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SOCIETA'

CASHMERE

Il vello d’oro della Mongolia
di Flavio Olivero
(da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" di Federico Pistone, Polaris 2010)

Se per i guerrieri di Gengis Khan il cavallo era senza dubbio l´animale più importante, per i Mongoli di oggi il posto è stato preso dalla capra del cashmere.
Passeggiando per le sconfinate radure della Mongolia, dove a volte non si incontrano né uomini né animali per giorni interi, è difficile pensare di essere in uno dei Paesi più ricchi al mondo nella produzione della pregiata fibra. La Mongolia infatti, con il suo 22 per cento di volume è, dopo la Cina con il 67 per cento, il secondo paese mondiale produttore di cashmere.
Tra materia prima, filati, tessuti e prodotti lavorati finiti, il cashmere occupa un posto importantissimo sulla bilancia commerciale della Mongolia. Risultato: valuta pregiata, occupazione, benessere. Solo una piccola parte è destinata al mercato interno. La capra da cashmere produce una quantità limitata di lana. Ma la qualità eccezionale, che la rende così morbida e soffice, e l’ampia richiesta di mercato, consente a un allevatore di vivere per tutto l’anno con la vendita del vello “pettinato” in primavera.
Il cashmere mongolo beneficia poi di una particolarità tutta naturale; i rigidissimi inverni costringono le capre che vivono in Mongolia a sviluppare una fibra più resistente e più lunga delle “cugine” che vivono in altri paesi asiatici. Poiché la fibra del cashmere più è lunga e più è preziosa, quello mongolo acquisisce di diritto il titolo di cashmere più pregiato al mondo, con una lunghezza di fibra che raggiunge i 43 millimetri contro i 35 di quella cinese.
In verità anche in Mongolia la fibra varia in oltre venti tipi di lunghezze e finezze: per questo bisogna accuratamente scegliere e poi mischiare, secondo il prodotto che si vuole ottenere. Alcune aziende europee mescolano fibre di cashmere provenienti da paesi diversi in percentuali variabili, prediligendo a volte il cashmere cinese per la leggerezza, a volte quello mongolo per la resistenza. Infatti la fibra lunga e il micronaggio (cioè la finezza) più elevato del cashmere della Mongolia lo rendono più pesante del concorrente cinese e siccome il cashmere si vende a peso, questo non aiuta i compratori a spuntare buoni prezzi.
Bisogna però sapere che più la fibra è lunga, meno evidente è il “pilling”, cioè quell’effetto di piccole palline che si formano in alcuni punti dove abitualmente la maglia si strofina (fianchi, ascelle, gomiti). Questo fenomeno, comune nel cashmere, si genera perché una volta indossato un capo, il calore del corpo lo scalda e il filo tende ad allargarsi; a questo punto la fibra corta o intermedia esce e si arrotola su se stessa. Il pilling è quindi molto meno accentuato se si utilizza un cashmere a fibra lunga come quello mongolo. Si dice che se un capo non fa pilling non è di cashmere; infatti, per evitare questo fenomeno, soprattutto quando si utilizza un cashmere a fibra corta, si ricorre a diversi artifici. Si può mischiare alla lana un 5 per cento di prodotti sintetici come gli elastomeri, che stringono la fibra su se stessa e impediscono l’uscita della fibra corta dal filo. Oppure ricorrere a opportuni lavaggi con emulsioni al silicone, che “ricoprono” la maglia di una pellicola invisibile e quindi di fatto “incollano” la fibra intorno al filo. Quest’ultimo è uno stratagemma adottato soprattutto dai produttori cinesi. La cosa curiosa è che di solito si compra un maglione di cashmere per provare la sensazione della lana sulla pelle, sentirsi addosso la natura; e poi si rischia di infilarsi una maglia di silicone.
Come fare quindi a sapere cosa si compra, essere certi che si sta comprando un capo di vero cashmere mongolo? È una domanda alla quale è difficile dare una risposta chiara e concreta. Si parla di una imminente legge europea che imporrà ai produttori e agli importatori di maglieria di indicare per ogni capo la provienenza della materia prima e del filo e il luogo di confezionamento del capo finito. In questo modo il consumatore potrà sapere e quindi decidere se vuole comprare cashmere a fibra corta o lunga (secondo la provenienza) e se si tratta di puro cashmere o di lana unita ad altre sostanze sintetiche che per ora la legge permette di non dichiarare fino alla misura del 5 per cento.
È importante ricordare che, poiché in Mongolia le materie prime a disposizione sono solo lana di capra, cammello, pecora e yak, non vi è convenienza a mischiare il cashmere con altre sostanze che dovrebbero essere importate: paradossalmente costerebbe di più mescolare silicone al cashmere che non venderlo puro. Se siete in Mongolia, visitate gli spacci delle più importanti aziende di produzione di cashmere, tutte situate nella capitale Ulaanbaatar, e sarete certi di acquistare solo prodotti in puro cashmere a prezzi chiaramente vantaggiosi.



VOGLIA DI MORBIDEZZA
di Giusi Ferrè (Io Donna, foto)

Lei, la capretta mongola, lo produce con avarizia. Loro, gli industriali tessili, investono cifre colossali. Noi, consumatori, lo acquistiamo a caro prezzo come status symbol. Riuscirà la Repubblica popolare cinese a rendere più accessibile il preziosissimo cashmere? E' scostante, dicono, e poco incline alle confidenze. Una vita severa l'ha abituata ad affrontare fatiche che stroncherebbero un uomo: cibo scarso, vento, freddo. Perché è ostinata, si mormora, e masochista senza possibilità di redenzione. Un'ipercritica che trova l'Australia soffocante e la Nuova Zelanda piovosa. Il Sud Africa scomodo. Il Texas caldo. E finisce per starsene saldamente ancorata in luoghi di provata scomodità. La Mongolia, per esempio, e l'Iran. Qualcuno si meraviglia se gli uomini la trovano irresistibile, come ogni grande capricciosa che un po' si nega, un po' si dà? Se nessuno resiste alla tentazione di farsi fotografare abbracciato a questa riluttante primadonna, la capra del cashmere ? La quale ha un bel ritirarsi in luoghi lontanissimi e pressoché irraggiungibili, all' altezza media di quattromila metri. Ci sarà sempre un italiano, anzi un biellese, disposto a tutto pur di assicurarsi il diritto di visita. Perdutamente invaghito di questo scontroso animaletto che nelle stagioni buone offre sì e no la lana sufficiente per una sciarpa: duecento grammi, quanta ne cresce sul sottopancia, che lavati e puliti si ridurranno a centoventi, centoquaranta. L'aritmetica si conferma implacabile: tre capre per un pullover, venti per un paltò. E un eccellente motivo, la scarsità, per desiderare a qualunque prezzo questa specie di "vello d' oro" pagando 90 dollari il chilo il cashmere bianco, delicatissimo, l' unico che si possa tingere a cuor leggero di colori pastello. Settanta il brown un marrone più o meno scuro, mentre il beige, quotatissimo sta veleggiando ormai verso gli ottanta. E fermiamoci qui, sperando che queste Rolls Royce del pelo crescano di numero e calino di dollari grazie al paterno interessamento della Repubblica popolare cinese, che ha deciso di incrementare le greggi. Ma si sa, il costo proibitivo accende i desideri e la rarità scatena il possesso. Cosi' il cashmere, sotto forma di stoffa o con l'aspetto di pullover, è diventato una passione senza freni, una mania, una smania dalle conseguenze imprevedibili. Chi si sarebbe mai aspettato un film, più giallo che rosa, centrato sulla spasmodica ricerca di un maglione (di cashmere) scomparso? Spiega Osvaldo De Micheli, che ha curato la sceneggiatura con il regista Biagio Proietti: "E la storia di un feticista insicuro. Di un timido, impacciato e squattrinato maestro d'asilo che affoga nel cashmere la sua delusione per essere stato abbandonato dalla fidanzata. Il pullover per lui è una coperta di Linus, un portafortuna che rappresenta l'eleganza, il denaro dissipato allegramente e senza rimorsi". Scusi, De Micheli, ma quanto costa questo vizio proibito? "Settecentomila lire, e non sono numeri messi li' a caso, inventati. Il golf arriva da una vetrina di via del Babuino, a Roma. Quella davanti a cui Giuliano, uomo comune , si e' fermato a meditare: lo compro o non lo compro? Per questo poi ne va tanto orgoglioso e quando gli amici, ironici o increduli, gli domandano : ma e' cashmere ? , lui calca la mano e risponde : puro cashmere . Come il titolo del film " . Va da se' che i signori della maglieria alzino gli occhi al cielo quando si accenna alla commedia in questione . " Per fortuna e' un Ballantyne , si vede benissimo , e non un pullover italiano " , sospira Aida Galli , una cashmere dipendente che si e' improvvisata editore e ha dedicato alla sua fiamma l' onore ben piu' intellettuale di un libro . Quasi inutile aggiungere che si chiama Cashmere e segue , passo passo , la nascita , il percorso e l' esaltazione del medesimo , fino al prevedibile omaggio ai filatori nostrani , ritenuti i maestri del genere . Piu' utile forse e' ricordare che , per discutere della capra cashmere e del Kashmir paese , si sono presentati Giacomo Corna Pellegrini , ordinario di geografia all' Universita' Statale di Milano , e l' etologo Marco Poli! , oltre alla storica della moda Grazietta Buttazzi . Tutti schierati a parlare di lana ? " Lana ? Ma il cashmere e' un re " , ribatte Aida Galli , che ha imparato a trattare questo sovrano sul campo , seguendo nei viaggi il marito , direttore di una filatura di Prato . " L' avevo accompagnato tante volte " , racconta , " avevo assistito a tanti contratti che , quando ho deciso di inventarmi un lavoro , ho pensato di proseguire per conto mio . E ho aperto un maglificio che tratta soltanto cashmere , tutt' al piu' mescolandolo alla seta per le magliette estive . Mi sono divertita a chiamarlo Annapurna , non tanto perche' si tratta di una montagna dell' Himalaya , ma perche' e' la prima vetta sopra gli ottomila scalata solo da donne . Dal che si puo' dedurre che nella mia azienda non c' e' nemmeno un uomo " . L' esito dell' avventura si misura poi dalle cifre : 300 milioni di fatturato nel ' 78 , undici miliardi nell' 85 . E 70 mila tra polo , cardigan e golf venduti . " Perche' il cashmere italiano piace molto . Forse attira piu' di quei noiosi pullover inglesi che mi pare siano l' ambizione di tutti i mediocri " . Anche Pupi Solari , concentrato di snobismo e di virtu' tradizionali come il risparmio , e' arrivata alla conclusione che un grande futuro attende il cashmere made in Italy . E ha annunciato che ormai nelle sue boutique vendera' soltanto i pullover di Fissore , carissimi . " Tanto " , osserva , " a chi interessa qualcos' altro ? " . Una scelta dura da sopportare per i paladini della tradizione , convinti che la lana abbia una sola patria e che sia al di la' della Manica . Come sostengono Finollo a Genova o Taffelli a Torino , austere botteghe del vestire maschile dove non sono tollerate ribellioni e un pullover che si rispetti segue i canoni della Burlington Arcade . Miti invincibili , o nel fondo celano qualcosa di vero ? Gimmo Etro , che ama definirsi " editore tessile " (frase che la dice lunga sulla raffinatezza ossessiva dei suoi tessuti e della piccola linea di abbigliamento che cura da qualche t! empo) , ammette di essere imbarazzato . " Dovrei tenere alto l' onor di patria , giurare che italiano e' meglio . Ma io per le mie polo uso il filo di cashmere inglese . Piu' sottile , piu' secco . Mi sembra che vesta meglio " . Un bello spirito di contraddizione , caro Etro . " E sincerita' , invece . In Italia preferisco scegliere il tessuto , dove siamo bravissimi . Le sciarpe di questo inverno , per esempio , vengono da Loro Piana " (vedere riquadro) . Bisogna aggiungere che su queste strisce morbidissime ha stampato " la virgola " del cashmere , un' ossessione personale diventata la sigla dei suoi lavori . " Cashmere su cashmere " , riflette . " E un mondo completo , perfetto " . Per uno strano destino , gli esperti non riescono a parlare dell' oggetto di tanto ardore senza scivolare nella poesia e nella mistica dei sensi . Giuliano Angeli , stilista da Ermenegildo Zegna , afferma che " un abito di cashmere e' piacere puro , un capolavoro di narcisismo . Chi lo nota da lontano ? I disegni non cambiano , i colori sono sempre gli stessi , eppure il tatto , il peso , la morbidezza non hanno confronti . Ma lo sa soltanto chi lo indossa " . E indica , come vetta del godimento , il cappotto foderato di cashmere che potrebbe ripetere il successo della giacca , che quest' anno ha addirittura raddoppiato le vendite . " E merito della qualita' . Noi siamo testoni , piemontesi tagliati con l' accetta " , dice Giuliano Angeli . " Vogliamo controllare tutto ; la stoffa , il taglio , le cuciture . Niente deleghe " . Per non smentirsi , da due anni la Ermenegildo Zegna premia con il Cashmere Trophy la comunita' della Mongolia interna che garantisce la lana migliore: un piatto d' argento su cui e' scolpita l' eterna capra , e altri beni piu' tangibili . Un fuoristrada , cento biciclette , e , per la prossima stagione, un computer . Riccardo Piacenza , amministratore delegato della Piacenza 1733 , dove il numero sta a indicare l' anno del! la fonda zione , esalta invece la dolcezza , la sensualita' del cashmere. " Noi non lo trattiamo con la durezza degli altri , non lo abbandoniamo alle macchine . Infatti ci riteniamo specialisti nel garzato . Il che significa una mano vellutata perche' solleviamo verso l' esterno la lanugine con l' aiuto di vecchi strumenti , rivestiti di cardi vegetali , a mano " . Ancora piu' rispettosa , quasi adorante , la famiglia di ecologi che ha dato vita ad Agnona , all' unica fabbrica di cashmere citata nell' inchiesta di Quality , il mensile del gruppo Time Life (di prossima uscita) votato a quella recente virtu' americana che e' il culto del meglio . " A noi piacciono i colori naturali " , spiega Alberto Jlorini Mo , che con il fratello Massimo e la sorella Federica ha affiancato il padre nella gestione dell' azienda . " Ci sono almeno dieci toni diversi nel cashmere , dal beige freddo al nero antico . Noi cerchiamo di tingerli il meno possibile , di forzare in questo senso la moda " . Ma e' stata Agnona la prima ad affrontare l' incognita del cashgora , il frutto sorprendente degli incontri amorosi tra la capra del cashmere e quella del mohair . Una lana fine , soffice e brillante , che sembra riunire il meglio dei due sconcertati animaletti . " E una scommessa " , spiega Alberto Jlorini Mo . " Un esperimento ancora agli inizi " . Riuscira' a soppiantare il puro cashmere nel cuore degli italiani ? Grandi importatori , con le 610 tonnellate dell' 85 , e sfrenati consumatori . " Abbiamo acquistato 300 mila maglioni " , sottolinea Armando Branchini , segretario dell' Associazione industriali dell' abbigliamento , " e 70 mila tra giacche , cappotti e abiti vari . Una scorpacciata di 125 miliardi , oltre ai 15 spesi per sciarpe e guanti " . Teorico del ritorno all' " anormalita' normale " , elettronica e variopinta , che consente di cambiare stile di vita come si cambiano i canali televisivi con il telecomando , l' architetto Andrea Branzi , direttore di Modo , commenta che il successo attuale del cashmere dipende da un ! sentimen to sottile e diffuso . " Chiamiamola stabilita' , continuita' , collegamento con la storia . Oggi la moda paradossalmente svolge un ruolo di stabilita' , offre certezze , e il cashmere ne rappresenta uno dei punti piu' alti . Perche' unisce qualita' intrinseche , della materia , e qualita' estetiche " . Un rimpianto incontrollabile lo porta ad aggiungere : " Non sono valori permanenti , tanto che in altri periodi sono stati respinti perche' davano un segno troppo forte . E un problema di antropologia politica , non di moda . Ma se tocco il pullover che indosso , lo sento cosi' morbido e caldo che mi domando perche' dovrei farne a meno "



ORIGINE E QUALITA' DEL CASHMERE
di Fabio Gori (www.coopfirenze.it)

E' 10 volte più leggero e più caldo della lana, perché all'interno della sua fibra c'è una camera d'aria che agisce da isolante termico. Ma costa centinaia di volte di più: circa 400.000 lire al chilo, tanto che il fisco lo considera un bene di lusso. Così i capi di abbigliamento in cashmere raggiungono prezzi da capogiro: un maglione arriva anche a tre milioni di lire, ed una sciarpa supera il milione.
La fibra migliore è quella molto fine, riservata alla produzione di biancheria intima; quella un po' meno fine si presta per la maglieria, mentre la più grossa per cappotti e tappeti. Il diametro del cashmere dev'essere compreso tra 14,5 e 18,5 millesimi di millimetro (micron). Quando raggiunge il diametro di 19-20 micron prende il nome commerciale di 'cashmere del Pakistan', di qualità inferiore, utilizzato soprattutto per cappotti e tappeti un po' meno pregiati. La lan a di pecora, tanto per avere un paragone, ha un diametro attorno ai 21-24 micron. Tutte le capre (ad esclusione dell'Angora) producono sotto il pelo questa finissima lanugine, ma quantità commerciabili vengono ottenute solo dalla capra del Kashmir, originaria degli altipiani dell'Asia centrale, dove vive anche a 6.000 metri di altezza. Il primo produttore mondiale di cashmere grezzo è infatti la Cina, seguita da altri paesi dell'area come Mongolia, India, Pakistan, Iran, Afganistan; da qualche anno viene allevata anche in Australia, Stati Uniti, Scozia e Francia. E' pero l'Italia il pri! mo paese trasformatore, nei suoi centri tessili lanieri di Biella e Prato. La lavorazione è quella della lana, con la differenza che il cashmere deve essere separato dal pelo (giarra), recuperato ed utilizzato per produrre pellicce: ha un diametro di circa 60 micron, una notevole resistenza ed un midollo centrale non completamente cavo.
Il cashmere non è particolarmente delicato: non va lavato a secco ma solo con acqua fredd a o al massimo a 40 °C; per limitare l'infeltrimento, come per la lana, è importante che la temperatura del lavaggio e del risciacquo sia la stessa. Rispetto alla lana ha un vantaggio: non necessita di ammorbidente, ed anzi con i lavaggi diventa sempre più morbido. Questo perché solo la pecora produce lanolina, una sostanza grassa che impregna e protegge la lana impermeabilizzandola, e che viene in gran parte eliminata con il lavaggio effettuato dopo la tosatura e poi nei lavaggi in lavatrice.
Purtroppo in commercio si trovano anche tessuti che contengono cashmere in base percentuali, o venduti ad un prezzo eccessivo rispetto alla qualità della fibra: solo gli esperti se ne accorgono al tatto, altrimenti bisogna determinare il diametro medio della fibra con un'analisi al microscopio, con un costo attorno alle 100.000 lire.
La qualità della fibra è comunque molto diversa a seconda dell'animale che lo ha prodotto, e anche della sua età: più è giovane, maggiore è la finezza. Anche il colore è molto variabi le: dal panna al grigio, dal nocciola al nero. Questo perché non è ancora stata effettuata una selezione genetica, appena iniziata dagli allevatori australiani, statunitensi ed europei.
Infine una curiosità: la fibra cresce quando le giornate si accorciano, dopodiché comincia a cadere per la muta; cosi, da febbraio ad aprile (nei nostri climi), le capre vengono pettinate a mano, in modo da raccogliere il cashmere con la minima quantità di giarra. Da ogni capra si ottengono circa due etti di fibra pregiata, quanto basta per produrre un maglione! od un p aio di sciarpe. Una pecora invece produce 3 chili di lana. (foto Federico Pistone)



CONSIGLI PER UNA PERFETTA CONSERVAZIONE

LA CURA

1) Non indossare lo stesso capo per più giorni di seguito. Lasciarlo riposare dopo ogni giorno di utilizzo.
2) Lavarlo a mano in acqua fredda con sapone neutro in piccole dosi (o un prodotto specifico), sciacquarlo abbondantemente, pressandolo e tamponandolo.
3) Asciugare lontano da fonti di calore e all' ombra. 4) Stirarlo a calore medio basso attraverso un panno umido. 

IL PILLING

1) L' esubero naturale di fibre non è un difetto, anche se quelle in eccesso tendono a formare degli antiestetici pallini.
2) Per eliminarli toglierli a mano, o con una spazzola, prima del lavaggio.
3) Durante le stagioni calde conservare il cashmere in busta chiusa utilizzando un leggero antitarme.



LA CAPRA DELLA DISCORDIA
(considerazioni degli esperti Giuseppe Bartolini e Primo Brachi)

Il dilemma del nome: Kashmir, Cashmere, Cachemire. Ma come si deve chiamare questa pregiatissima fibra che costituisce il sottopelo della Capra hircus laniger? In Italia è doveroso parlare di Kashmir! Nel 1973 fu promulgata la legge che disciplina le denominazioni e l'architettura dei prodotti tessili. L'obiettivo della legge è quello di fornire al consumatore le corrette informazioni sulla composizione qualitativa e quantitativa e di salvaguardare da una presentazione ingannevole del prodotto. Purtroppo non tutti hanno lo stesso linguaggio ed è per questo motivo che nasce la confusione tra i nomi. A norma delle leggi, in Italia il modo corretto per denominare la "famigerata" fibra è Kashmir, mentre è Cachemire in Francia, Kaschmir in Germania, Cashmere in Inghilterra e Stati Uniti, Kasjmier in Olanda.



Lo stile Cucinelli profuma di Mongolia
di Andrea Deugeni (da affaritalia.it)

Per un giorno, è come se avessi fatto parte della sua azienda. A modo suo, come ama dire, ha reso il mio "lavoro più umano". Proprio come vuole fare con i suoi collaboratori. Sono stato accolto con grande ospitalità e attenzione e l'ho intervistato. Una chiacchierata che, alla fine, è stata uno scambio di esperienze profonde. Mi sono seduto nel giardino del suo showroom milanese, uno spazio ricavato da un ex parcheggio, molto accogliente con tanto di fontanella rinascimentale, perché "bisogna cercare di rendere tutto più bello". Una piazzetta nascosta in un palazzo d'epoca che ha fatto ristrutturare, al riparo dal traffico, in zona Sempione, a due passi da Via Solferino.
Brunello Cucinelli (nella foto insieme a pastori mongoli), il Re del cashmere amante e, al tempo stesso, ispirato (a 360°) dalla filosofia, l'imprenditore che nel 1978, dopo aver frequentato due anni di corso alla facoltà di ingegneria, ha deciso di buttarsi nel business dei "tessuti pregiati che non si gettano mai via", è così. La dignità dell'uomo, infatti, viene prima di tutto. Va ricercata in primis.
Soprattutto sul luogo di lavoro, perché non vuole più vedere negli occhi di un uomo la frustrazione dell'umiliazione. Quell'umiliazione che, a 15 anni, appena trasferitosi dalla campagna in città, durante gli anni del boom economico, aveva visto negli occhi di suo padre, quando il genitore, ex contadino entrato in fabbrica come operaio che
"aveva perso la serenità", "tornava la sera a casa dal lavoro". Questa attenzione, a giugno, gli è valsa il premio Imprenditore olivettiano del 2009.
In un piccolo borgo medievale (1300) a Solomeo (Perugia) in Umbria, dove ha ristrutturato la chiesa e costruito un teatro, Cucinelli ha insediato il suo quartier generale. Un luogo, quasi eterno, voluto e cercato per "rendere il lavoro dei suoi dipendenti più piacevole". Anche perché mette nelle condizioni le sue "500 umane risorse" di esprimere, "ognuno a modo suo, il proprio genio", durante una giornata in cui "la pausa pranzo è sacra". Pausa che viene consumata, in "una grande sala. Tutti assieme", gustando la cucina fresca attenta ai sapori di una volta. Perché, oltre a "fare bene allo spirito", gli ricorda anche quand'era "bambino e viveva in campagnia assieme ai suoi genitori e a un'altra famiglia (27 in tutto), un un'atmosfera gioiosa".
La sua ricetta vincente che, materialmente, si è concretizzata nei capi in cashmere, esaltando i preziosi tessuti per donna con "la genialità dei colori dei Benetton", sta tutta in questa sensibilità e apertura verso il prossimo. Caratteristiche che sono diventate una vera e propria filosofia aziendale e che gli hanno permesso di comprendere che, mettendo al centro l'uomo in tutti i suoi bisogni e desideri, dai propri lavoratori fino ad arrivare ai clienti finali, un imprenditore può raggiungere con successo tutti i propri obiettivi. E ora? Mentre cerca di "ingrandire la sua azienda per arrivare a 1000 dipendenti", scrive libri (l'ultimo, distribuito in occasione della recente apertura del suo showroom a Roma, s'intitola Colloquio ideale tra Barack Obama e Marco Aurelio sui grandi temi dell'uomo) e segue da vicino le sorti del primo presidente nero della storia degli Stati Uniti ("una luce"). Perché "il suo destino e la sua viva testimonianza" hanno suscitato in lui "una forte emozione ed un'ammirazione" che fino ad oggi aveva "provato soltanto dinanzi alla grande figura del suo maestro di vita Marco Aurelio".
L'INTERVISTA Dai banchi della facoltà di ingegneria al cashmere. Ambiti completamente diversi.
Come mai?
"Beh, all'università ho dato solamente un esame. Fino a 15 anni ho vissuto in campagna, un'infanzia bellissima. Con i miei genitori che facevano i contadini e che non ho mai visto litigare. Vivevamo assieme a un'altra famiglia: 27 in tutto. Stavo sempre in mezzo alla gente".
E poi?
"A 15 anni sono andato ad abitare in città, perché il mio babbo, come tutti, poi, durante gli anni '60, ha abbandonato la campagna. Dai 15 ai 25 anni, però, in sostanza, non ho fatto niente: ho frequentato prima l'istituto per geometri, ma erano gli anni del sei politico per iscrivermi successivamente ad ingegneria dove in due anni di corso ho dato solo geometria. Insomma, ho fatto la bella vita. Ma c'è una cosa che, in quegli anni, in me ha lasciato un segno profondo".
Quale?
"Durante quel periodo, da quando era andato a lavorare in fabbrica, il mio babbo tornava a casa spesso triste e teso. Quand'era in campagna e coltivava la terra, al contrario, era molto gioioso".
Cosa succedeva?
"Tornava a casa la sera, dopo la giornata in fabbrica e diceva: 'Che cosa ho fatto io a Dio per essere umiliato così'. Non capivo perché mai un uomo di 45 anni avesse dovuto parlare in questo modo. E' una cosa che non mi è mai andata giù e da lì è scaturito qualcosa". Cosa?
"Mi dissi: 'Qualsiasi cosa farò nella vita, mi adopererò per rendere il lavoro dell'uomo più umano'. E questo è stato il principio che mi ha ispirato e accompagnato per tutta la vita. Ancor prima che mi mettessi a commerciare il cashmere. A 20 anni sognavo di fare qualcosa, anche l'operaio, perché alla fine lo facevano anche i miei fratelli, che però aiutasse le persone a non ritrovarsi nella condizione in cui si era ritrovato mio padre. Non volevo che nessuno provasse quell'umiliazione quotidiana che il babbo non viveva quando faceva il contadino. E' diventato il primo scopo della mia vita. In una sola parola volevo lavorare e vivere per la dignità dell'uomo".
Insomma, si è formato con i vecchi valori che si tramandavano in un ambiente sano come la campagna...
"E al bar, aggiungo. Già, perché ai tempi dell'università trascorrevo quasi tutte le sere al bar. Un luogo frequentato da gente proveniente dai ceti sociali più disparati, in cui si parlava di tutto: dalla politica alla teologia. E dall'economia alle donne. Durante l'estate ci rimanevo fino alle sei del mattino. Certo, non studiavo, ma ho iniziato a leggere molto. E ho scoperto la filosofia. Il primo libro che ho preso in mano è stato Kant. Un uomo di grande statura morale. Sono sempre stato affascinato dai grandi uomini. Anche se, però, è stato mio padre che mi ha dato uno degli insegnamenti più grandi della mia vita".
Può raccontarlo? "Il rispetto per la libertà degli esseri umani. Quando a 25 anni gli comunicai che avevo intenzione di mettermi a fare i pullover, lui mi disse: 'Io non so che sono, fai un po' tu e che Dio ti aiuti. Vai per la tua strada'. Un po' come Dio ha fatto con Mosè e Giosuè. Questa è la libertà". E il cashmere com'è arrivato? "A quel tempo produrre capi in questo tessuto mi sembrava un'attività chic. Volevo fare qualcosa di bellissimo per i
ricchi, perché avevo letto in un libro di Theodor Levitt, in cui il genio del marketing affermava che, nel tempo, i Paesi sviluppati, per andare avanti, avrebbero dovuto produrre merci di grandissima qualità. Altrimenti il prezzo sarebbe stato quello di dover subire la terribile concorrenza dei Paesi emergenti e del Sud del mondo. Ma c'è anche un'altra cosa". Quale? "Il cashmere mi permetteva anche di recuperare un valore a me caro e cioè quello del riutilizzo delle cose. I miei genitori mi hanno cresciuto abituandomi a non buttare via mai niente. Il cashmere, infatti, non lo butti via mai e non lo regali. Lo lasci in eredità a chi verrà dopo di te. Se con questo si considerano anche il fatto che in Umbria c'è la cultura della maglieria e l'ispirazione che ho avuto dai Benetton che, nel fare i loro capi, utilizzavano mille colori, si capisce allora perché ho fatto questa scelta. Ideando capi per la donna. Sotto il profilo industriale era una grandissima innovazione".Cucinelli nello showroom di Milano
Parliamo del presente. Brunello Cucinelli è un imprenditore un po' anomalo: è di stampo olivettiano, amante della filosofia e della spiritualità che ora ha scritto Colloquio ideale tra Barack Obama e Marco Aurelio sui grandi temi dell'uomo. Com'è nato questo libro?
"Devo partire un po' da lontano. Fino agli anni '80, sono stato ispirato da grandi uomini come Jhon Fitzgerald Kennedy, Martin Luther King e Mikhail Gorbachev. Punti di riferimento che mi hanno fatto riflettere mentre coltivavo la mia grande passione per la filosofia. Dottrina a cui mi sono accostato e che mi ha permesso di conoscere anche un'altra mia grande luce: l'imperatore romano Marco Aurelio".
Uomini che hanno lasciato il segno...
"Sì e che mi hanno permesso di raggiungere, abbastanza giovane, la mia serenità interiore. Negli ultimi 20 anni, però, dopo di loro, c'è stato il buio. Fino a che non è arrivato sulla scena l'attuale presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Sono rimasto molto colpito dal suo discorso di presentazione come candidato in corsa per la Casa Bianca".
E cosa l'ha colpito in particolare?
"Quando, ad esempio, disse che voleva incontrare i suoi nemici. In lui ho rivisto i miei grandi maestri. Soprattutto Marco Aurelio, il più grande uomo della storia".
Cos'altro hanno in comune l'imperatore romano e il primo presidente nero della storia degli States?
"Come Obama ha dovuto governare su una collettività molto vasta, dialogare con confessioni religiose diversissime fra loro e guidare l'impero romano in un momento estremamente difficile della sua storia: la peste e una crisi economica galoppante avevano messo in ginocchio metà Roma. Proprio come la recessione di oggi che sta portando il tasso di disoccupazione americano pericolosamente verso quota 10%. Difficoltà che Marco Aurelio affrontò, dicendo ai suoi collaboratori di darsi pace, perché ogni istante che ognuno vive nella propria esistenza potrebbe essere l'ultimo. Un insegnamento di vita molto prezioso".
E quindi?
"Negli ultimi due anni, seguendo Obama, mi sono accorto che nei suoi discorsi c'erano molte frasi usate anche da Marco Aurelio. Ho voluto raccoglierle tutte in un libro e mettere in luce questa somiglianza. Inserendo qualche mia piccola riflessione a margine ed evidenziando la visione che questi due grandi uomini hanno della condizione umana".
Pensieri che l'hanno aiutata anche a guidare la sua azienda in questo momento di estrema difficoltà dei marchi del lusso...
"Sì, una sorta di piccola Bibbia personale. Dopo lo scoppio della crisi, mentre il fatturato del mio gruppo si riduceva del 40%, ho promesso ai miei lavoratori che non avrei licenziato nessuno fino al termine del 2009. Ma ho anche chiesto loro, proprio come fece Marco Aurelio con i suoi collaboratori, un impegno maggiore. E' stato meraviglioso, perché, come risultato, abbiamo realizzato la collezione più bella della nostra storia. Cercando sempre di trasmettere anche ai clienti la serenità che ha regnato in ogni momento nella nostra azienda".
Ma non è che, in futuro, Brunello Cucinelli abbandonerà il Cashmere per candidarsi politicamente?
"No, assolutamente. Ognuno deve fare il lavoro che sa fare meglio, rispettando le competenze e i ruoli degli altri. Io faccio solo l'industriale che programma le sue macchine e deve ampliare i suoi immobili".
E la sua passione per gli ideali dove l'ha lasciata?
"Io ho la passione per l'industria dove volevo ritrovare quella dignità dell'uomo che a mio padre non è stato permesso di vivere. Alessandro Magno beve la stessa quantità di acqua che viene data ai suoi soldati. Cesare dorme nel medesimo tipo di letto delle sue truppe. E Marco Aurelio, nel rapportarsi ai suoi generali, dice sempre loro: 'Vi sono vicino'. Il mio sogno era quello di fare un'impresa diversa dove il profitto proviene unicamente dall'etica, dalla dignità e dalla morale. Voglio essere attento all'uomo. Sia che si tratti dei miei collaboratori sia che si tratti dei clienti. Un'attenzione che genera anche creatività".
Perché?
"Dico sempre ai miei 500 lavoratori che sono 500 anime pensanti. Ognuno con una quantità di genio di varia intensità e natura. A me, come capo azienda, spetta solo il compito di mettere in ordine il genio e farlo venir fuori. Facendoli lavorare in un luogo bellissimo, perché una persona si esprime al meglio solo quando le sue condizioni spirituali, umane e di lavoro sono al massimo. Il bello genera creatività. Ecco perchè Dostoevskij dice: 'Il bello ci salverà'. Due anni fa, l'idea di fare un pallone tutto di Cashmere, piccola innovazione che ho presentato a Pitti, è venuta dalla mia donna delle pulizie".
I risultati di bilancio della Brunello Cucinelli Spa sono molto buoni. Fatturato e utili hanno sempre messo a segno negli ultimi tre anni tassi di crescita a due cifre. Come impiega i suoi profitti?
"Sono divisi: il 20% va all'azienda della quale io sono solamente il custode e non il proprietario, come dicono Marco Aurelio e Obama. Grandi uomini che lavorano per il bene delle generazioni future. Una parte importante degli utili, poi, va ai ragazzi che lavorano con me. Un altro 20% serve per abbellire l'umanità, come costruire un teatro o mettere a posto una chiesa. La mia azienda, infatti, è situata in un luogo del 1300 che voglio custodire e abbellire. E la parte restante rimane a me. Anche se devo dire che non ho grandi esigenze, perché vivo in un piccolo Paese".
Come si vede fra 10 anni? Quali sono i suoi progetti per il futuro?
"Sempre gli stessi. Continuare a fare quello che sto facendo e cioè l'imprenditore. Nel rispetto dei ruoli. La crisi dei mercati è scoppiata anche perché l'industriale ha smesso di fare industria e si è messo a fare finanza. Disciplina che, contrariamente a com'è stata utilizzata, è nata per essere messa al servizio dell'attività produttiva. Non per esserne il fine ultimo. Ognuno deve impegarsi nelle cose che sa fare al meglio, portando valore aggiunto al mondo. Abbellendolo".
D'accordo, ma parlando, ad esempio, dei problemi dell'industria italiana, delocalizzerà come hanno fatto molti imprenditori del tessile, lasciando il cervello operativo in Italia o no?
"Lo escludo. Sono convinto che produrre il made in Italy nel nostro Paese eserciti un fascino incredibile sul cliente. Magari, in futuro, mi piacerebbe ingrandire la mia azienda, passando da 500 a 1000 dipendenti e sentire che chi compra i miei capi mi dice che sono costosi ma non cari".
Perché?
"Caro significa che stai cercando di fregare i clienti mentre costoso vuol dire che hai creato una cosa molto nobile e di altissima artigianalità. E' la mia mission e voglio che il prezzo finale valga sempre il mio prodotto".