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LO PARLANO IN SETTE MILIONI
La lingua ufficiale, che è parlata dalla maggior parte della popolazione, è il mongolo khalkha ma esistono molti dialetti e variazioni. Le lingue mongoliche discendono dal ceppo altaico che comprende anche il turco, il tunguso, il giapponese e il coreano. Sette milioni di persone nel mondo parlano il mongolo, di cui 2 milioni e mezzo nella Repubblica della Mongolia, quasi quattro milioni nella regione cinese della Mongolia Interna cinese e mezzo milione in Cina. L’alfabeto è stato rifondato nel 1944 dal governo filosovietico e oggi tutte le scritte sono in cirillico (con l’aggiunta di due caratteri rispetto al russo) anche se si assiste a una riscoperta dell’antica calligrafia ereditata dagli uiguri, uno delle poche popolazioni seminomadi ad avere adottato un alfabeto, anzi tre: iniziale, mediale, caudale. La lettera si scrive in modo diverso a seconda della posizione della parola, un piccolo rombo indica la fine della parola, due rombi la fine del periodo. Si scrive in verticale e si legge partendo dall’alto a sinistra fino in fondo alla pagina spostandosi nelle righe verticali, verso destra.

QUANT’E’ LUNGA L’OMBRA DELLA TUA VITA?
di Federico Pistone (da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" - Polaris 2008)

 

Come comunicare con i mongoli? Semplice. Basta parlare il mongol khel, la lingua ufficiale mongola. Consolatevi: sono pochissimi gli italiani che la parlano, mentre per fortuna i mongoli sono più poliglotti: a Ulaanbaatar sono diffuse le scuole di italiano, frequentate soprattutto da giovani che vogliono intraprendere un’attività turistica o da cantanti lirici che vogliono capire il senso delle arie che intonano. Le nuove generazioni stanno abbandonando il russo (obbligatorio a scuola fino al 1990) per dedicarsi all’inglese e al giapponese. I mongoli, maestri del canto di gola e delle sonorità più estreme, dispongono fisiologicamente di una sterminata gamma di sonorità e fonemi: riescono quindi a pronunciare con precisione i suoni delle altre lingue, dal cinese, al russo, dal giapponese al thai al coreano, perfino l’italiano e il tedesco. Quando però un mongolo sostiene di parlare inglese fate prima un test: alcuni sono davvero bravissimi, a livello Oxford. Altri conoscono giusto dieci vocaboli e vorrebbero combinarli per esprimere tutti i concetti del mondo. Fuori dalla capitale i più giovani, anche bambini, vi punteranno in quanto stranieri e snoccioleranno tutto il loro frasario in inglese: non è necessaria una risposta, se ne andranno soddisfatti e orgogliosi. La grande maggioranza dei mongoli parla russo, soprattutto le persone più attempate, ma molti parlano anche spagnolo, retaggio di un’alleanza con Cuba, con cui ai tempi dell’Urss c’era uno scambio fitto di risorse umane e tecnologiche, soprattutto in campo medico (a sinistra, uno stralcio di un articolo da un giornale mongolo in alfabeto cirillico).

Dicono che il mongolo sia orribile, il tedesco dell’Asia. In effetti il primo impatto è quello di una lingua dura e piena di spigoli. Ma poi la cadenza diventa misteriosa, affascinante, soprattutto se si ascolta durante le quiete discussioni tra i nomadi dentro le gher. Il mongolo è una lingua fantastica, con milioni di sfumature, quaranta modi diversi per dire la stessa cosa semplicemente perché cambia lievemente la volontàdi un’azione. Ad esempio se si deve esprimere il concetto di “andare”, occorre essere molto precisi sulle proprie intenzioni e decidere fra: vado, ho voglia di andare, devo andare, non posso restare, occorre proprio che vada, è mio preciso dovere andare, sarebbe meglio che andassi, se non andassi sarebbe un grosso guaio e avanti con i ricami. E poi ci sono meraviglie poetiche per esprimere concetti prosaici. E così un banale “quanti anni hai” si trasforma in “quant’è lunga l’ombra della tua vita?”.

 

 


CORSO DI SOPRAVVIVENZA
DI LINGUA MONGOLA

di Federico Pistone
con la collaborazione di Muren Damdin (foto a sinistra e sotto)

I mongoli, sia quelli dellacittà che quelli della campagna apprezzeranno molto il vostro sforzo di mettere insieme due parole e magari una frase compiuta, quindi sarà utile mandare a memoria alcune espressioni di circostanza, imparandone la pronuncia più che la scrittura. Non è facile riprodurre i suoni corretti dal mongolo, soprattutto quelli delle vocali che hanno differenze di apertura impercettibile ma che fanno cambiare radicalmente il senso della frase. Tra la “o” e la “u” passa un universo di sfumature, così come tra la “a” e la “e”. La “l” assume nella lingua parlata uno schiocco che la fa assomigliare a una “tl”.  La pronuncia dei mongoli poi è talmente veloce che diventa proibitivo capire quando finisce una parola e ne comincia un’altra. C’è anche da tenere in considerazione che in mongolo si può dare del tu solo alle persone più giovani, mentre il “lei” di cortesia si usa in tutte le altre situazioni, anche in famiglia: perfino un fratello minore darà sempre del lei al fratello maggiore. In questo breve frasario vengono riportate le pronunce più vagamente simili a quelle corrette, una sfida ai puristi e alle traslitterazioni più ortodosse. Ma l’obiettivo non è quello di passare un esame, ma di sopravvivere.
 

Il classico saluto che rompe il ghiaccio è: “Sen bein uu?” (Sta bene?). Se vi anticipano sul tempo, la vostra risposta dovrà essere: “Sen, ta sen bein uu?” (Bene, e lei sta bene?). A quel punto si può procedere con un: “Sen, sen. Gher bul tene sen uu?” (Bene, bene. E la famiglia come va? Se ci si rivolge a un giovane il “tenè” si sostituisce con il “cin”). Oppure: “Agil tenè sen uu?” (Come va il lavoro?). O: “Surguul tenè sen uu?” cin (La scuola?). Per dare un taglio ed evitare che un “ciao” diventi una discussione senza fine, basta piazzare un “Mash sen, bair laa” (Molto bene, grazie). E per abbandonare il campo: “Bair te” (Arrivederci), con la e molto aperta e accentata. C’è anche una pratica molto più spiccia: salutare con un essenziale “bein uu”. Altre frasi utili sono: “Yamar untei vee" (Quanto costa?),  “Bie zasakh oroo” (Dovrei andare in bagno, letteralmente: dovrei aggiustare il corpo). “Burkhan urshuu”  (Salute! Dopo uno starnuto. Letteralmente: Dio, perdona!).

Se volete spingervi in un dibattito impegnativo potete chiedere il nome, o l’età. “Tanìg khen ghedeg be?”
(Come si chiama?) con la variante informale “Chameg khen ghedeg be” (Come ti chiami?).  La risposta sarà: “Nameg Bold gedeg” (Mi chiamo Bold). Un’altra domanda, da evitare con le signore: “Ta kheden nasté ve?” oppure “Tani nas suuder hed ve? (Quanti anni ha? Il significato letterale in verità suona molto poetico: quanta ombra ha coperto la tua vita?). La risposta sarà: “Bi tev nastè” (Ho cinquant’anni).
E a questo punto è necessario conoscere i numeri.

1 nek, 2 khoir, 3 gurav, 4 duruv, 5 tav, 6 zorgaa, 7 doloo, 8 nem, 9 yus, 10 arav,

11 arun nek, 12 arun khoir, 13 arun gurav…

20 khor, 21 khorin nek…, 30 guch, 31 guchin nek…, 40 duch, 41 duchin nek…, 50 tev, 51 tevin nek…,

60 giar, 61 giarin nek…, 70 dal, 71 dalin nek…, 80 nay, 81 nayn nek…, 90 yer, 91 yerin nek…, 100 zuu
Fuori età: 200 khoir zuu, 300 gurvan zuu, 400 durvun zuu, 500 tavan zuu, 600 zorgan zuu, 700 doloon zuu, 800 nemen zuu, 900 yusun zuu, 1000 myanga.

 


DIZIONARIO BONSAI DI PAROLE INDISPENSABILI

Us (acqua con la u aperta, quasi una o, perché con la u chiusa significa capelli), or (letto), gher (casa), gher bul (famiglia), neiz (amico), ugluu (mattina), odor (giorno), oroi (sera), shuno (notte), onòdor (oggi), ocigdor (ieri), margash (domani), odoo (ora), daraa (dopo), umn (prima), tom (grande), ikh (abbondante), gigig (piccolo), khaana (dove?), hezee (quando?), yag (con la “g” finale di Genova: come?), khine (chi?), yagad (perché?), yagad ghevel (perché), end (qui).

Colori: tsagaan (bianco), khar (nero), ulaan (rosso), nogoon (verde), shar (giallo), tsenkher (azzurro), tsevar  (chiaro), khardoo (scuro).

I pronomi personali: bi (io), ci (tu. “Ta” se ci si rivolge a persona più anziana), ter (lui, lei), bid o bidnar (noi), tanar (voi), ted o tednar (loro).

Alcuni verbi principali: yavakh (andare), iarikh (parlare), uzekh (guardare), sonsokh (ascoltare), unshik (leggere), bicikh (scrivere), surakh (studiare), agillakh (lavorare), uukh (bere), idekh (mangiare), untakh (dormire), ongoilgokh (aprire), haakh (chiudere), avakh (prendere), garakh (uscire, salire), medekh (sapere), ineekh (ridere), toglokh (giocare), barikh o avakh (prendere).

 

PROVIAMO A COMPORRE QUALCHE FRASE

Coniugare i verbi in mongolo non è difficile anche se l’uso dei tempi è a volte diverso dall’italiano e prevede molte opzioni in più. Per semplificare, facciamo la prova con il verbo andare. Dall’infinito yavakh si toglie la desinenza akh. Il presente semplice si forma con la radice yav + dag, che vale per tutte le persone. Comodo no? Il soggetto è sempre obbligatorio, quindi per tradurre io vado (azione abituale) si dirà: bi yavdag. Tu vai: ci yavdag (ta yavdag, se ci si rivolge a persona più anziana), ter yavdag (lui o lei va), bidnar yavdag (noi andiamo), tanar yavdag (voi andate), tednar yavdag (loro vanno). Ma, come in inglese, va distinta l’azione abituale (I go, normalmente vado) da una che si sta svolgendo nel momento in cui si parla (I’m going, sto andando adesso). In questo caso si aggiunge alla radice una g (come nella parola Genova) e alla fine della frase il termine “ben” con la e molto aperta. “Io sto andando”: bi yavg ben. Ma c’è anche un altro presente, che dimostra la raffinatezza delle espressioni e non solo quella della pronuncia; indica l’intenzione di compiere un’attività. In questo caso si prende la solita radice yav a cui si aggiunge il suffisso “laa”. Dunque, “io vado”, inteso come sto per andare, ho deciso di andare, si traduce: bi yavlaa.
Il passato ha varie forme ma ci limitiamo a costruire il passato prossimo e l’imperfetto, le forme più usate. Per il passato prossimo si prende la radice e si aggiunge “san” per tutte le persone. Bi yavsan (sono andato), ci yavsan (sei andato) eccetera… Per l’imperfetto al suffisso si aggiunge “dag” (con la g di Genova) + besan, con l’accento sulla e e la stessa e molto aperta. Io andavo: bi yavdag besan. Futuro semplice: soggetto+infinito+bolon (bi yavakh bolon = andrò). Futuro intenzionale: soggetto+radice+an (bi yavan = andrò perché è nella mia volontà). Forma negativa: per il presente va utilizzato l’infinito seguito da “guì”. Io vado: bi yavdag. Io non vado: bi yavakh guì. Negativo passato: soggetto+infinito+guì besan. Io andavo: bi yavdag besan. Io non andavo: bi yavakh guì besan. Forma interrogativa: soggetto+infinito+vee? Vado? Bi yavakh vee? Se ci sono degli avverbi vanno inseriti tra soggetto e verbo. Quando vado? Si tradurrà: bi hezee yavakh vee? Abbiamo finora utilizzato un verbo il cui infinito è in akh, ma ne esistono anche con ekh, ikh, okh, ukh e per ognuno occorre adattare la relativa desinenza per tutti i tempi. Ad esempio, se io vado (andare=yavakh) si dice bi yavdag, io vengo (venire=irekh) si dice bi irdeg, io ascolto (ascoltare=sonsokh) si dice bi sonsdog eccetera. Per chiudere una frase che risolve tutti i vostri problemi di comunicazione: bi mongoloor iardag guì. Traduzione: io non parlo mongolo.

 

L'ANTICO ALFABETO UIGURO 

In tempi recenti, il mongolo antico è tornato in auge, nell'ambito di un recupero culturale delle tradizioni del Paese. Nel XIII secolo, sotto Gengis Khan, i Mongoli adottarono l'alfabeto degli Uiguri (21 caratteri con scrittura verticale da sinistra a destra) che, adeguata ai tempi, restò la lingua ufficiale fino al Novecento. Nel 1269 il Kubilai Khan inaugurò una scrittura quadrata, di ispirazione tibetana, ma questo alfabeto durò solo un secolo, di nuovo rimpiazzato dalla struttura uigura. Nel 1648 Zaja Pandita, prete buddista, apportò dei miglioramenti (scrittura chiara) che entrarono nella lingua mongola fino al 1920. Nel 1686 Zanabazar inventò l'alfabeto Soyombo ispirandosi all'antico emblema mongolo, ma questa lingua restò uno splendido, isolato esercizio dotto. Vai alla sezione CALLIGRAFIA