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POSTE

UN SERVIZIO IMPECCABILE DAL 1240

Budgan Aimar si guardò intorno e con tutte le cose che c’erano da fotografare mi indicò tre asini. Erano giovani e robusti, ma pur sempre tre asini. Era questa la ricompensa per una notte trascorsa nella sua gher, persa nella steppa a trecento chilometri da Ulaanbaatar: niente soldi, solo un paio di fotografie da spedirgli per posta, dall’Italia. Mi scrisse l’indirizzo in cirillico sul taccuino: una volta a casa lo avrei dovuto attaccare alla busta, indicando sotto “MONGOLIA” in stampatello. “Arriva, vedrai che arriva”, disse Nyamaa intuendo un leggero pessimismo. “Il nostro è un paese sterminato, senza strade, con una popolazione nomade che si sposta di chilometri, eppure le poste funzionano benissimo. Dal tempo dei grandi Khan”. È stata la nostra fortuna. Nostra di europei, intendo. Nel 1240 le armate mongole erano alle porte dell’Occidente: devastarono Cracovia, incendiarono Pest, arrivarono in Austria e giù fino ai confini del Friuli. L’Europa sembrava indifesa, pronta per essere invasa. Ma improvvisamente – e apparentemente senza spiegazione, tanto che a Roma pensarono a un miracolo – i mongoli tornarono indietro. Cos’era successo? Il Gran Khan Ögödei, terzogenito di Gengis Khan, era morto. E La tradizione prevedeva che tutti i principi tornassero in Mongolia per eleggere un nuovo capo. L’informazione arrivò veloce, a poche settimane dall’evento luttuoso, per mano di uno sconosciuto postino che nessuno ricordò – o ricorderà mai - come il salvatore d’Europa. Ma la notizia della morte di Ögödei aveva salvato l’Occidente cristiano, e il merito andava all’efficienza delle poste mongole. Un servizio che proprio Ögödei – durante i suoi dodici anni di regno – aveva reso rapido e affidabile: un’istituzione dell’impero, ha scritto Luciano Petech, “che assicurava la trasmissione delle notizie verso il centro e la diramazione degli ordini verso la periferia”.


LE QUATTRO IMPRESE DI Ögödei

Per saperne di più sono salito al terzo piano dell’ufficio postale di Ulaanbaatar, a due passi dalla piazza centrale. Fra quintali di lettere impolverate è saltato fuori un vecchio libretto scritto in mongolo, con alcune pagine dedicate all’argomento. Tradotte in italiano, rivelavano che la posta mongola, già attiva nel X secolo, era chiamata urton e ai tempi di Gengis Khan coinvolgeva un alto numero di maschi adulti, obbligati a collaborare al servizio per diverse settimane all’anno. “Ho fatto quattro cose importanti”, amava ripetere Ögödei: “Ho vinto i cinesi, scavato la terra dove non c’era acqua, tracciato le strade per trasmettere le informazioni e creato la posta”. Fu lui a istituire una quarantina di morin örtö, posti di cambio sparsi per tutto l’impero. Per ognuno c’era una grande gher, la tenda mongola, e poi letti, coperte, cibo a sufficienza e centinaia di cavalli freschi, che garantivano il mantenimento di una velocità costante: i corrieri mongoli percorrevano in media cento chilometri al giorno. Il servizio aveva le sue regole. Si sa che i pacchi da spedire non potevano superare i 45 chilogrammi e dovevano avere una dimensione racchiusa fra i quaranta centimetri di lunghezza, i 23 di lunghezza e i 20 di altezza. Spesso sui pacchi il mittente disegnava la strada che si doveva seguire per raggiungere la destinazione, e se la missiva aveva una certa urgenza ci si scriveva sopra “Vola Vola” oppure ci si disegnava uno zoccolo di cavallo. Riposato e rifocillato, il postino si preparava al viaggio attorcigliandosi sulla testa una lunga stoffa a mo’ di turbante, e stringendosi forte una cintura all’altezza dello stomaco, per non avere in seguito problemi ai reni o alla schiena. Al ritmo massacrante delle poste mongole viaggiò anche Fra’ Giovanni di Pian di Carpine, che partì da Lione nel 1245 e vi tornò due anni dopo (ancora oggi, per raggiungere certe zone remote del paese si possono usare i mezzi della posta locale). Pian di Carpine annotò nella sua Historia Mongalorum come i mongoli, in sella, “sopportano molto il freddo e anche il caldo”, cambiando i cavalli “quasi tre o quattro volte al giorno”: “cavalcavamo da mattina a sera – scrisse il francescano, inviato del papa - e molto spesso anche di notte”, mentre agli ambasciatori “bisogna subito dare loro cavalli di posta, carri e provviste”. A volte il portalettere cambiava i cavalli al volo, senza fermarsi, e se aveva bisogno di animali freschi aveva il diritto di requisirli a chiunque. Era la paiz che gli dava questo potere, un’autorizzazione introdotta forse nel 1232 e notata dallo stesso Marco Polo: marcata con un sigillo imperiale, la paiz era in legno, in giada o in oro e si ispirava alla pai-zu, la “tavoletta dell’autorità” cinese. L’arrivo del radiotelegrafo negli anni Venti del secolo scorso, introdotto dai cinesi per comunicare facilmente con Pechino, non sostituì la classica campanella legata al cavallo, il cui suono anticipava l’arrivo del postino. Anche se il sistema di Ögödei venne smantellato ufficialmente nel 1949, in molte regioni della Mongolia - e forse anche a casa del vecchio Budgan Aimar - la posta arriva ancora al ritmo delle cavalcate nella steppa.
Testo e foto di Alessandro Gandolfi