significato sacro, un senso mistico che spesso gli stessi Mongoli non conoscono e si inventano. Così vengono mescolate versioni contrastanti e fantasiose che diventano materia di vivaci dispute verbali, normalmente concluse da una conciliante sorsata di vodka.
La donna ci offre tè salato e formaggio secco, consegnandoceli con la mano destra mentre la mano sinistra fa da appoggio. Ricevo l’offerta come si deve, congiungendo le mani. Baltan versa la vodka in una ciotola che comincia a girare di bocca in bocca. Dopo un’elaborata cerimonia di commiato, possiamo riprendere il viaggio.
Baltan sale dalla parte del passeggero, ha sonno. Alza il braccio a indicarmi una vaga direzione e crolla. Procedo cercando di tenere il volante immobile ma la steppa è un percorso a ostacoli, non riesci a fare dieci metri dritti. Passa un’ora e mezza, l’impressione è che sto procedendo a caso, forse anche a girotondo. Intingo il camion in una serie di guadi, Baltan continua a dormire. Incontro un giovane pastore che pretende una foto, in posa con le sue pecore. Baltan russa. Avrò fatto un centinaio di chilometri, sempre verso nord, quando mi trovo la strada sbarrata dal Belter Gol, un fiume vero.
(foto di Federico Pistone)

L'ESPERIENZA DI MORAVIA

Nel racconto dello scrittore Alberto Moravia, straordinario viaggiatore, si avverte tutto lo stupore per una cultura agli antipodi. Ecco uno stralcio che risale al 1983 (Moravia utilizza il termine yurta secondo l'etimologia turca, poi adottata dai russi):
“Ore 4. Mi sveglio d’improvviso e cerco d’istinto al buio l’interruttore della luce sul tavolino da notte. Ma non trovo l’interruttore, per quanto stenda la mano, e per giunta non trovo pure il tavolino. Allora finalmente capisco. Non sono a Roma, in casa mia, nella mia camera da letto, sono a Uijrt, Mongolia, dodicimila chilometri da Roma, in una tenda mongola ovvero yurta (…): circolare come la stanza di una torre, con le pareti di feltro bianco e il soffitto sostenuto da tanti raggi come di parasole giapponese. Vi sono tre letti di legno, tutti riccioli e intagli barocchi, dipinti di arancione e di blu: nel centro c’è una stufa di ghisa col tubo infilato nel soffitto (…). Ora io debbo uscire dalla yurta per una necessità corporale per la quale i pastori mongoli, creatori di questa perfetta abitazione per nomadi, non hanno previsto alcuna comodità. Nella yurta si vive: ma per le necessità del corpo c’è la steppa (…). Le file e file di yurte allineate nella steppa tutte bianche, tutte rotonde, tutte con le porticine serrate, fanno pensare alle antiche illustrazioni della Gerusalemme Liberata con le tende dei crociati disposte in bell’ordine sotto le mura della città santa".