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CULTURA

MUSICA

IL CANTO DEI NOMADI E DEI GUERRIERI
di Rita Ferrauto per mongolia.it

Guai agli stonati. Perché la Mongolia non è paese per loro. Qui i bambini imparano subito a cavalcare e canticchiare una canzone. Alti un soldo di cacio, galoppano che è un piacere e gorgheggiano da far meraviglia. D’altronde, cavalcare e cantare hanno a che fare col ritmo. E poi, se sei nomade, come lo passi il tempo delle lunghe trasferte? Con storie di epos e di guerrieri, certo. Che ti canti e ti suoni, mentre vai avanti, in quell’avvicendarsi di steppe e catene montuose che sono le note alte e quelle basse della tua partitura di viaggio. Venisse poi qualche spirito maligno, a disturbare, il canto dello sciamano o l’inno buddhista lo metteranno in fuga in breve tempo. Con la musica allieti il viaggio, scacci il maligno, ti propizi il cielo e, già che ci siamo, incrementi la pastorizia, visto che ci sono canti anche per costringere a più miti consigli capre e cammelle recalcitranti. Per i mongoli, dunque, la musica è roba seria. E non è accademia, faccenda da museo. Il popolo mongolo non ci ha lasciato testimonianze scritte, partiture, scartoffie polverose. Non ce n’è bisogno: perché tutti conoscono e cantano le musiche tradizionali. E i pochi che steccano, durante le feste, si guadagnano scherno, penitenze e bacchettate. Cantare non è facile: un vero triplo salto mortale carpiato di respirazione, tra glissati, trilli e falsetti che coinvolgono la gola e la cassa toracica. E non è facile ascoltare, per un orecchio occidentale: la nostra musica si basa infatti sull’armonia, costruzione in verticale di ritmo, grattacielo sonoro in progressione e crescendo; la musica mongola si sviluppa melodicamente, in orizzontale, come una strada maestosa che procede ritmicamente e si ispessisce via via come una partitura jazz. Una volta fatta l’abitudine, però, la gioia dell’ascolto è assicurata. E si può scegliere il genere preferito. Può trattarsi della canzone epica, detta ulgher o tuul (nelle regioni occidentali), con melodie e ritmi liberi, selezionati in base alla storia narrata, e testi lunghissimi, a volte intercalati da passi recitati. Da intonare con o senza l’accompagnamento di strumenti musicali. Se le grandi gesta non fanno per voi, rivolgetevi fiduciosi alla canzone lunga, o urtyn duu. Un vero sfoggio di virtuosismo canoro, visto che richiede un’estensione di ben tre ottave, e la capacità di variare e ingioiellare il canto passando di continuo dall’impostazione di gola al falsetto, con gran spolvero di trilli e portamenti. Già nel XIII secolo se ne parla come di arte classica, e la sua bellezza è data anche dai temi affrontati: l’evocazione, mistica e incantata insieme, dei vasti spazi naturali in cui vivono i nomadi.


La melodia del vento
È canzone che racconta il ritmo del vento, dell’andatura del cavallo, dell’avvicendarsi di laghi e foreste. Dall’imitazione dei suoni della natura nasce a sua volta l’hoomiy, canto di gola, la raffinata tecnica vocale che consente di riprodurre il fruscio delle fronde, i versi degli uccelli, lo scrosciare dei fiumi. Con uno spericolato alternarsi di respirazione addominale, canto di naso e di gola e uso del torace. Le anime mistiche ameranno la produzione sacra: buddhista (mutuata dal Tibet lamaista) e sciamanica, solitamente accompagnata dal tamburo, che simboleggia la cavalcatura utilizzata nel rito. Ma tutti si lasceranno commuovere dal khoomei, il canto armonico e persuasivo che i nomadi usano per sussurrare alle loro greggi. Gorgheggiare agli animali? Sì, e se ne è fatto anche un film di successo, La storia del cammello che piange. Perché accade che un cucciolo sia rifiutatodalla madre. E accade che il pastore, cantando di gola, modulando la voce, sussurrando melodie alla madre fedifraga, alla fine la convinca a prendersi cura del negletto piccino. Un trionfo della pastorizia mongola e del potere del canto. A tanta ricchezza sonora corrisponde un adeguato campionario di strumenti musicali. Su tutti domina il morin khuur (a destra), strumento nazionale del Paese, insostituibile accompagnamento dell’urtyn duu, entrato nel 2010 nel Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco, insieme al khoomi, il canto di gola. Simile a una viola da gamba, si suona tirando o spingendo di lato le corde (a differenza degli strumenti occidentali, in cui le corde si schiacciano e si pizzicano). Della stessa famiglia fanno parte l’Ikh Khuur (contrabbasso), l’Huu-Chir (violino), la Yatga (cetra), lo Yoo-Chin (salterio a percussione), il Tobs Khuur e lo Shanz (liuti). Gli strumenti a fiato si vantano del Limbe, secondo per importanza solo al Morin Khuur. Simile al flauto traverso, possono suonarlo solo gli uomini, che adottano una tecnica di respirazione particolarmente difficoltosa, detta “circolare”, con cui si soffia nello strumento e contemporaneamente si inspira nuova aria. Meno ostici da affrontare lo Tsuur (flauto dritto), il Bishur (oboe), l’Ever Buree (clarinetto), il Rapal (tromba d’ottone), il Ganlin (o Gandan, o Dun, tromba corta usata per i rituali buddisti), il Buri (colossale tromba in rame rosso lunga quasi cinque metri). Di derivazione cinese o tibetana le percussioni: Rnga (grande tamburo orizzontale), Damaru (tamburo a clessidra), Khets (tamburello con sonagli), Tsan (piatti), Gong, Aman Khhur (scacciapensieri). Tra tanta musica tradizionale, un… orecchio di riguardo la merita anche la musica classica occidentale. Nel 1957 è stata istituita la Filarmonica Nazionale, che ha fatto conoscere e amare ai mongoli le composizioni occidentali più famose. L’apoteosi ha avuto luogo nel 1980, quando il maestro Ts. Namsraijav ha commosso il suo popolo con un’impeccabile esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven. Altro momento grandioso il 3 maggio 2003: per ricordare l’anniversario della nascita di Gengis Khan (840 anni, e il suo mito è ancora fresco come una rosa) il più grande compositore mongolo, B. Sharav, ha rappresentato al Teatro Nazionale dell’Opera e del Balletto la sua opera Chinggis. Forma sonora occidentale per cantare il più grande eroe asiatico. A proposito di canto, le capriole vocali e le strepitose qualità richieste al più normale dei mongoli per intonare una canzoncina fanno sì che molti di loro si avventurino in Italia a studiare lirica. Gioco da ragazzi, per le loro ugole altamente esercitate.


Rock e tradizione
Oltre alla tradizione e alla musica classica, non mancano rock e pop, locale e d’importazione. Tra le star autoctone, la benemerita B. Sarantuya, definita addirittura “la cantante del secolo”, e T. Ariunaa, ambasciatrice di buona volontà dell’Unicef. Più virulenti gli Hurd (foto a destra), hip hop fulminante e rabbia politica a volontà, tanto da essere stati espulsi dalla Cina durante il loro tour nell’ex celeste impero. Episodio che non accadrà mai al nostro Pupo, riciclatosi come presentatore per famiglie in Italia, ma in Mongolia protagonista di un clamoroso (e inspiegabile) culto sonoro. E dire che non canta neanche di gola…


Morin khuur, il violino della steppa
di Lkhagvasuren Tserensodnom
(da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" di Federico Pistone - Polaris 2010)

Questa è una storia d’amore. E come ogni storia d’amore che si rispetti, parla di passione, dolore e poesia. L’amore è quello che legava un uomo al suo meraviglioso cavallo. Destriero coraggioso, devoto, capace di correre tanto velocemente da dar l’impressione di volare. Sempre accanto al suo signore e padrone: due corpi, una sola anima. Nel gelo bianco dell’inverno e nel calore aranciato dell’estate. Finchè un giorno un uomo malvagio, invidioso di questo legame d’amore, uccise il cavallo. Grande fu il dolore del padrone, il suo cuore nel petto divenne una pietra. Per ricordare l’amato compagno, l’uomo decise allora di costruire uno strumento, che custodisse in sé l’anima e il ritmo del prodigioso destriero. Con le ossa del cavallo costruì la cassa armonica di un violino, con una costola il manico, con i peli della coda le corde. E, non appena lo strumento fece risuonare la sua melodia, il cavallo sembrò rivivere e tuonare al galoppo. Nacque così, secondo la leggenda, il Morin khuur, il violino che ostenta orgoglioso sul manico una testa di cavallo. Dedicato al legame indissolubile tra il nomade e la sua cavalcatura, è lo strumento per eccellenza della musica mongola, ed è stato inserito dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’Umanità. Tra tanti splendidi Morin khuur a testa di cavallo, va annoverato anche un originale Shanagan khuur, con testa di leone. Lo strumento, davvero unico, è stato esposto nel 2007 alla Xanadu Art Gallery di Ulaanbaatar. Secondo alcuni studiosi è stato costruito intorno al 1880, da artigiani sconosciuti. Ritrovato nell’aimag di Zavkhan, è stato restaurato con estrema cura. Pare che nel periodo della dominazione mancese la tradizione di adornare l’estremità superiore del violino con una testa intagliata di cavallo sia stata a volte disattesa, a favore di una testa di leone o di drago: l’aristocrazia di stirpe non mongola preferiva forse questi due animali per accentuare la propria imperiale superiorità e il distacco dalla popolazione dominata. Esistono anche altri Morin khuur fuori del comune, esposti anch’essi con orgoglio alla Xanadu Art Gallery. Uno, costruito per gli ottocento anni del Grande Stato Mongolo, è alto 2,6 metri e nasconde al suo interno un file Mp3, che, quando attivato, fa sì che il violino produca due melodie in simultanea, una digitale e l’altra analogica, ottenuta suonando lo strumento. Un altro si vanta di essere il più grande del Paese (e il più costoso: 14 milioni di tugrig). È alto 4,2 metri, pesa 65 chili e per costruirlo ci son voluti sei mesi. Per fargli emettere il suo incantevole suono sono necessarie due persone.

 

 

NATI CON IL CAVALLO E LA MUSICA 
di Giorgio Blasco*

Uno degli aspetti più significativi nella vita e nella tradizione dei mongoli è costituito sicuramente dalla loro intima simbiosi con la musica, che essi cominciano ad ascoltare ed  amare sin da piccoli, quando cioè, prima ancora che a camminare, imparano già ad andare a cavallo e a cantare. Popolo nomade per tradizione atavica, i Mongoli non ci hanno lasciato città, palazzi, templi o monumenti, tutte quelle cose del passato, cioè, che potessero testimoniare e documentare lo sviluppo della loro tradizione artistica attraverso i secoli. Tutto ciò che per loro poteva assumere un valore o un significato doveva essere per forza di cose agevolmente trasportabile su di un carro o a dorso di cammello, come usano fare tuttora i pastori nomadi. Diverso è invece il discorso per tutto quello che è ricollegabile con la memoria e la tradizione orale, che tratta della storia, delle leggende, della vita e della natura, come avviene per la poesia e in particolare per la musica e il canto nei loro molteplici aspetti che, a differenza delle costruzioni fisse, hanno accompagnato sempre ed ovunque le giornate dei cavalieri mongoli.

 

 

Il canto, per avvicinarsi alla natura e agli dei

Sin dalle origini, il canto è sempre stato considerato dai Mongoli come uno strumento di comunicazione, una forma importante di linguaggio, un mezzo d’espressione a disposizione di tutti, e così pure gli strumenti, al pari della voce, sono intesi in senso figurato come mezzi di trasporto, quasi delle cavalcature, servendosi dei quali è possibile trasmettere messaggi ai propri simili, alle divinità, alla natura. Pertanto, tutti devono poter dimostrare, specie nelle feste, di saper cantare o suonare, pena un rimprovero o una punizione, ad esempio una bacchettata o la deglutizione di una enorme tazza di airag. Nonostante l’esistenza di vari strumenti dalle antiche origini, è pur sempre il canto quello che rappresenta meglio la musica della Mongolia.
Un aspetto caratteristico della musica nazionale della Mongolia, sin dai tempi di Gengis Khan, è costituito dal fatto che essa, proprio in quanto tradizionale, non è stata soggetta nei secoli ad alcuna forma di scrittura fissa, per cui non esiste in pratica nessun documento cui fare riferimento materiale e che possa essere di qualche utilità a tentativi di ricerca o di definizione.

 

 

Le prime testimonianze

La prima pubblicazione, non propriamente di musica, bensì di trascrizioni con metodi occidentali di alcune esecuzioni di musica mongola, fu curata da G. Gmelin, protagonista di una spedizione in Siberia tra il 1735 e il 1745, mentre le prime raccolte di musiche e di testi di canzoni significative risalgono a non più di un secolo fa, soltanto ai primi del Novecento.
Di un certo interesse anche i “Diciotto canti e poemi mongoli” raccolti dalla principessa Nirgidma de Torhout (Torgout) e trascritti da Madame Humbert-Sauvageot, con notazioni musicali, testi mongoli, commentari e traduzioni, che furono pubblicati nel 1937, a cura della Librairie Orientaliste Paul Geuthner di Parigi per la Bibliotheque Musicale du Musée Guimet. La principessa mongola, che ricordava di aver udito questi canti nella propria patria durante l’infanzia, in particolare canti Kalmuki tramandati oralmente, propri della zona della Mongolia occidentale detta appunto Torgout, in seguito aveva voluto farli conoscere in Francia, curandone la pubblicazione dei testi nella grafia mongola e corredandoli di traduzione in francese, di commenti e spiegazioni, dei corrispettivi temi musicali, delle indicazioni sullo stile vocale, gli ornamenti, i modi ed i ritmi, in un certo senso quasi una moderna stele di Rosetta. Tra i vari canti della raccolta mi piace ricordare i due intitolati rispettivamente “Ballade du Roi Jéhanger” e “Galdanma”.

 

 

Le caratteristiche della musica mongola

Se volessimo fare un paragone elementare con i sistemi della nostra musica, potremmo dire che i Mongoli usano come base i suoni dei tasti neri del pianoforte, intesi come bemolle e senza la terza, cui eventualmente vengono poi aggiunti gli altri suoni intermedi, non regolati però da vincolanti intervalli semitonici. Appartiene infatti alla normale prassi esecutiva della loro musica nazionale, cantata e suonata, tanto da diventarne una regola, il largo uso di quarti di tono, portamenti, glissandi,  appoggiature, tremolli e trilli, che legano tra di loro in modo sempre diverso le note delle melodie. La musica dei Mongoli, a differenza di quella occidentale, più che sull’armonia è basata, come anche in Cina, essenzialmente sulla linearità della melodia e dello sviluppo della frase musicale; un po’, tanto per rendere l’idea, come avviene nel jazz. Un altro aspetto importante è costituito dal fatto che la parte vocale e quella affidata agli strumenti conservano autonomamente entrambe la medesima dignità esecutiva. Un’altra particolarità costante della musica della Mongolia è data dalla tensione e dal ritmo, sempre presenti, anche quando ci possono sembrare apparentemente assopiti, e che riscontriamo puntualmente in ogni brano, indifferentemente se a carattere allegro o cantabile. Come negli “adagio” dei concerti di Vivaldi, così anche le melodie delle arie mongole, pure nei momenti di sognante abbandono, sembrano voler tendere costantemente al successivo “allegro” liberatorio che però, nel nostro caso, non sempre è destinato ad arrivare. Riguardo il ritmo musicale, per i Mongoli esso molte volte deriva non tanto da un’esigenza costruttiva puramente musicale, oppure dal particolare sentimento che vogliono esprimere, quanto piuttosto dall’adeguamento a quello dell’andatura naturale degli animali da loro usati come mezzi di trasporto durante i lunghi spostamenti, soprattutto il cavallo, quindi in genere un’andatura comoda, non necessariamente lenta, detta zhoroo.

La canzone

Tra le varie forme di canzone, intese nel senso più ampio di musica cantata, possiamo distinguere perlomeno tre generi fondamentali, ciascuno con caratteristiche differenti: il genere epico, la canzone vera e propria e quelle che, più che canzoni, definiremmo come tecniche vocali particolari.
I testi delle canzoni sono costruiti in pieno rispetto delle regole proprie della poesia, con rime, assonanze e allitterazioni. I versi sono ordinati secondo corrispondenze prefissate, spesso a gruppi e a strofe, con uso frequente del ritornello. E’ anche largamente adottato il ricorso a lettere o sillabe prive di significato, che servono ad equilibrare il ritmo, la metrica della frase e dei versi, agevolando in tale modo lo sviluppo parallelo della linea melodica, in genere collegata all’aspetto fonetica del testo.
Genere epico. Il cosiddetto genere epico non è una caratteristica musicale propria della Mongolia, ma in generale si collega piuttosto alla tradizione delle steppe dell’Asia centrale. Lo ritroviamo comunque presente in tutta la Mongolia con il nome generico di ulger o di tuul (nella parte occidentale). I testi, a volte lunghissimi, sono cantati su melodie e ritmi liberi, decisi dagli stessi esecutori, come ai tempi dei bardi (cantori) erranti, in base all’argomento narrato, mentre le parti musicali, a volte intercalate ad altre recitate, possono essere accompagnate o meno da uno strumento. Attualmente si conosce circa un centinaio di canti epici, qualcuno con un’estensione di oltre ventimila versi.
Canzone lunga e canzone corta. In Mongolia possiamo distinguere essenzialmente tra due forme di canzone: quella denominata urtyn duu o canzone lunga e bogino duu o canzone corta.
La canzone lunga è caratterizzata da una fitta serie di ornamenti che punteggiano costantemente tutto l’arco dell’esecuzione. La canzone lunga viene sostenuta a piena voce, generalmente da un unico esecutore, su un’estensione di oltre tre ottave, con passaggi dall’impostazione di gola al falsetto e con largo uso di portamenti e di trilli. L’urtyb duu incarna lo spirito stesso della Mongolia, l’estensione delle sue pianure ed i sentimenti che convivono con la natura circostante, in un’atmosfera solenne a largo respiro.
Il canto armonico. Un discorso a parte va riservato al genere detto hoomiy o canto armonico (letteralmente canto, o musica di gola) che però sarebbe più corretto chiamare tecnica vocale piuttosto che canzone. Esso si ispira all’imitazione dei suoni della natura, del vento, gli uccelli, i fiumi. Ci sono varie tecniche di hoomiy che usano, oltre alla gola, anche il naso, il torace e l’addome.
Canti persuasivi (per il bestiame). Tra le forme musicali in uso da sempre presso i popoli nomadi, come anche quello mongolo, ritroviamo i richiami rivolti al bestiame, specialmente quelli finalizzati a persuadere gli animali a ubbidire o a compiere determinate azioni importanti per la loro sopravvivenza.
Musica religiosa. La musica usata nei monasteri lamaisti della Mongolia durante i rituali del culto è praticamente più o meno la stessa che ritroviamo in quelli analoghi del Tibet, anche se nel nostro caso non mancano evidenti richiami alla musica mongola delle origini, ai canti epici modulati su intervalli stretti, ai canti sciamanici. Una di queste particolari tecniche usate dai monaci lamaisti mongoli prende il nome di unzad.
Canti sciamanici. Lo sciamanesimo è un fenomeno che ha trovato diffusione in tutto il mondo, dall’Asia all’Africa, all’America, in epoche diverse ed in forme varie, anche se in pratica il fine che si prefigge di raggiungere è il medesimo, ma soprattutto in Asia, dove è ancora possibile rinvenirne alcune manifestaizoni in Siberia e nella stessa Mongolia.
Il tamburo (khets) può rappresentare di volta in volta una cavalcatura oppure un battello, mentre il mazzuolo simboleggia una frusta per incitare il mezzo di trasporto oppure un aspersorio. Se, raramente, dovesse mancare il tamburo, esso viene sostituito in ogni caso da un altro strumento musicale.

 

 

Gli strumenti musicali

Strumenti a corda.
Morin Khuur:
in mongolo la parola morin significa cavallo. Infatti è proprio il riccio a forma di testa di cavallo la caratteristica che permette di individuare immediatamente lo strumento tra altri. Khuur è invece la parola usata per indicare genericamente gli strumenti a corda. Tutt’oggi il morin khuur, chiamato anche khiluur, è considerato il principale strumento nazionale della Mongolia, sempre presente in tutte le cerimonie e in ogni momento della vita quotidiana, usato solisticamente, in complesso e come insostituibile sostegno della voce nell’urtyn duu, la forma più famosa della canzone mongola. La sua forma, che ricorda vagamente una viola da gamba, presenta una cassa armonica trapezoidale, intagliata nella superficie superiore con due effe e viene tenuta tra le ginocchia dell’esecutore. Normalmente il morin khuur è dotato di due corde, una più grossa per le note basse, l’altra sottile per quelle alte, che non vengono premute dalle dita sulla lunga tastiera come avviene per i nostri strumenti a corda, ma sono invece tirate o spinte di lato dalle dita dell’esecutore, per aumentarne o diminuirne la lunghezza e la tensione, al fine di ottenere intervalli ben distinti, i quarti di tono e i portamenti.
Ikh Khuur (contrabbasso). Strumento ad estensione più bassa di quella del morin khuur, con una cassa armonica proporzionalmente più ampia.
Huu-Chir. Rappresenta quello che nella musica occidentale è il violino.
Yatga. Appartiene a quella vasta famiglia di strumentali orientali denominati anche salteri “a tavola”, in quanto a fare da cassa di risonanza è appunto una lunga tavola rettangolare. La yatga, in genere suonata dalle donne, viene usata sia solisticamente che in formazioni miste.
Yoo-Chin. Può essere definito un salterio a percussione.
Tobs khuur e Shanz. Sono gli strumenti mongoli che potremmo definire liuti. Hanno una piccola cassa armonica, rotondeggiante o quadrangolare ed arrotondata agli angoli, a fondo piatto, spesso con entrambi i lati ricoperti di pelle (serpente) e con un manico largo, che viene tenuto in posizione obliqua verso l’alto.

Strumenti a fiato.
Limbe.
Dopo il morin khuur, una posizione di assoluto rilievo nella tradizione mongola viene ricoperta dal limbe, il flauto traverso. Normalmente il limbe viene suonato dagli uomini. La tecnica usata per suonare non è semplice, in particolare per quanto riguarda la respirazione. Gli esecutori mongoli adottano la cosiddetta “respirazione circolare”, che essi chiamano bituu am’sgalakh (respiro cieco), attraverso la quale riescono a soffiare nello strumento e contemporaneamente a inspirare nuova aria, con quello che potremmo definire un “effetto zampogna”, approfittando, per farlo, di determinati momenti della frase musicale, ma senza per questo interrompere la continuità del suono e della melodia che stanno eseguendo.
Tsuur. E’ il flauto dritto, costituito in legno, spesso di larice, nella cui parte inferiore vengono praticati tre fori per le dita. Altri due fori si trovano alle estremità, uno per soffiarci dentro, l’altro per ottenere il suono più basso.
Bishur. Può essere considerato il corrispettivo del nostro oboe. Il bishur è costituito da un tubo conico sottile ed è dotato di sette fori.
Ever buree. Riferendoci all’orchestra moderna, corrisponderebbe al nostro clarinetto. Si tratta di uno strumento ad ancia semplice, applicata a un bocchino tramite una fasciatura.
Rapal. La tromba mongola d’ottone è chiamata rapal, un nome di probabile origine onomatopeica. Di forma conica, lo strumento è costituito da due o tre tubi metallici di diametro crescente, inseriti l’uno nell’altro e tenuti insieme da fasce o ghiere ed è dotata di un’ampia campana.
Ganlin, gandan, dun. La tromba corta mongola corrisponde pienamente alle varianti tibetane dello stesso strumento, che in genere viene usato durante i rituali buddhisti lamaisti, anche quelli funebri e di solito suonato in coppia con un altro dello stesso tipo. La sua forma è leggermente arcuata e originariamente veniva ricavata da femori umani.
Buri. Della tromba in ottone esiste una versione particolare, sempre dritta e conica, forgiata in rame rosso e della lunghezza di quasi cinque metri.

Percussioni.
Rnga.
Si tratta anche in questo caso di strumenti di derivazione cinese o tibetana. Tra questi, il grande tamburo orizzontale (in tibetano: rnga) a due pelli contrapposte, rigonfio al centro e sospeso a un apposito telaio, normalmente collocato all’interno dei monasteri. Viene percosso con due bacchette diritte.
Damaru. Questo tamburo viene detto a clessidra in quanto è composto da due semisfere contrapposte e congiunte, normalmente in legno, che deriva la sua forma particolare dal fatto che in origine veniva costruito con la calotta di due teschi umani. Quando lo strumento viene agitato, servendosi di un’impugnatura di pelle o di stoffa decorata, le piccole sfere colpiscono alternativamente le pelli tese sulle due calotte.
Khets. Costituito da una membrana di pelle, tesa su di un telaio circolare in legno sottile, non tanto profondo, in moda da poter essere agevolmente impugnato dalla mano sinistra dell’esecutore, spesso è dotato di sonagli metallici fissati al bordo del telaio.
Tsan.Sono strumenti a percussione in metallo (bronzo), corrispondenti praticamente ai nostri piatti.
Gong. Viene usato singolarmente, ma anche in serie, a costituire una sorta di carillon. E’ costituito da un grande disco metallico sospeso, di spessore variabile, originato dal risultato di uno strenuo e lunghissimo martellamento del medesimo.

Aman Khuur. Accanto agli strumenti più importanti, in Mongolia ne troviamo di minori, come ad esempio le nacchere e, curiosamente, lo scacciapensieri o aman khur (lamella a bocca), di uso prevalentemente sciamanico.


*con autorizzazione dell'autore Giorgio Blasco, tratto dal volume "La musica di Gengis Khan", Campanotto Editore, 16 euro la documentazione più completa attualmente in circolazione sul tema della musica tradizionale mongola.

 

Giorgio Blasco (nella foto insieme all'artista mongola Solongo), nato a Trieste nel 1947, è musicista e affermato flautista. Dal 1986 al 1997 è stato direttore del Conservatorio Statale di musica "G. Tartini" di Trieste, dove attualmente insegna. Primo musicista italiano inviato in forma ufficiale in Mongolia, dove si dedica da anni all'approfondimento e alla promozione della cultura, della musica e delle tradizioni di quell'area centroasiatica di cui oggi Blasco è considerato il massimo esperto italiano.  Il suo sito è www.giorgioblasco.com

 

 

L'UOMO CHE SUSSURRAVA ALLE PECORE
di Kennet Erwin "Bennet" Konesni(musicologo americano)
Traduzione di Davide Panzieri - Dal sito www.slowfood.it

Immaginate di essere un pastore mongolo a cavallo del suo cammello, pronto a condurre il gregge su un nuovo pascolo. Siamo in aprile – il tempo dell’agnellatura nella steppa – e vi accorgete che una delle pecore è sdraiata a un centinaio di metri dal gruppo, vicino a un mucchio di erba secca. Accanto a lei c’è un agnello appena nato.
La pecora salta su e scappa al vostro arrivo, lasciando l’agnello solo a belare disperato nella polvere, tutto bagnato. Di solito le pecore accettano gli agnelli neonati ma ogni tanto, come in questo caso, decidono di rifiutarli negando loro la cura di cui hanno bisogno per sopravvivere. È il momento di intonare il khoomei (si pronuncia hoo-mee), il canto armonico mongolo detto anche canto gutturale.
Mi trovo nel distretto Chendman di Khovd, Mongolia occidentale, per studiare la tradizione locale di cantare agli animali orfani per tranquillizzarli. È quella parte del moderno canto armonico che non prevede esibizioni di costumi sgargianti, balli codificati e assordante musica techno (come ho visto qui a fine marzo alla festa del khoomei), ma che compensa ciò che le manca in fatto di spettacolarità con una bellezza intrinseca.
Se non avete mai sentito un khoomei, non vi sarà facile immaginarlo esattamente. Quando è eseguito nel modo giusto, inizia con un suono gutturale che crea il tono basso su cui è modulata la melodia di un motivo mongolo. Se è mal eseguito sembra di sentire qualcuno che gorgoglia il motivo di Guerre stellari, che è più o meno il livello al quale arrivo io: ho pensato che, una volta tornato a casa, questa mia nuova arte potrebbe rivelarsi buona solo per una mediocre esibizione a notte fonda in qualche festa. Invece un buon khoomei è molto di più di un numero di effetto: qui in Mongolia è una forma musicale studiata e rispettata che trova spazio nelle feste e nelle università di tutto il paese, ed è una parte importante del lavoro del pastore mongolo.
Il mio maestro, un pastore-musico che si chiama Tserendavaa (per tradizione i mongoli non hanno cognome) ricorre al khoomei tutte le volte che una pecora, una capra, un cavallo, una mucca o un cammello appena nati restano orfani o sono rifiutati. È una pratica che si svolge senza clamore – diversamente dalla festa del khoomei – e si propone di calmare la neomamma e renderle familiare il neonato.
Il processo comporta varie fasi. Ho definito la prima «abbandono e preghiera». Si cerca di lasciare l’agnello all’aperto, non troppo lontano dalla pecora, allontanandosi fischiettando come se non vi importasse del neonato e non intendeste prendervene cura. La pecora si drizza sempre e si guarda intorno, quasi a dire: «ma quella cosa è davvero mia?»; quindi la annusa. Questo primo approccio, però, funziona raramente. Di solito la pecora gira i tacchi e si allontana, lasciando solo l’agnellino. Si passa quindi alla seconda fase, che ho chiamato «vicinanza forzata».
Si lega la pecora a una roccia o a un cespuglio mettendole accanto l’agnello. Si spera così che con il tempo ceda le armi e cominci ad allattare quella cosina. In qualche caso l’espediente funziona, in altri bisogna ricorrere alla terza fase, «khoomei e sussurro».
Solitamente, Tserendavaa si inginocchia accanto alla pecora e le afferra le zampe posteriori per impedirle di scappare. Poi tuba e fa le fusa, sussurra e schiocca la lingua, portando l’agnello sotto la pecora per cercare di fargli bere un po’ di latte.
Quindi inizia sommessamente il suo khoomei, pian piano, come una cantilena. Modula le melodie preferite oppure improvvisa melodie e suoni sul momento, usando sei diversi tipi di khoomei (dalle basse vibrazioni di petto agli acuti sibili nasali) intervallati da altri sussurri, schiocchi eccetera.
È un genere di pratica musicale diverso da quello che ho conosciuto in Ghana e in Tanzania. Suona più libero, più meditativo, quasi come un incantesimo o una preghiera. La sensazione nasce in parte dall’assenza di un’insistita scansione ritmica. Tserendavaa basa le sue melodie più sulle frasi che sull’idea di una cadenza ritmica rigorosa. La sensazione deriva anche dal fatto che la musica non si inserisce facilmente nelle progressioni familiari di accordi che accomunano la musica africana e quella occidentale. Questa mongola sembra incentrarsi più sulla tensione tra tono basso e fischio acuto che sui rapidi cambiamenti di accordi e melodie complesse, enfatizzando soprattutto le cadenze V-I che intervengono a metà e alla fine dei motivi.
Infine, il khoomei è legato al paesaggio in modo diverso da altre espressioni musicali di cui sono venuto a conoscenza. Tserendavaa lo sente continuamente, quando è nella steppa, nel vento che fischia attraverso l’erba, nel lago ghiacciato che scricchiola sommessamente nelle notti ventose, nel nostro stomaco se abbiamo esagerato con lo stufato di montone: «Ops, khoomei di stomaco».
Come Tserendavaa sente il khoomei nel paesaggio, io sento il paesaggio nel khoomei. Le distese senza alberi, i laghi in moto, il vento che soffia attraverso le fessure della porta della nostra capanna sono tutti presenti nei suoni di questa musica. Tutto questo, le frasi, la dinamica basso-alto, il legame con il paesaggio, dà la sensazione che il khoomei sia una recita sussurrata, come se il cantante parlasse direttamente con la pecora.
Quando Tserendavaa avverte che la pecora si è finalmente calmata, la lascia andare e arretra lentamente, camminando con le mani dietro la schiena e guardando con cautela per verificare se la pecora accetta l’agnello o lo manda via scalciando. A volte ci vuole qualche giorno per completare il processo, ripetendo le varie tattiche finché una ha efficacia. Qualche volta non funziona nessuna e allora si munge a mano la pecora allattando l’agnello con un biberon.
Ma su centinaia di nascite questa eventualità si è verificata solo due volte nell’ultimo anno. Tserendavaa è un omone socievole e mite e, anche se non ho modo di dimostrarlo, ho la sensazione che ciò contribuisca alla sua alta percentuale di successi. A volte, quando conduciamo gli animali da un angolo all’altro della steppa, si mette a cantare canzoni sulle montagne, i cavalli e le belle donne. Intreccia il khoomei con le canzoni mentre procediamo e afferma che questo è il modo migliore per esercitarsi, all’aria fresca e camminando dietro gli animali.
Ritengo che il rapporto che ha con il suo gregge e i canti con i quali lo accompagna, gli rendano più facile convincere le madri a prendersi cura dei neonati. Osservandolo al lavoro con il gregge e solo con gli orfani e le madri, non posso evitare di pensare che in un modo o nell’altro alle pecore piaccia davvero, come a me.

 

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A Sestri Levante la magia delle Hulan,

musiciste e contorsioniste dalla Mongolia

22 maggio Dalle steppe della Mongolia a Genova, arrivano le Hulan (foto a destra). Venerdì 29 e sabato 30 maggio l'Andersen festival di Sestri Levante accoglie queste musiciste raffinate e contorsioniste straordinarie, vere proprie star in patria, aprono a Sestri Levante il loro tour europeo con un concerto-spettacolo che presenta una visione al femminile dell’arte, della cultura, della musica e della spiritualità del loro paese). Hulan è una formazione composta da otto artiste: quattro musiciste (tre yatag più un morin khuur), una cantante, una ballerina e due contorsioniste, tutte soliste del Mongolian State Morin Khuur Ensemble e del Circo nazionale di Mongolia. Vedi sezione Contorsioniste

 

La grande voce mongola Ariunaa Tumur a Ginevra

19 maggio 2009 Lei è una delle più famose cantanti mongole. Si chiama Ariunaa Tumur e, in attesa di vederla esibire nei teatri italiani, sabato 23 maggio sarà in Svizzera, nella Sala Centrale Madeleine di Ginevra. Il concerto, della durata di tre ore, comincerà alle 20 ed è organizzato dall'Associazione per gli scambi commerciali e culturali Mongolia-Svizzera. Per informazioni e prenotazioni: mzoz_geneve@yahoo.fr.

 

Con gli Hosoo Transmongolia

la musica delle steppe conquisterà Vasto

24 gennaio 2008 La musica più suggestiva della Mongolia va in scena al Teatro Rossetti di Vasto (Chieti) il 27 gennaio alle ore 17 con un concerto degli Hosoo Transmongolia. Si tratta di uno dei gruppi più prestigiosi nel panorama culturale mongolo. Propongono canzoni tradizionali con il khoomii (canto di gola) accompagnato dagli strumenti della steppa, come il morin khuur, il violino con il manico a forma di cavallo. Nella nuova guida della Polaris sulla Mongolia, scritta da Federico Pistone e che sarà in libreria in primavera, trova spazio l'intervista esclusiva di Massimo Baraldi www.massimobaraldi.it al leader degli Hosoo Transmongolia, a conferma dell'importanza di questo ensemble musicale che tornerà in Italia a maggio, quando si esibirà sui palcoscenici bergamaschi.

 

Hosoo, la voce della steppa, si racconta

Dangaa Khosbayar, in arte Hosoo, ha 35 anni ed è uno degli artisti più singolari e popolari della musica mongola. Nel 1995 ha vinto il concorso come miglior cantante della Mongolia. E' il leader degli Hosoo Transmongolia, cinque musicisti tra i 19 e i 35 anni che, partendo dalle più radicate tradizioni della musica popolare mongola (in particolare dal canto di gola), propongono canzoni di vera magia, al confine fra l'arte sperimentale, il jazz e le antiche melodie dei nomadi della steppa. Lo scrittore comasco Massimo Baraldi ha intervistato recentemente Hosoo, riuscendo a cogliere l'essenza di questa arte così remota e coinvolgente nello stesso tempo e offrendoci il lato più sincero del grande musicista. Parlando della musica e delle sue tradizioni, Khosbayar afferma: "Abbiamo il nomadismo nel sangue! Per questo, tra i nostri più grandi valori, c’è quello del “ritorno al luogo d’origine“. In Mongolia si dice che, se uno non rivede almeno una volta al mese il posto dov’è nato, è una persona malata". Per leggere l'intervista integrale di Baraldi a Hosoo cliccare su questo indirizzo: http://www.massimobaraldi.it/cosa/interviste.html . Per ascoltare un assaggio delle meravigliose canzoni di Hosoo dall'ultimo cd Gesang des Himmels (2005) basta cliccare qui (il sito ufficiale è www.hosoo.de)  e scegliere il brano disponibile: canzoni di Hosoo

 

Gruppo mongolo di heavy metal fa impazzire i cinesi 

E la polizia irrompe durante un concerto

29 novembre 2004 - Si chiamano Hurd e sono il più popolare gruppo musicale della Mongolia. Il loro stile si rifà al rap di Eminem, con ritmi sincopati e testi dissacratori. In una recente tournée in Cina hanno ottenuto un successo clamoroso che ha messo in allarme le autorità di Pechino per l'atteggiamento provocatorio del complesso mongolo. Durante un concerto la polizia cinese ha circondato il palazzetto provocando una reazione dei fan degli Hurd: quattro arresti, concerto sospeso e duemila spettatori costretti a tornare a casa. Due chat in lingua mongola  dedicate al gruppo rap sono state chiuse dalle autorità cinesi che hanno inibito gli Hurd a fare ritorno sul territorio cinese. Nella foto, il complesso mongolo degli Hurd. Vedi anche Rassegna Stampa con articolo dell'Herald Tribune