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CULTURA

POESIA

 

SE i guerrieri diventano poeti

Anche un popolo nomade e inquieto come quello mongolo ha bisogno di musica e poesia. Da secoli i pastori si tramandano canzoni, leggende, favole, epopee. Molte suggestioni, l’amore estremo per la patria, per la natura, per il Cielo, per gli sciamani, per Gengis Khan, per gli animali, per la famiglia, per gli antenati, per le persone care.

Un poeta molto celebrato è Danzan Ravjaa (1803-1856, a destra ritratto in un dipinto), definito “il terribile nobile santo del Gobi”. Ancora oggi i mongoli si ritrovano in processione al monastero da lui fondato nel 1821 nel Dornogobi.  La poesia per i mongoli da sempre assume un profondo significato di coesione e fierezza e il periodo d’oro coincide con la dominazione sovietica. Con il plotone di esecuzione sempre pronto, la rabbia e la protesta lasciano il posto a sentimenti lievi, al confine della retorica, ma profondi e sinceri per la natura e la patria: perfino questo ha provocato persecuzioni, minacce, carcere e morte.

Dahsdorjyn Natsagdorj (1906-1937, foto a sinistra) entrò nel governo filostalinista di Choibalsan ma venne ucciso, ancora giovane, in circostanze misteriose. Non gli bastò celebrare il bolscevismo in una delle sue poesie più celebri: “La gloriosa Rivoluzione d’Ottobre nel millenovecentodiciassette ha illuminato tutto il mondo, falce e martello scintillano maestosamente nel sole di questo giorno indimenticabile… La Rivoluzione d’Ottobre ha annientato il mondo ignorante, come un’onda immane che rinnova tutto”. Il suo poema più celebrato resta però “La mia patria”, vera e propria dichiarazione d’amore per la Mongolia, che ha ispirato anche l’inno nazionale odierno. “Questa è la mia patria, l’amato paese, la mia Mongolia. Terra di pascoli rigogliosi di erba fine e pura, terra dove tutti possono cavalcare e muoversi in libertà. Questa è la mia patria. Quella delle meravigliose montagne, culla dei nostri antenati, dove siamo nati e fioriti, la terra dove i cinque animali sacri vagano nelle pianure”.

Un destino comune per l’impronunciabile contemporaneo Sodnombaljiryn Buyannemejk (1902-1937, dallo stile classico e romantico, tra i più amati ancora oggi dal popolo mongolo, anche lui diviso fra lirismo patriottico e sovietico. “La terra mongola i cui figli hanno ali di cigni e oche, la terra mongola le cui figlie hanno la forza dei cavalli e degli asini selvaggi. Non è solo il nome su una mappa geografica, è la forte e coraggiosa nazione mongola”. “Noi, mongoli e pastori mongoli che subimmo per troppo tempo la dominazione feudale cinese, sotto la spinta di questa Gloriosa Rivoluzione non soffriremo più e il nostro Paese sarà libero”.

 

 

GALSAN TSCHINAG, LO SCRITTORE DEL SILENZIO
Galsan Tschinag è lo scrittore mongolo più conosciuto al mondo. Nato nel 1944 in Mongolia, ultimo figlio di una famiglia di pastori nomadi tuvini, dal 1962 al 1968 ha studiato germanistica a Lipsia. I suoi due libri, “Il cielo azzurro” e “Ventun giorni” (edizioni AER, vedi sezione LIBRI per scheda e recensione), permettono al lettore di immergersi nella quotidianità della vita nomade. Vai alla sezione dei Personaggi dedicata a Galsan Tschinag

 

 

 

 

Letteratura: coraggio e ironia della rivoluzione

La cultura scritta torna a rivivere in anni recenti, con artisti legati al periodo della dominazione sovietica: intellettuali che fatalmente finiscono per allinearsi al potere bolscevico ma che riescono  a cantare le gioie e le speranze di una terra sofferta e orgogliosa. È il caso di Lodongyn Tudev, 73 anni, straordinario, coraggioso e ironico interprete di una generazione sottratta al giogo cinese e consegnata alla mercé sovietica (nella foto, Tudev durante un incontro con Federico Pistone). È considerato tra i migliori cento scrittori al mondo e la Mongolia gli ha tributato una festa sontuosa per i cinquant’anni del suo primo romanzo il cui titolo, in italiano, suona più o meno come “Sveglia ragazzi”. Tudev è stato presidente della gioventù comunista, attivista del Partito rivoluzionario e direttore del periodico “Unen”. Eppure è proprio lui a svelarci una doppia lettura dei suoi scritti, celebrativi e insieme critici verso il potere centrale: “In uno dei miei racconti più popolari descrivevo l’arrivo di un funzionario comunista in una tenda di nomadi. La burocrazia del regime imponeva di mettere timbri dappertutto. Ma il timbro cade e si rompe: e tutto il sistema va in crisi”. Tudev ha cercato sempre di mediare fra il dovere per il partito e l’amore per le proprie radici nomadi. In un altro famoso racconto descrive l’arrivo di un ricco straniero che scommette di poter vivere senza problemi come un nomade mongolo. Per lui sarà una catastrofe e tornerà a gambe levate alle sue comodità. “Non ci si improvvisa nomadi – spiega Tudev – bisogna esserlo veramente. Questa vita per noi è tutto, per un occidentale è solo scomoda. Perché ormai ha perso il contatto con la terra. E secondo voi chi è più ricco?”.

di Federico Pistone da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" di Federico Pistone - Polaris 2008)
 

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