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CULTURA

CALLIGRAFIA

 

La penna & il Khan

Il pieno, il vuoto. La linea, lo spazio. È arte astratta purissima, quella della calligrafia mongola. Che scocca diretta agli occhi e al cuore,  dopo aver trapassato fulminea il cervello. Ed è arte antica, che risale ai tempi del grande Gengis, l’oceano di saggezza (e di potere) che soggiogò sì il mondo, ma lo rese anche un gomitolo pulsante di cultura, commercio e scambio di idee. Tredicesimo secolo, l’Europa si dibatte nei suoi anni bui, e l’Asia splende di arte e civiltà. Le sue strade biscottate dal sole sono tanto sicure che, si dice compiaciuti alla corte del Khan, persino una damigella può percorrerle tutta sola, con un vassoio d’oro purissimo in equilibrio sul capo, senza che le venga mai torto un capello. Corrono le merci, lungo quelle strade sicure. E corrono le idee, l’arte. E la scrittura. È il sommo Gengis, cavaliere supremo, a chinarsi ammirato di fronte all’alfabeto. Per aggiungere alle sue tante virtù il potere della parola. La magia del linguaggio. Ecco perché ordina, nel 1204, di adottare il sistema di scrittura degli Uiguri (tribù nomade di origine turca) per lasciare memoria scritta della gesta mongole. E il popolo nomade si innamora di questa nuova arte, la scrittura, che  si sposa a meraviglia al suo stile di vita. A differenza della scultura, della pittura, dell’incisione e della tessitura, l’arte della scrittura richiede poco, per essere espressa: solo un pennello e una boccetta d’inchiostro. È abilità che viaggia, nomade anch’essa. E la steppa tutta si popola infatti di scritti, incisioni, stele, petroglifi. I mongoli scrivono ovunque, sulle rocce e sulle statue, sulla corteccia di betulla e sul metallo, sulla stoffa e sulla carta. La testimonianza più antica della passione di questi veloci guerrieri per la guizzante arte della calligrafia è la stele di Gengis, poderosa lingua di pietra ricoperta da iscrizioni di valenti calligrafi tra il 1224 e il 1225. L’amore per la scrittura porterà poi questo popolo a  creare altri alfabeti, per meglio tradurre le altre lingue di rilievo (sanscrito, tibetano, cinese). E nasceranno così  l’alfabeto Phagsba  (XIII secolo) e il Soyombo (XVII secolo). Mentre l’arte di scrivere si raffina, prescrivendo regole (i documenti ordinari si scrivono su carta listata di rosso e con inchiostro nero, quelli celebrativi e sacri con inchiostro rosso, quelli di lutto e cordoglio su carta listata di blu e inchiostro blu) e arricchendosi di sfumature (gli scritti son firmati da sigilli, avvolti in buste, adornati da disegni di uccelli, piume o zoccoli di cavalli per segnalarne l’urgenza di spedizione).

 

DAL CIELO ALLA TERRA, DA OCCIDENTE A ORIENTE

Ma l’alfabeto designato per le opere di calligrafia resterà solo e sempre quello uiguro, ricordato anche come Mongolo Classico. Perché si tratta di un alfabeto che si sviluppa in verticale, dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra (caratteristica questa davvero unica nei sistemi di scrittura verticali). Dal Cielo alla Terra, da Occidente a Oriente. La penna scorre  continua, senza soluzione di continuità, alternando i due modi di scrittura mongoli, la calligrafia ricca di volute e la più lineare stenografia. La bellezza delle linee verticali ottenute è potenziata da un’altra caratteristica dell’alfabeto, simile in questo al turco vero e proprio: parecchie parole si legano l’una all’altra nella frase, senza spaziature o interpunzioni. La ricchezza calligrafica è accresciuta poi da un’ennesima particolarità dell’alfabeto, in cui i caratteri differiscono secondo che si trovino in posizione iniziale, media o finale di una parola. Da qui la bellezza ritmica della scrittura, fatta da un susseguirsi armonico di forme circolari e linee rette o lievemente arcuate. Un’opera di calligrafia andrebbe poi goduta nell’istante del suo farsi, perché la mano che la esegue traccia sul foglio gesti codificati dalla tradizione. La bravura dell’artista appare dall’armonia con cui sembra eseguire liberamente un gesto ossificato dai secoli.

Tradizione non vuol dire però conformismo e noia. La calligrafia mongola consente ai suoi maestri grande libertà creativa. Il celebre Jalair Dovdon Batbayar ha per esempio dipinto il vocabolo “mongola” con un carattere ornamentale a forma di gher, e la successiva parola “scrittura”, l’ha scavata all’interno della precedente, foggiandola come la porta della gher stessa. Calligrafia e pittogramma insieme: un vero salto mortale d’artista.

C’è abilità e intelligenza, nell’arte calligrafica mongola. Ma c’è (e potrebbe mancare?) un legame fortissimo con la natura. Eccolo, il nomadismo che ritorna. L’ispirazione parte dall’ambiente naturale intorno, e il maestro calligrafo D. Battumur raccomanda agli allievi di unire all’inchiostro acqua pura di fiume. E dar inizio a un’opera in accordo col sole che sorge, all’alba. Poesia, certo, ma anche tanto orgoglio guerriero. La dominazione russa ha imposto l’alfabeto cirillico, e rivalutare adesso la scrittura e la calligrafia in Mongolo Classico è una vigorosa affermazione delle proprie nobili radici. «La calligrafia scalda i nostri sentimenti nostalgici» sostiene Ch. Jamyangsuren, esperto di lingua e cultura presso l’Università Nazionale Mongola. «Riafferma la nostra identità tradizionale. Ci riunisce ai nostri valorosi antenati. Non esiste nessun’altra forma d’arte capace di colpire con tanta intensità l’anima. I grandi maestri definiscono la calligrafia “arte in paradiso”.  È un processo mentale che genera totale felicità e profondità di coscienza. Mentre il corpo è assorbito dal processo creativo, lo spirito si libera e vola in alto. La calligrafia è la libertà definitiva». Vi sembra ancora rozzo e guerriero, questo prodigioso popolo mongolo?

 di Rita Ferrauto

da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri"
di Federico Pistone - Polaris 2008)