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PERSONAGGI

TSERENJANHOR "SHARK"

UNO SQUALO NATO NELLA STEPPA

Per tentare un tiro da tre rischi di finire in mezzo alla foresta, braccato dai lupi della taiga. Il canestro c’è, l’altezza è vagamente regolamentare. Manca solo il campo, il pallone e, spesso, i giocatori. Soprattutto quando ci sono cinquanta gradi sottozero e il vento siberiano sibila senza pietà. Quassù, nel Khentii, Mongolia buriata,  dove Gengis Khan nacque, fu sepolto e giusto ottocento anni fa venne incoronato padrone del più grande impero della storia, la pallacanestro può essere un passatempo e a  volte un salvavita. L’alternativa, anche per i più giovani, è l’alcol: la vodka e l’airag, il latte di cavalla fermentato che per i nomadi diventa l’unica fonte di alimentazione durante i lunghi spostamenti  nella steppa. Gli ubriachi vengono incatenati nella strada principale di Binder, la città dove Temujin fu battezzato, alla congiunzione dei fiumi Onon e Khur, come recita La storia segreta dei mongoli, il testo vergato da un anonimo nel 1260, diciassette anni dopo la morte del saggio e feroce condottiero. Resteranno lì, i due sventurati, per tutta la notte: non è solo una lezione esemplare, ma anche l’unico modo per evitare che i fumi dell’alcol possano portarli a importunare i bambini che giocano a pochi metri da loro. Del resto, il carcere più vicino è a seicento chilometri (che qui fanno tre giorni in fuoristrada), nella capitale Ulaanbaatar, dove si concentra metà della  popolazione di tutta la Mongolia, un milione di abitanti. E proprio a Ub, come viene confidenzialmente chiamata, si concentrano alcuni talenti destinati ai palazzetti cinesi o russi. Come Sharavjamts Tserenjanhor, una quintalata d’uomo lungo 213 centimetri, 32 anni, detto Shark, lo squalo, il primo asiatico a firmare per i leggendari Globetrotters. Anche lui ha cominciato da un canestro piantato a caso in mezzo alla steppa, tra mandrie di yak e di capre, appena fuori dalla gher, una delle migliaia di candide tende che punteggiano il paesaggio mongolo. Per Tseren, così lo chiamano a casa per comodità, la statura segna il destino. A due anni ogni mongolo che si rispetti galoppa con disinvoltura, ma per lui montare i piccoli e bizzosi cavalli delle steppe già nell’adolescenza era diventato un supplizio. Così la decisione di lasciare la vita nomade, i canestri arrugginiti nella steppa, per provare l’avventura dei palazzetti con le righe per terra e perfino le retine intorno al cesto. A dieci anni è già un lungagnone dalla mira infallibile. A 17 entra nella Ulaanbaatar city league, una sorta di campionato mongolo. Si iscrive alla Otgontenger, l’università di giurisprudenza della capitale. E’ una bella testa, Tseren, gli esami vanno bene ma il pensiero rimbalza altrove. Così interrompe la carriera accademica, “troppa teoria e poca pratica” e impara perfettamente russo e inglese all’istituto di lingue straniere a Erdenet, città messa su dal nulla dai russi negli anni Cinquanta:da una parte baracche e tende di feltro, dall’altra palazzoni e strade asfaltate. Intanto il ragazzino troppo cresciuto diventa sempre più bravo in campo: non solo centimetri e muscoli ma anche fosforo e anima. Quando non studia e non tira di canestro, si acquatta come un monaco sulle rive dell’Hovsgol, il grande lago srotolato al nord della Mongolia fino alla Siberia, e sfodera la sua canna da pesca. Tra un salmone e l’altro, sogna a stelle e strisce. A 24 anni si sposa con Erdenebulgan che gli regala un figlio. Ma non basta, Tseren è inquieto come Gengis Khan, vorrebbe conquistare il mondo, senza archi e frecce ma con una palla a spicchi. E finalmente, a 27 anni, Mannie Jackson lo vede e lo ingaggia per i Globetrotters. Shark (nella foto è con la divisa ufficiale) è il primo cestista asiatico a entrare tra i miti di Harlem. Tira su baracca, burattini, moglie e figlioletto di tre anni e sbarca a Phoenix, Arizona,  dove fatalmente si ritrova appiccicato l’appellativo di “Michael Jordan della Mongolia”. “Sono l’uomo più fortunato dell’Asia”, dice ma senza dimenticare le sue origini. “Vorrei poter uscire a cena con Gengis Khan – dice – per chiedergli come si fa a vincere sempre”. E appena ha un varco tra allenamenti e partite, lo squalo torna nella sua steppa a respirare di nuovo dentro quel grande cielo sacro e a provare un tiro da tre molto più difficile di quello del palazzetto di Phoenix. Direttamente nel bosco, a due passi dai lupi.

(articolo di Federico Pistone pubblicato su "Dreamteam", vedi sezione Articoli)