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CULTURA

L'ARTE DELLA GUERRA

Nicola Zotti, saggista e grande esperto di strategie militari, analizza in questa pagina le caratteristiche fondamentali e le battaglie combattute dall'esercito mongolo, ancora oggi preso a esempio per coraggio, intelligenza, preparazione tattica e fisica. Vai al sito


I princìpi della guerra secondo i mongoli

Sotto la guida di Genghis Khan e dei suoi successori i mongoli hanno creato in brevissimo tempo l'impero territorialmente contiguo più esteso della storia: dal Danubio al Mar del Giappone, dal Mare Artico alla Cambogia, 24 milioni di chilometri quadrati, ovvero quasi un quarto della superficie emersa del globo.
Il motivo di questo successo fu innanzitutto politico, perché Genghis Khan fu in primo luogo un genio politico, capace di riunire le riottose e anarcoidi tribù mongole sotto il proprio comando.
Altrettanto abilmente Genghis Khan riuscì ad inserire nelle proprie fila molti tra i popoli assoggettati, includendoli nel proprio progetto imperiale e ovviando in questo modo ai limiti demografici delle tribù mongole. Gli insuccessi e la conclusiva divisione e decadenza dell'impero mongolo giunsero per la difficoltà oggettiva di gestire dinamiche politiche centrifughe di così enorme entità, come era accaduto ai successori di Alessandro Magno e a tanti imperi della storia oltre a quello dei mongoli.
Ugualmente centrale per il raggiungimento di questo risultato fu però l'arte militare dei mongoli, ovvero la capacità di Genghis Khan e poi dei suoi comandanti e dei suoi successori di interpretare e di applicare i princìpi dell'arte della guerra.
Li potete leggere qui sotto con una sintetica spiegazione:

Massa
Potere di combattimento e sua concentrazione nel momento e nel luogo decisivi
Obiettivo
Aree generali o punti di valore strategico o tattico (incluse le forze nemiche) la distruzione delle quali è il fine ultimo delle operazioni militari
Offensiva
Uso dell'iniziativa in combattimento stabilendo tempo, luogo, forza , tipo e direttrice di attacco
Sorpresa
Arma psicologica applicata mediante l'azione ragionevolmente inaspettata
Economia di forze
Distribuzione delle forze disponibili nella maniera più vantaggiosa: è corollario della massa
Movimento
Manovra delle forze in esecuzione di un progetto di battaglia
Unità di comando
Certezza del comando e concomitante capacità di delega e di lavoro di squadra.
Sicurezza
Sistema organizzato per prevenire il rischio di essere sorpresi
Semplicità
La cartina di tornasole di ogni piano di battaglia e di ogni operazione militare, che facilita la comprensione e l'esecuzione degli ordini

La dottrina militare dei mongoli -- come potete leggere ancora più avanti -- rispettava ciascuno di questi principi, in particolare armonia con la gestione della logistica, alla quale essi dedicavano speciale attenzione.
La soluzione dei problemi logistici era infatti la priorità di un'armata di cavalleria, capace di ammassare centinaia di migliaia di animali, tra i quali il principale era il solido cavallo mongolo, di nutrirli e contemporaneamente di impiegarli con estremo successo in operazioni militari.
Un'armata mongola era un complesso sistema finalizzato alla guerra. Tutta la realtà tribale era orientata all'unisono a questo scopo, sfruttando appieno in campo militare le virtù del sistema economico-sociale autosufficiente tipico di tutte le società nomadi.
Un tumen di 10.000 guerrieri poteva avere al seguito forse altre 40.000 persone e almeno 100.000 animali (secondo alcuni 600.000), costringendo l'armata a muovere molto lentamente, per la necessità di lasciar pascolare gli animali, ma questo era in pratica irrilevante: nessun nemico poteva sfruttare questa lentezza vuoi per la precisione e il coordinamento complessivo delle operazioni militari dei mongoli e per l'impenetrabile schermo costituito attorno alle armate dagli esploratori, vuoi per la capacità dei guerrieri mongoli di improvvise accelerazioni che bruciavano i tempi e annullavano gli spazi.
Ecco come la dottrina militare dei mongoli faceva propri i principi dell'arte della guerra.

Massa
I mongoli comprendevano l'importanza di concentrare il proprio potere offensivo nel tempo e nello spazio. Dimostravano grande abilità, ad esempio, concentrando il tiro delle frecce contro un unico bersaglio da più lati e individuando l'avversario contro il quale fare massa. E' soprattutto al di fuori del campo di battaglia che però i mongoli comprendevano l'importanza di concentrare le masse in modo coordinato: sistematicamente marciavano separati per combattere uniti, secoli prima di Napoleone. Alla battaglia di Wadi al-Khazandar nel 1299 Mahmud Ghazan resistette un giorno intero contro i mamelucchi dando tempo alla sua armata dispersa per il foraggiamento di tornare in tempo per vincere il secondo giorno della battaglia.

Obiettivo
Analogamente, le armate mongole anticiparono di sei secoli la dottrina operativa. Le loro armate, infatti, seguivano un preciso piano delle operazioni sincronizzando le azioni dei vari scaglioni in modo cronometrico, nonostante fossero lontani anche centinaia di chilometri. In questo complesso processo non perdevano mai di vista l'obiettivo delle operazioni, sempre costituito dalla parte principale dell'esercito nemico, contro la quale, poi, concentravano fulmineamente e imprevedibilmente le forze.

Offensiva
Le armate mongole perseguivano sempre con decisione l'obiettivo di acquisire l'iniziativa tattica e strategica, che raramente concedevano all'avversario. Questi era dunque inevitabilmente costretto a reagire all'iniziativa dei mongoli, e altrettanto inevitabilmente era obbligato a farlo in condizioni di estremo svantaggio.

Sorpresa
I mongoli fondavano sull'effetto sorpresa tutti i loro piani militari. Come sottolinea Giovanni da Pian del Carpine nel suo resoconto "i mongoli combattono più con la frode che con la forza", utilizzando tecniche di attacco quali l'imboscata e la falsa rotta per sorprendere il nemico (come fecero alla battaglia di Liegnitz). Ma l'effetto sorpresa più rilevante era quello strategico-operazionale legato alla rapidità con la quale le armate mongole comparivano e scomparivano.

Economia di forze
I mongoli non concepivano la guerra se non allo scopo della vittoria e non sprecavano forze in operazioni inutili e dispendiose. L'organizzazione militare costruita da Genghis Khan era interamente orientata alla elasticità dell'impiego delle forze, con significativi vantaggi anche nell'unità di comando e in un'efficiente gestione delle comunicazioni. L'ordinamento era decimale, almeno virtualmente: 10 uomini costituivano un arban, 100 un jaghun, 1.000 un mingghan, 10.000 un tumen, Più tumen costituivano una ordu, ovvero un'armata.

Movimento
Nessuna popolazione interiorizzò in modo altrettanto completo e perfetto l'importanza del movimento in guerra, almeno fino alla seconda guerra mondiale e alle Blitzkrieg delle armate corazzate tedesche. Ricognizione, spionaggio, azione diplomatica: ogni mezzo veniva utilizzato per consentire una gestione dinamica delle operazioni militari, che in questo modo risultavano implacabilmente letali per gli avversari.

Unità di comando
Il sistema militare mongolo era meritocratico. Nell'invasione dell'Europa, ad esempio, sebbene i discendenti diretti di Genghis Khan fossero nominalmente in comando delle tre armate in cui erano articolate le operazioni, la direzione effettiva delle operazioni era nelle esperte mani di Subotai, che non aveva natali nobili, ma aveva dimostrato le sue capacità da quando, diciassettenne, aveva iniziato ad accompagnare Genghis Khan: il primo dei quattro "Cani da guerra" del capo mongolo (Jebe, Qubilai e Jelme gli altri tre), feroce e fedele come un mastino mongolo e fiero di esserlo. Questa autorevolezza e il rispetto che i mongoli nutrivano per la sua intelligenza e abilità nel comando erano incomprensibili agli europei, affascinati da altri talenti: la forza fisica, il coraggio, il senso dell'onore, la bellezza. Subotai non avrebbe avuto alcuna "virtù eroica" agli occhi di un cavaliere occidentale: era infatti un vecchio obeso, che doveva spostarsi su un carro ed essere accudito come un infermo, e difficilmente si sarebbe guadagnato il rispetto dei cavalieri europei.

Sicurezza
Praticamente impossibile sorprendere un'armata mongola. I comandanti mongoli ponevano infatti una grande cura nella raccolta di informazioni sul nemico con il ricorso massiccio e sistematico ad esploratori e a spie su tutto l'arco delle direttrici di movimento, impedendo contemporaneamente all'avversario di assumere informazioni sulle proprie intenzioni e sulle proprie forze.

Semplicità
L'addestramento per grandi unità delle armate mongole favoriva l'applicazione di schemi tattici ripetitivi e adattabili ad ogni situazione. Un sistema di comando e di comunicazione degli ordini sul campo di battaglia realizzato con speciali bandiere permetteva poi che questi ordini venissero immediatamente eseguiti ad un cenno del comandante che guidava la battaglia da una posizione elevata. Il professionalismo militare del cavaliere europeo era superiore a quello del cavaliere mongolo medio (che poteva avere dai 15 ai 60 anni), ma un'armata mongola era un insieme tatticamente perfetto.

 

La logistica dei mongoli: un esempio e qualche calcolo

Nella storia dell'arte militare, pochi eserciti hanno attirato tanti unanimi elogi quanto quello dei mongoli. Basil Liddell Hart nel suo "Strategy" li cita come unico esempio di qualche interesse nell'arte militare medioevale: naturalmente sbagliava, come in altre occasioni lasciandosi prendere la mano dalla sua passione per i giudizi trancianti e per la ricerca di precedenti alle proprie teorie, ma certo non nell'opinione relativa ai mongoli. Da Gengis Khan in poi, l'aspetto che affascina i più riguarda certamente la natura equestre delle armate mongole: grandi masse di arcieri a cavallo che muovono veloci, furiose e inarrestabili, come stormi di rapaci o, nel fantastico immaginario medioevale, come nugoli di demoni provenienti direttamente dall'inferno.
Di fatto, però, le armate mongole potevano contare su ben altra forza che non la ferocia, perché muovere un'armata composta da centinaia di migliaia di cavalli crea, come cercherò di illustrare, qualche problema in più, che comunque i mongoli sapevano anticipare e risolvere.
Prendiamo in esame una campagna tra le molte condotte dai mongoli per fare qualche calcolo logistico.
Nel 1299 Mahmud Ghazan, Ilkhan di un territorio che si estendeva per 3.750.000 km2 dall'Armenia a Occidente fino al Pakistan ad Oriente, radunò un'armata per riprendere la lotta che impegnava con scarsa fortuna gli ilkhanidi contro i mamelucchi per il dominio della Siria.
La sconfitta di Ayn Jalut nel 1260 aveva in effetti segnato un punto sostanziale a favore dei mamelucchi, e purtuttavia il primo sovrano musulmano di un regno mongolo non voleva abbandonare la presa e si preparò per una nuova spedizione militare contro i suoi correligionari mettendo in campo, secondo lo storico persiano Wassaf, contemporaneo agli eventi, almeno 6 Tumen e 65.000 uomini: in realtà un tumen dovrebbe essere composto di 10.000 uomini e quindi i calcoli potrebbero essere un po' ridimensionati.
Sempre secondo Wassaf, Ghazan chiese ai suoi uomini di portare con sé 5 cavalli ciascuno, il che porta ad un totale di almeno 300.000 cavalli per l'intera spedizione.
Ad essi, per prudenza, Ghazan aggiunse un treno composto da 50.000 cammelli, destinati a portare foraggi secchi, che hanno circa 3 volte il valore nutritivo di quelli freschi.
Ho già riportato il fabbisogno alimentare di un cavallo mongolo e quindi, anche escludendo i cammelli dal calcolo, è semplice misurare in 4.200 tonnellate circa di erba (14 kg. per 300.000 cavalli) il fabbisogno giornaliero dell'armata equivalente alla produzione di complessiva di 7.000 ettari di pascolo (4.200.000 kg. diviso 600 kg. di produzione per ettaro, secondo una possibile ipotesi) ovvero 70 km. quadrati di territorio vergine al giorno, inutilizzabile quello successivo.
I citati 50.000 cammelli ci sembrano un numero stratosferico, eppure, considerando 200 kg. la loro capacità di carico, avrebbero potuto trasportare 10.000 tonnellate di fieno e orzo, equivalenti al valore nutritivo di circa tre volte tanta erba fresca: ovvero più o meno una sola settimana di sostentamento per i cavalli dell'armata.
Sempre secondo Wassaf, non solo i cammelli tornarono utili, ma vennero persino impiegati più volte, il che significa che Ghazan aveva anche predisposto delle scorte: il che la dice lunga sulla sua capacità organizzativa.
L'abbeveraggio crea altri problemi: 6 milioni di litri di acqua al giorno non sono una portata che qualsiasi fiume possa garantire. Soprattutto in Estate non è una caratteristica comune a molti fiumi del Medio Oriente, anzi la loro variazione di portata tra bella e cattiva stagione è drammatica: l'Oronte presso Hama passa da 337 milioni di litri a 27, il Quweyq ad Aleppo scende da 632 a soli 7, il Barada a Damasco oscilla tra i 34 e gli 8.
Dato che si può bere solo una minima parte dell'acqua che scorre in un fiume, quella lungo le rive, perché l'altra va "sprecata", questo credo precludesse all'armata mongola di Ghazan di conquistare Milano e di abbeverarsi al Lambro -- naturalmente prima che vi sversassero liquidi inquinanti vari -- tanto per sbilanciarmi in una stima e fare un esempio.
Intraprendere una campagna in Inverno è quindi una condizione obbligatoria in Medio Oriente per un'armata mongola e in effetti Ghazan scelse questa stagione per affrontare il suo nemico.
Anche il territorio da invadere non era stato scelto a caso o avventatamente: il terreno pascolabile attorno al solo fiume Oronte nell'area tra Homs e Hama è di circa 4.000 km2 e quindi da solo poteva sostenere l'intera armata mongola per 2 mesi o una guarnigione di un terzo di quella cifra per 6, dando tempo all'erba di ricrescere: insomma l'impresa era stata ben calcolata.
La battaglia tra mamelucchi e mongoli si tenne a Wadi al-Khazandar il 22 e il 23 dicembre e fu una vittoria dei mongoli che portò addirittura alla conquista di Damasco ma non cambiò sostanzialmente il corso della storia, perché la Siria rimase infine ai mamelucchi.L'ironia delle cose volle, però, che i mongoli combattessero smontati, usando i propri cavalli come protezione dalla quale potevano tirare agli avversari con i propri archi.

 

Il cavallo mongolo:
più che un animale,
l'origine di un successo

Molto del successo delle armate mongole era strettamente legato alla razza del cavallo che ne costituiva il principale mezzo di locomozione.
Perché di cavallo si tratta e non di pony, come potrebbero far pensare le modeste dimensioni dell'animale: tra i 13 e i 14 palmi mediamente di altezza al garrese, ovvero tra i 122 e i 142 cm. Mentre il peso medio si aggira sui 272 kg.
Un animale estremamente solido, per quanto inelegante, di costituzione massiccia, con zoccoli larghi e robusti che non necessitano la ferratura, e un pelo duro e folto capace di far sopportare all'animale gli sbalzi di temperatura della Steppa: da -40 gradi in Inverno a +30 in Estate; una lunga coda e una fluente criniera che nelle giumente era tagliata a scopi utilitaristici e non estetici.
Ed erano soprattutto le giumente (o i puledri) ad essere cavalcate in campagna e in battaglia, vuoi per la loro natura più tranquilla, vuoi perché se erano in periodo di allattamento potevano fornire al guerriero circa 2 litri e mezzo di latte in eccedenza rispetto alle esigenze del puledro, per un equivalente di 1.500 calorie: sufficienti per completare la dieta di un uomo o per non farlo morire di fame in caso di emergenza.
Gli stalloni, ai quali al contrario la criniera non veniva mai tagliata, avevano la tendenza ad essere aggressivi tra loro per il dominio sulle femmine e, peggio, tendevano a spingerle via per portarsele appresso, cosa che in battaglia poteva causare immaginabili disastri.
Gli animali, femmine e maschi, adatti alla guerra erano comunque altamente selezionati e preparati: per questo motivo ogni guerriero doveva innanzitutto essere un esperto allevatore e possedere una mandria assai numerosa dalla quale prelevare gli animali necessari alla campagna.
Tra puledri, giumente e stalloni era necessaria una mandria come minimo di 30 capi, meglio se 50, per prelevarne quei 5 o più che venivano portati in guerra: questi erano condotti ad ingrassare in Primavera ed Estate e sottoposti ad intensi allenamenti in Autunno, riducendone contemporaneamente le razioni per irrobustirli e aumentarne la resistenza fisica: il risultato era un animale con la groppa forte, il ventre solido e capace di sopportare enormi fatiche.
In primo luogo la alta e pesante sella mongola, costruita appositamente per sollevare il guerriero e permettergli di orientare senza limitazioni il proprio arco composito mantenendosi saldo in groppa con l'aiuto di due appoggi anteriori e posteriori. La tendenza del cavallo mongolo a decidere da sé direzione e andatura, in questo senso, tornava utile al guerriero mongolo che poteva contare su un mezzo di locomozione "pensante" anche durante i combattimenti. Altrimenti il cavaliere mongolo teneva le briglie molto strette costringendo con la forza il cavallo a seguire la propria volontà.
Il principale difetto del cavallo mongolo è tuttavia l'incapacità a tenere a lungo il galoppo, che lo sfianca presto, ed è per questo motivo che in battaglia tornavano utili le molte cavalcature, che venivano cambiate con estrema rapidità.
In compenso il cavallo mongolo ha un "canter" naturale, ovvero un'andatura tra il trotto e il galoppo utile per percorrere rapidamente grandi distanze: in condizioni normali 60 km. al giorno potevano essere sostenuti anche per lunghi periodi di tempo.
Tuttavia gli spostamenti di un'armata mongola erano normalmente molto più lenti a ragione del fatto che gli animali venivano nutriti preferibilmente con la naturale pastura dei prati: 14 kg. almeno di erba al giorno (o 4,5 kg. di fieno e orzo) e una ventina di litri di acqua possono sembrare pochi, e in effetti lo sono rispetto ad un esigente e delicato cavallo europeo, tuttavia possono impegnare circa metà di una giornata per essere consumati.
Soprattutto, però, richiedevano grandi spazi: considerando circa 600 kg. la produzione di erba di un ettaro di steppa, le 5 monte di un guerriero potevano consumarlo in 3 settimane, al ritmo di una ventina di m2 al giorno per ciascun animale: 16,6 m2 più qualcosa di calpestato che andava sprecato.
Il problema si presentava durante le campagne, quando i mongoli radunavano mandrie di centinaia di migliaia di animali.

 

Quando i francescani combattevano la guerra tra civiltà

Frà Giovanni da Pian del Carpine (1180?-1252) fu uno dei primi confratelli di San Francesco d'Assisi. Dopo la morte del santo, del quale era di qualche anno più vecchio e di cui condivideva i natali umbri, divenne uno dei frati francescani più stimati e rispettati dai suoi confratelli e dalla chiesa.
Tale era questa considerazione, che dopo la sconfitta del duca cristiano Enrico il Pio di Slesia alla battaglia di Liegnitz (9 aprile 1241) da parte dei Mongoli, venne inviato da papa Innocenzo IV in missione diplomatico-militare presso il Gran Khan dei mongoli Ogedei Khan.
A quell'epoca frà Giovanni era vicino ai 65 anni ed oltretutto piuttosto grasso: il viaggio che lo aspettava era il più difficile e pericoloso che un uomo potesse affrontare, ma egli vi si dedicò senza particolari preoccupazioni.
Partì da Lione il 16 aprile del 1245 ed impiegò circa un anno ad arrivare alla sua prima tappa, gli avamposti mongoli sul Volga del generale Batu, comandante in capo delle forze mongole in Europa. Questi lo autorizzò a procedere oltre verso Karakorum, sede del padiglione imperiale, dove il frate arrivò dopo circa altri 5.000 km. compiuti in 105 giorni di viaggio.
Nel frattempo Ogedei era morto e i mongoli erano governati da un interregno affidato a suo figlio Güyük.
Nell'autunno del 1247 frà Giovanni fu di ritorno dal papa, riportando, oltre alla risposta negativa del Gran Khan di convertirsi alla fede cristiana, anche un prezioso resoconto di prima mano sulle abitudini dei mongoli: che gli europei chiamavano ancora tartari, indispettendo parecchio i mongoli che quella popolazione avevano soggiogato.
In questo rapporto, il francescano inserì anche intelligenti consigli (li potete leggere qui sotto) su come affrontare la minaccia mongola, dimostrandosi particolarmente preparato su questioni militari, segno che a quell'epoca i francescani troppo pacifisti non dovevano essere.
Frà Giovanni morì 5 anni dopo il suo ritorno.

(La traduzione dal latino è dell'autore Nicola Zotti)

Giovanni da Pian del Carpine, «Historia Mongalorum quos nos Tartaros appellamus»
Capitolo 18 - Come si può resistere ai Tartari
Ritengo che nessun regno o provincia possa resistere ai tartari a causa della loro abitudine di prendere uomini da ogni paese dei loro domini.
E se una vicina provincia non vuole aiutarli, essi la invadono e la devastano con tutti gli abitanti, e li portano allora al proprio seguito per invadere un’altra provincia. E schierano i propri prigionieri in prima linea, che se non combattono coraggiosamente li uccidono.
Per questo motivo, se i cristiani vogliono resistere loro è necessario che le province e i governatori dei paesi si coalizzino, e così sotto un unico comando si riuniscano per resistere.
I loro soldati devono essere equipaggiati con robusti archi e balestre, dei quali essi [i mongoli] hanno grande timore, e con frecce sufficienti, e pure con mazze di buon ferro o un’ascia con un lungo manico.
Nella fabbricazione delle loro punte di freccia devono – secondo l’uso dei tartari – immergerle incandescenti in acqua mista a sale cosìcché possano essere forti a sufficienza da penetrare le loro corazze.
Quelli che vogliono devono avere anche spade e lance con ganci all’estremità, per strapparli dalle loro selle, dalle quali è facile farli cadere.
Essi devono ugualmente avere elmi e altra corazzatura per difendere il corpo e i cavalli dalle loro armi e frecce, e coloro che sono senza protezione devono -- secondo l’uso dei tartari – marciare dietro i propri compagni e tirare contro di essi con archi e balestre.
Inoltre – come è stato detto precedentemente dei tartari – essi devono disporre ordinatamente le proprie unità e truppe e definire leggi per i propri soldati.
Chiunque si precipiti verso la preda o il bottino prima che la vittoria sia acquisita deve essere sottoposto ad una severa punizione. Perché un tale individuo dai tartari è messo a morte senza compassione.
Il luogo della battaglia deve essere scelto, se è possibile, in un campo pianeggiante, dove si può vedere tutto attorno, né tutti devono essere in un’unica formazione, ma in varie e numerose compagnie, a non molta distanza l’una dall’altra.
Coloro i quali iniziano lo scontro devono inviare avanti una formazione e devono averne un’altra pronta a rilevare la prima o a secondarla al momento opportuno.
Essi devono anche avere esploratori su ogni lato per avvisarli quando le altre bande nemiche si avvicinano.
Per questo essi devono sempre inviare unità contro unità, perché i tartari provano sempre a prendere in mezzo gli avversari.
Fate sì che le nostre formazioni prendano anche questa precauzione, che se il nemico si ritira non lo inseguano a lungo, nel caso essi – come è loro uso – tendano qualche nascosta imboscata: in quanto i tartari combattono più con la frode che con la forza.
In viaggio essi non affaticano i cavalli: che i nostri non hanno una tale abbondanza di cavalli. I cavalli che i tartari usano un giorno, essi non li cavalcano di nuovo per tre o quattro giorni.
inoltre, se i tartari si ritirano, i nostri uomini non devono disperdersi e dividere le proprie formazioni, o allontanarsi l’uno dall’altro: perché essi lo fanno come inganno, segnatamente per costringere le nostre armate a separarsi, così che loro possano facilmente invadere e distruggere il paese.
E come primo compito i nostri comandanti devono tenere in allerta giorno e notte le nostre armate in modo che non abbandonino le armi nemmeno per dormire, ma siano sempre pronte alla battaglia. Che come dei demoni i tartari sono sempre vigili, studiando modi per nuocere.
Inoltre, se un tartaro in battaglia viene disarcionato, esso deve essere immediatamente preso prigioniero, perché a piedi essi tirano fortemente, ferendo e uccidendo sia cavalli che uomini.

 

Liegnitz (9 aprile 1241): la battaglia che salvò l'Europa?

Sulla battaglia di Liegnitz vi sono opinioni contrastanti: i polacchi, ad esempio, ancora la festeggiano come la sconfitta con la quale hanno salvato l'Europa dalla minaccia mongola, e anche i tedeschi, molto coinvolti nella battaglia, condividono questa opinione. Studiosi moderni, al contrario, ritengono che fu solo il caso -- ovvero l'improvvisa morte del Gran Khan e la successiva disputa dinastica tra i suoi figli -- a salvare l'Europa dalla conquista mongola.
Se fu una vittoria di Pirro per i mongoli, che li convinse a rinunciare alla conquista dell'Europa o solo un episodio in una campagna che aveva per i mongoli altri obiettivi nessuno può dirlo.
Vero è che i mongoli non conquistarono mai l'Europa, e quindi è ozioso chiedersi se ci sarebbero mai riusciti (secondo me no...) ma è altrettanto vero che altri europei (gli ungheresi) furono sconfitti dalla parte principale dell'armata mongola, due giorni dopo Liegnitz, a Mohi, centinaia di chilometri a sud est, e che quindi l'enfasi particolare assunta storicamente da Liegnitz non si comprende se non si aggiunge che fu la puntata più occidentale compiuta da un'armata mongola.
La manovra di Subodai, il comandante in capo mongolo, era molto complessa: indirizzata alla conquista dell'Ungheria, era articolata su tre colonne: una centrale comandata da Batu costituiva la punta più importante, le rimanenti erano forze ridotte che avevano il compito di isolare l'avversario principale.
Gli avversari a Liegnitz erano più o meno pari numericamente: l'armata mongola guidata da Kadan era costituita da due tumen -- due unità nominalmente da 10.000 uomini ciascuna -- mentre i polacco-germanici erano attorno ai 25.000 uomini.
Enrico II il pio duca di Slesia aveva da poco unificato la Slesia con la Grande e la Piccola Polonia e di fronte alla minaccia Mongola aveva riunito un esercito eterogeneo costituito da minatori bavaresi, reclute polacche e volontari moravi, cavalieri slesiani e tedeschi e anche appartenenti ai tre ordini militari maggiori: Ospitalieri, Templari e forse Teutonici.
Un'altra armata europea di entità doppia di quella di Enrico, guidata da Wenceslao di Boemia, suo stretto parente, era ad appena due giorni di distanza da Liegnitz: ma Enrico non lo sapeva, mentre gli esploratori mongoli avevano informato il loro comandante di quella pericolosa presenza, convincendolo dell'opportunità di accelerare i tempi dello scontro.
Il duca schierò probabilmente le sue truppe a rombo: sulle ali i contingenti di reclute polacchi e di minatori bavaresi, entrambi costituiti in massima parte da fanterie; al centro il contingente di Opole con alleati moravi, e dietro questi posizionò la propria riserva con i cavalieri migliori. I mongoli si schierarono con due ali molto allargate verso l'esterno e un centro con un'avanguardia sostenuta da una riserva. (vedi schema 1).
Il combattimento volse subito al peggio per gli europei: l'avanguardia mongola costrinse infatti immediatamente alla fuga il centro polacco, inseguendolo quel tanto che bastava per costringere la riserva guidata dallo stesso duca ad intervenire prematuramente (fig. 2).
A questo punto l'avanguardia mongola finse di fuggire in rotta e attirò gli europei oltre la distanza di sicurezza dai propri supporti. Avanzando impetuosamente i cavalieri subirono un nutrito lancio di frecce da parte delle unità mongole sui fianchi e giunsero esauste e decimate allo scontro con la riserva mongola (fig. 3).
Forse sui fianchi i mongoli stesero persino una cortina fumogena per occultare agli occhi del resto dell'esercito polacco il massacro che stava avvenendo poco distante.
I cavalieri proseguirono una disperata resistenza appiedati, infliggendo in questo modo ai mongoli più perdite di quante si attendessero, ma vennero sterminati fino all'ultimo uomo. Nel frattempo le unità sui fianchi poterono occuparsi delle formazioni europee rimaste arretrate ed inerti: forse un'esplosione di panico (diffuso, si narra, ad arte da un russo al servizio dei mongoli) facilitò l'attacco mongolo che si trasformò in uno spietato inseguimento. (fig. 4)
Il duca Enrico cercò di fuggire, ma fu raggiunto e ucciso: la sua testa portata in cima ad una picca davanti a Liegnitz.
Con le orecchie destre dei morti i mongoli riempirono 9 sacchi.