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SOCIETA'

SPORT

UNA STORIA PARALLELA, 
TRA TRADIZIONI E NUOVE SFIDE

La Mongolia viaggia su un’altra galassia anche nello sport. Tutto qui è tradizione mistica, antichi riti nomadi, tempra per sopravvivere al gelo impossibile dell’inverno e spirito guerriero ereditato da Gengis Khan. Così i mongoli sono insuperabili in almeno tre discipline: lotta, tiro con l’arco e corsa dei cavalli. Ma le gare si svolgono senza compromessi, secondo le leggi ancestrali della steppa. Per questo da qui non usciranno mai campioni del mondo o allori olimpici. La vera Olimpiade per i mongoli si chiama Naadam, due giorni di gare e di festa nella seconda settimana di luglio. La lotta è quella classica dei combattenti mongoli, lenta, estenuante, con regole rigide e gesti ancestrali: non ci sono categorie, si procede con duelli a eliminazione tra cinquecento lottatori finché uno solo resta in piedi: è il vincitore, il titano, l’uomo più forte del Paese.  (nella foto a sinistra, Usukh Bayar, campione mitico, vincitore di tre edizioni del Naadam - 2002, 2003 e 2005 - intervistato da Federico Pistone). Nel tiro con l’arco e nella corsa dei cavalli gareggiano tutti: dai bimbi alle donne, dai  giovani ai vecchi e, alla fine delle gare, nelle tende si preparano migliaia di buuz, i ravioli di montone cotti al vapore, e litri di airag, il latte di cavalla fermentato. Da qualche anno però i mongoli stanno diventando protagonisti anche in sport “istituzionali”. Nel sumo sono diventati i protagonisti assoluti facendo piangere l’intero Giappone: Un venticinquenne di Ulaanbaatar, Dolgosuren Dagvadorj, è il più forte lottatore del mondo ed è praticamente imbattibile (vedi sotto). E’ alto “solo” 1,84 e pesa 145 chili e ora si è trasferito a Tokyo dove è diventato una sorta di divinità. Il suo nome di battaglia è Asashoryu, “drago blu del mattino”, mentre in Mongolia ha un appellativo meno romantico: il cannibale. Ed è pronto già l’erede, si chiama Munkhbat Davaajargal, in arte Hakuho. Ha appena compiuto vent’anni ma è destinato a diventare il prossimo Yokozuma, una sorta di campione del mondo del sumo. Nel 2004 ad Atene è arrivata anche la prima medaglia mongola nella storia dell’Olimpiade: Khashbaatar Tsagaanbaatar ha vinto il bronzo del judo 60 kg. Ma ai Giochi ateniesi la Mongolia ha strappato applausi non solo per i discreti risultati ma soprattutto per la simpatia e il pieno spirito olimpico dimostrato: come quello di Luvsanlkhundeg Otgonbayar, atleta di 22 anni, giunta 66a a 2 ore, 22 minuti e 22 secondi dalla vincitrice della maratona: a suo modo, un record anche questo. Se non altro di coraggio. All’olimpiade invernale di Torino 2006, un’allegra delegazione di atleti mongoli ha strappato applausi, soprattutto nello sci di fondo. E poi c’è lo squadrone del tiro con la pistola, capeggiato da Gundegmaa, la bella atleta di Ulaanbaatar, campionessa mondiale dai 25 metri con titolo confermato a Roma nell'ottobre 2006 nei campionati iridati.

Anche nelle discipline più popolari in occidente, come baseball, basket e pallavolo, la Mongolia si sta attrezzando. Soprattutto nel calcio, la nazionale rossoblù sta provando a scalare le modeste posizioni della classifica Fifa. Attualmente è al 185° posto, su 205, del ranking internazionale, ma è passata da risultati come lo 0-15 contro l’Uzbekistan nel 1998 al recente 2-2 con il Bangladesh nelle qualificazioni per Germania 2006. L’allenatore Ishdorf Otgonbayar, 38 anni (foto a sinistra, mentre osserva una foto del collega Marcello Lippi), è fra l’altro un grande ammiratore del calcio italiano: “Mi piace Lippi – dice – ma sono costretto a fare il Trapattoni perché la mia squadra deve sempre difendersi, non per scelta ma perché gli avversari sono più forti di noi”. E il più grande talento del football mongolo, il ventottenne difendore Lkhumbergarav, eletto miglior giocatore dell’ultima coppa d’Asia, è stato soprannominato il “Maldini della Mongolia”

(testo e foto di Federico Pistone da "Dreamteam")

 

 

DRAGO BLU DEL MATTINO,
IL LOTTATORE CHE FA PIANGERE IL GIAPPONE

C’è però un personaggio che ha portato la Mongolia in cima al mondo nello sport. Si chiama Dolgosuren Dagvadorj, in arte Asashoryu (a sinistra nella foto ufficiale). Da qualche anno è il re incontrastato del sumo e il più forte lottatore mondiale di tutti i tempi. Nato a Ulaanbaatar il 27 settembre 1980, a vent’anni si è trasferito in Giappone per diventare un combattente professionista. Qui è stato ribattezzato Asashoryu che, in giapponese, significa “drago blu del mattino” (in Mongolia invece viene chiamato “il Cannibale”). E’ alto “solo” 1,84 e pesa 148 chili e ha debuttato nel gennaio 1999, dimostrando subito una potenza e una tecnica straordinarie. Nel maggio 2003 diventa il 68° Yokozuma (appellattivo che indica il massimo grado del sumo) della storia. Nel 2004 Dolgosuren conquista cinque tornei su sei, impresa mai riuscita negli ultimi 25 anni. Altro anno di grazia il 2005: Asashoryu trionfa nei tornei di Tokyo, Haru e Osaka, i più prestigiosi. In pochi  anni ha scalato la gerarchia del sumo fino a umiliare gli stessi giapponesi. Anche nel 2006 Asashoryu si conferma imbattibile, conquistando tutti i tornei a disposizione.  Ora Asashoryu, che ha solo 26 anni, ha già un erede, sempre mongolo, destinato a ripercorrere le orme del maestro: si chiama Munkhbat Davaajargal, detto Hakuho (foto a destra), entrato già nell’elite del sumo grazie alla straordinaria conquista nella Coppa dell’Imperatore del Grande torneo di primavera a Tokyo. Munkhbat è nato l’11 marzo 1985, è alto 1,92 e pesa 152 chili. Ha debuttato in un torneo ufficiale nel marzo 2001 e dal 2005 fa parte del circuito “eletto”. Finora il suo record è di 215 vittorie, 101 sconfitte e 6 pareggi, ma la sua arte lo porterà, dicono, a essere invincibile (per altre informazioni www.sumo.it). Asashoryu ha conquistato di diritto su questo sito un posto nella sezione PERSONAGGIASASHORYU con informazioni e aggiornamenti sulla sua impressionante carriera. Oppure consultate la sezione SOCIETA'SUMO
 

CALCIO, IL C.T. MONGOLO CHE AMMIRA LIPPI 
MA E' COSTRETTO A FARE IL TRAP

ULAAN BAATAR – “Il mio modello è Lippi, ma sono costretto a fare il Trap”. Lo chiama proprio “Trap”, confidenziale, da collega a collega. Ishdorf Otgonbayar, 38 anni, è l’allenatore della nazionale di calcio della Mongolia, passata in pochi mesi dal duecentesimo al 185° posto nelle classifiche Fifa, dagli 0-15 contro l’Uzbekistan nel ‘98 al recente 2-2 con il Bangladesh nelle qualificazioni per Germania 2006: al 94’ l’attaccante Bumanuchral ha realizzato il gol che vale il primo pareggio e il primo punto ufficiale. “Ammiro il coraggio e la spregiudicatezza di Marcello Lippi – spiega Otgonbayar, che per un anno ha studiato calcio in Ucraina – ma con una squadra modesta come la mia non posso che essere un difensivista. Il mio modulo? Un 3-5-2 in partenza che spesso si trasforma in 4-5-1”. Le cose stanno cambiando. Negli ultimi campionati asiatici, il difensore e capitano della Mongolia Lkhumbengarav, 28 anni, è stato eletto miglior giocatore del torneo. “Gioca alla Maldini – assicura il c.t. – ma ogni paragone è fuori luogo. Il calcio italiano è il numero uno al mondo. Quando abbiamo la cassetta di una partita di serie A, rinunciamo all’allenamento e ce ne stiamo rintanati negli spogliatoi a guardarla e a commentarla insieme. E ogni volta impariamo qualcosa”. Qui si gioca poco, giusto in estate.Ulaan Baatar, quasi un milione di abitanti su poco più di due e mezzo distribuiti in una terra grande cinque volte l’Italia, è la capitale più fredda del mondo e d’inverno la temperatura piomba a cinquanta sottozero. Accanto al grande stadio del Naadam, dove ogni luglio la Mongolia incorona il nuovo Gengis Khan dopo una teoria estenuante di celebrazioni e sfide di lotta, hanno srotolato un tappeto di erba sintetica, dono di incoraggiamento della Fifa. Entro l’anno prossimo dovrebbero arrivare anche le tribune, capienza diecimila persone. “Il nostro problema è il clima, anche l’erba sintetica rischia di gelare” scherza Otgonbayar. “Non abbiamo strutture indoor dove prepararci, eppure il calcio sta diventando sempre più popolare e praticato. Anche la scuola sta cominciando a dare spazio e molti giovani hanno sostituito il tradizionale arco con il pallone”.

Nella centrale piazza Sukebatar, di fronte alla statua dell’eroe che nel 1921 cacciò i cinesi per lasciare via libera ai sovietici, un gruppo di bambini sfida una tormenta di neve improvvisando una partitella a calcio. Dalle inquietanti grida di battaglia, si riconoscono i nomi di Dino Zoff, Paolo Rossi, Gigi Riva. Ma Otgonbayar è aggiornato: “Avete i più forti attaccanti al mondo: dietro Vieri e Del Piero, potete schierare dei veri fuoriclasse come Toni e Gilardino che saranno i veri protagonisti dei prossimi Mondiali”.

La storia del calcio in Mongolia comincia nel 1959 ma per quasi quarant’anni, fino al ’98, non si giocano partite ufficiali. Oggi non c’è un vero e proprio campionato ma otto squadre che si sfidano quando il tempo lo permette: c’è anche lo Ulaan Baatar United ma la Juventus della Mongolia è il Khoromkhon, dove gioca Lkhumbengarav. Ovviamente non ci sono professionisti, tutti i giocatori hanno un lavoro o sono studenti universitari. Come Murun, 18 anni, attaccante. Scarpette gialle, tocco felpato e riservato come un monaco tibetano.“Questo è un vero fuoriclasse”, garantisce Otgonbayar. “Non diventerà celebre come Gengis Khan, ma sarà il primo mongolo a diventare qualcuno nel calcio”. E la prossima partita della nazionale rossa di Mongolia? “Fino a maggio siamo fermi. Intanto mi godo il campionato italiano. E le prodezze dell’amico Shevchenko. Poi ci saranno i Mondiali. E finché non ci saremo anche noi, tiferemo Italia”.

Federico Pistone (Corriere della Sera - ottobre 2005). Nelle foto, in alto il c.t. della Mongolia Otgonbayar con Federico Pistone; sotto, la giovane promessa del calcio mongolo Murun

 

BASKET: DUE TIRI CON GENGIS KHAN

Per tentare un tiro da tre rischi di finire in mezzo alla foresta, braccato dai lupi della taiga. Il canestro c’è, l’altezza è vagamente regolamentare. Manca solo il campo, il pallone e, spesso, i giocatori. Soprattutto quando ci sono cinquanta gradi sottozero e il vento siberiano sibila senza pietà. Quassù, nel Khentii, Mongolia buriata, dove Gengis Khan nacque, fu sepolto e giusto ottocento anni fa venne incoronato padrone del più grande impero della storia, la pallacanestro può essere un passatempo e a volte un salvavita. L’alternativa, anche per i più giovani, è l’alcol: la vodka e l’airag, il latte di cavalla fermentato che per i nomadi diventa l’unica fonte di alimentazione durante i lunghi spostamenti nella steppa. Gli ubriachi vengono incatenati nella strada principale di Binder, la città dove Temujin fu battezzato, alla congiunzione dei fiumi Onon e Khur, come recita La storia segreta dei mongoli, il testo vergato da un anonimo nel 1260, diciassette anni dopo la morte del saggio e feroce condottiero. Resteranno lì, i due sventurati, per tutta la notte: non è solo una lezione esemplare, ma anche l’unico modo per evitare che i fumi dell’alcol possano portarli a importunare i bambini che giocano a pochi metri da loro. Del resto, il carcere più vicino è a seicento chilometri (che qui fanno tre giorni in fuoristrada), nella capitale Ulaanbaatar, dove si concentra metà della popolazione di tutta la Mongolia, un milione di abitanti. E proprio a Ub, come viene confidenzialmente chiamata, si concentrano alcuni talenti destinati ai palazzetti cinesi o russi. Come Sharavjamts Tserenjanhor, una quintalata d’uomo lungo 213 centimetri, 32 anni, detto Shark, lo squalo, il primo asiatico a firmare per i leggendari Globetrotters. Anche lui ha cominciato da un canestro piantato a caso in mezzo alla steppa, tra mandrie di yak e di capre, appena fuori dalla gher, una delle migliaia di candide tende che punteggiano il paesaggio mongolo. Per Tseren, così lo chiamano a casa per comodità, la statura segna il destino. A due anni ogni mongolo che si rispetti galoppa con disinvoltura, ma per lui montare i piccoli e bizzosi cavalli delle steppe già nell’adolescenza era diventato un supplizio. Così la decisione di lasciare la vita nomade, i canestri arrugginiti nella steppa, per provare l’avventura dei palazzetti con le righe per terra e perfino le retine intorno al cesto. A dieci anni è già un lungagnone dalla mira infallibile. A 17 entra nella Ulaanbaatar city league, una sorta di campionato mongolo. Si iscrive alla Otgontenger, l’università di giurisprudenza della capitale. E’ una bella testa, Tseren, gli esami vanno bene ma il pensiero rimbalza altrove. Così interrompe la carriera accademica, “troppa teoria e poca pratica” e impara perfettamente russo e inglese all’istituto di lingue straniere a Erdenet, città messa su dal nulla dai russi negli anni Cinquanta:da una parte baracche e tende di feltro, dall’altra palazzoni e strade asfaltate. Intanto il ragazzino troppo cresciuto diventa sempre più bravo in campo: non solo centimetri e muscoli ma anche fosforo e anima. Quando non studia e non tira di canestro, si acquatta come un monaco sulle rive dell’Hovsgol, il grande lago srotolato al nord della Mongolia fino alla Siberia, e sfodera la sua canna da pesca. Tra un salmone e l’altro, sogna a stelle e strisce. A 24 anni si sposa con Erdenebulgan che gli regala un figlio. Ma non basta, Tseren è inquieto come Gengis Khan, vorrebbe conquistare il mondo, senza archi e frecce ma con una palla a spicchi. E finalmente, a 27 anni, Mannie Jackson lo vede e lo ingaggia per i Globetrotters. Shark è il primo cestista asiatico a entrare tra i miti di Harlem. Tira su baracca, burattini, moglie e figlioletto di tre anni e sbarca a Phoenix, Arizona, dove fatalmente si ritrova appiccicato l’appellativo di “Michael Jordan della Mongolia”. “Sono l’uomo più fortunato dell’Asia”, dice ma senza dimenticare le sue origini. “Vorrei poter uscire a cena con Gengis Khan – dice – per chiedergli come si fa a vincere sempre”. E appena ha un varco tra allenamenti e partite, lo squalo torna nella sua steppa a respirare di nuovo dentro quel grande cielo sacro e a provare un tiro da tre molto più difficile di quello del palazzetto di Phoenix. Direttamente nel bosco, a due passi dai lupi.

Federico Pistone (articolo pubblicato su "Dreamteam" del novembre 2006, vedi nella sezione Articoli). Sharavjamts Tserenjanhor, detto Shark, è entrato di diritto nella nostra galleria di personaggi mongoli leggendari. Qui l'articolo e gli aggiornamenti sulla sua carriera PERSONAGGI - TSERENJANHOR