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CULTURA

RELIGIONE

IL BUDDHISMO DENTRO LA MONGOLIA
di Giancarlo Ventura (associazione Soyombo)
fotografie di Federico Pistone

Sciamanisti, buddhisti e soprattutto tolleranti. I Mongoli hanno ereditato anche questi valori religiosi da Gengis Khan, inflessibile imperatore ma benevolo seguace dei capi spirituali tibetani. Il condottiero giunge a inviare una missiva a Sakya Pandita, numero uno del potere buddhista. Il terzogenito Ogodei, divenuto Gran Khan, invita alla sontuosa corte di Karakorum lo stesso Sakya Pandita. E il figlio di Ogodei, Godan, nel 1244 replica l’invito convinto di poter guarire così da una grave malattia.
Davanti al trono di Guyuk, l’imperatore incontrato da fra’ Giovanni di Pian del Carpine, giungono anche alcuni rappresentati dell’ordine karmapa. Eppure, fino al 1261, il clero buddhista rimane ai margini del potere mongolo.
La situazione cambia sotto Kubilai Khan che chiama in Cina, dove ha trasferito la sede dell’impero, il nipote di Sakya Pandita, Phagpa, lo elegge suo maestro e si fa conferire le consacrazioni di rito, una sorta di iniziazione buddhista. Kubilai nomina Phagpa capo supremo del clero e “Maestro dell’imperatore, Re della grande e preziosa dottrina, Degnissimo Lama e re della dottrina dei tre paesi”. Il Gran Khan fa inoltre erigere, in quella che diverrà Pechino, una serie di monasteri.
Anche i successori di Kubilai continuano a distribuire favori ai religiosi buddhisti, ma la conversione riguarda solo i Khan e parte della loro corte. Il popolo continua a seguire l’ancestrale credo sciamanico.
Nel 1368 l’ultimo imperatore mongolo Toghon Temur è cacciato dalla sua capitale con tutto l’esercito mongolo: comincia la persecuzione dei nuovi imperatori cinesi contro i credenti e i religiosi del buddhismo tibetano.
Quando i discendenti di Gengis Khan ritornano in Mongolia devono affrontare l’ostilità dei vecchi alleati, gli Oirad (Mongoli occidentali), ma anche uno stillicidio di lotte interne: l’entusiasmo per il buddhismo si spegne e i Mongoli tornano al loro credo sciamanico.
Anche in Tibet la fede religiosa sembra dissolversi finché entra in scena Tsongkhapa, il riformatore. Nato nel 1357, colui che avrebbe fondato l’ordine Ghelugpa conduce una vita di illuminazione spirituale. Alla sua morte, nel 1419, lascia un ordine ormai consolidato, chiamato “dei berretti gialli”. Da qui nasce l’istituzione dei Dalai lama, il cui primo rappresentante sarà Ghedündrup, nipote di Tsongkhapa.
Altan Khan (1543-1582), pretendente all’eredità politica di Gengis Khan ma nato al di fuori della sua discendenza, dopo aver vittoriosamente combattuto ed assoggettato buona parte della Mongolia, si converte improvvisamente al buddhismo. Nel 1577 chiede un incontro al lama tibetano Sonan Gyatso, “berretto giallo” del lignaggio di Tsongkhapa.
Il Khan nomina Sonan terzo Dalai lama. Phagpa aveva predetto a Khubilai che si sarebbero incontrati in una vita futura dove il tibetano sarebbe diventato acqua e il Khan oro. La profezia si compie: in mongolo Dalai significa “oceano” e Altan “oro”. Altan Khan è così riconosciuto dal lama quale reincarnazione di Khubilai, legittimando così le sue pretese al trono.
È un capo dell’etnia Khalka della Mongolia centrale, Abdai, a fondare un proprio khanato, il Tüshet. Nel 1586 inizia la costruzione di quello che sarà il primo dei monasteri mongoli: l’Erdene Zuu (“cento gioielli”) ancora oggi visitabile in tutto il suo magico splendore nei pressi dell’antica Karakorum.
Prima di arrivare ai fasti dell’Erdene Zuu, i templi non sono che grandi gher in grado di seguire i pastori nelle loro transumanze. Man mano che la religione si diffonde, si sente la necessità di strutture più spaziose per contenere i fedeli e per meglio adattarsi ai dettami del buddhismo, che attribuisce particolare significato ai punti cardinali e agli angoli; le grandi tende-tempio iniziano a poggiare su basi poligonali prima e quadrate in seguito, con tetto piramidale. Scompaiono i rivestimenti in feltro, sostituiti da legno intrecciato. Nel XVII secolo diventano sempre più popolari gli stili cinese e tibetano che, mescolati alla tradizionale impronta mongola, danno origine a un mosaico di architetture.

 

LA MISSIONE SPIRITUALE DEL MAESTRO BAMBINO
intervista di Federico Pistone

Ha un’espressione da bambino offeso, fasciato da? due pastrani che si intrecciano sul suo corpo, uno color oro e uno porpora. Le sue mani si muovono sinuose mentre recita solennemente i mantra tibetani. Khuntsam Gundsamb ha 26 anni ed è uno dei capi lamaisti di Gandan, il più importante monastero della Mongolia, meta ogni giorno di centinaia di fedeli.

Così giovane e già leader religioso?

“Sono monaco da 13 anni, ho cominciato da allievo e ora sono maestro. Ho imparato le lingue, ho girato il mondo, Francia, Belgio, Germania, Russia, Corea, e ho incontrato autorità di ogni ordine religioso. Ma il mio compito è quello di insegnare buddhismo qui in Mongolia”.

Come si diventa monaci?

“Si comincia da bambini, bisogna superare alcune prove e studiare tanto”.

La migliore dote di un buon monaco?

“La memoria”.

È pesante la vita di un monaco bambino?

“A volte il monastero è la salvezza. Molti di loro sono bambini presi dalla strada o da famiglie nomadi allo sbando, e qui ritrovano un senso. E comunque non si prega solamente. Si gioca spesso”.

È vero che i monaci in Mongolia hanno un grande potere politico?

“Un potere spirituale, sono un riferimento per la gente. Dal punto di vista economico, abbiamo uno stipendio molto basso e viviamo delle offerte”.

Com’è la giornata di un monaco?

“Sveglia alle sei per la preghiera solitaria, poi ci si unisce agli altri per la preghiera collettiva. Alle nove cominciano le lezioni ai novizi. Dopo un pranzo leggero, lo studio. Alla fine della giornata, i monaci bambini tornano a casa, quelli che ce l’hanno”.

Qual è il vostro rapporto con lo sciamanismo?

“Fa parte della cultura del nostro Paese e non è in contrasto con le dottrine del buddhismo”.

E qual è il rapporto fra voi, berretti gialli, e i berretti rossi?

“Per noi il riferimento è il Dalai Lama, mentre i berretti rossi non lo riconoscono. Non abbiamo rapporti”.

Vi danno fastidio i turisti stranieri che a volte si accalcano per assistere alle vostre cerimonie?

“No, solitamente rispettano le preghiere. È interessante che possano capire la nostra cultura e la nostra fede”.

C’è qualche occidentale che si converte al buddhismo?

“Molti”.

Perché?

“A conquistarli è la semplicità, la tolleranza: anche per i monaci la vita è più libera”.

E il cristianesimo?

“È una dottrina più rigida, anche se abbiamo punti in comune e abbiamo molti amici cristiani”.

Come giudicate la repressione dei monaci in Myanmar e nel Tibet?

“Certi governi hanno paura della spiritualità. Non sanno cos’è. Ma il popolo, anche quello birmano, è dalla nostra parte”.

 

LE ASPETTATIVE MESSIANICHE DEI MONGOLI
di Emilio Asti, docente universitario di cultura orientale

Depositario di antiche tradizioni spirituali, nel corso della storia il popolo mongolo si è sentito investito della missione di creare un grande impero universale che potesse riunire tutti i popoli. Questa credenza è rafforzata da alcuni miti che glorificano l'origine dei mongoli e la loro missione. Nella "Storia segreta dei mongoli", compilata nel 1240, si legge infatti che questo popolo aveva come capostipite "il lupo blu nato col suo destino fissato dal cielo e la cui donna è la cerva fiera". Particolarmente significative sono anche le leggende che circondano la nascita di Temujin, il futuro Gengis Khan. Sempre nella Storia segreta si narra che Alan-Kua, la donna dalla quale discende il clan di Gengis Khan, sia stata fecondata da un essere superiore giunto a lei sotto l'aspetto di una grande luce gialla. Si racconta inoltre che quando Temujin fu partorito stringeva nel pugno un grumo di sangue nero, simbolo di regalità. Nella cultura mongola la figura del Khan e il suo potere, che rappresenta il collegamento fra l'ordine terreno e quello celeste, assumono un significato religioso e mitico al tempo stesso, ben evidenziato nel motto di Gengis Khan: "Un solo dio in cielo e un solo khan in terra".


GENGIS KHAN E GLI SCIAMANI

Gli sciamani avevano proclamato che la divinità suprema aveva scelto Gengis Khan quale suo rappresentante sulla terra; dopo la sua morte iniziò a essere venerato come potenza celeste e come il più grande degli antenati. Col tempo il ricordo delle sue imprese assunse una dimensione mitica e iniziò a diffondersi la credenza nel suo ritorno e nella rinascita del suo impero. Tale credenza, che si collega alle tradizioni più antiche, basate sullo sciamanesimo, rimase radicata a livello popolare anche dopo che la Mongolia divenne uno stato teocratico basato sul Buddismo lamaista, alimentando leggende e miti della tradizione orale. Consulta anche sezione SCIAMANI



IL RE DEL MONDO VIVE A KARAKORUM

L'antica capitale del regno di Gengis Khan, Karakorum, che era un grande centro culturale e commerciale nel quale le varie religioni convivevano in armonia, richiamava la leggenda di Argatha, luogo sacro di iniziazione e sede del "Re del mondo", sul quale si favoleggiava anche in Occidente. Il tempio Erdene Zuu, edificato sulle rovine di Karakorum, era considerato la residenza del messia che sarebbe tornato sulla terra alla fine del Kali Yuga. Soprattutto nell'ultimo secolo, in concomitanza con la condizione di oppressione nella quale si trovava il popolo mongolo, si diffonde un'aspettativa messianica che si configura anche come un tentativo di riconquista dell'identità nazionale a lungo repressa. Un chiaro esempio di ciò è rappresentato dal movimento fondato nel 1904 dal profeta altaico Chot Chelpan che ha mobilitato parecchie persone suscitando grandi speranze. Un cavaliere bianco vestito che cavalcava un cavallo bianco sarebbe apparso a Chot Chelpan annunciandogli il ripristino dell'antico impero dei mongoli e la fine dell'oppressione zarista attraverso il ritorno di Oirot Khan, discendente di Gengis Khan.

 

LA RISCOPERTA DELLA RELIGIONE

Nella Mongolia attuale, afflitta da gravi problemi economici e sociali che comportano il rischio della perdita dei valori tradizionali, sono in molti ad attendere la venuta di un grande personaggio capace di scuotere il mondo con verità e saggezza e di aprire un'era nuova. Il grande entusiasmo dimostrato da tutta la popolazione nel 1991 in occasione della visita in Mongolia dell'ultimo discendente di Gengis Khan, il principe Dschero Khan, accolto come un re, conferma questa tendenza. Nel Paese si assiste inoltre a un risveglio della coscienza nazionale e, grazie anche alla riapertura di molti templi e alla riscoperta di antichi riti, molte opere letterarie, artistiche e cinematografiche traggono ispirazione dal patrimonio culturale tradizionale interpretato in chiave profetica. Sono soprattutto i giovani a farsi portavoce di una riscoperta del passato e a cercare con entusiasmo una verità più profonda mantenendo viva la speranza in un futuro migliore.

 

 

 

AMARBAYASGALANT, MERAVIGLIA MISTICA
SPERDUTA NELLA STEPPA

Sembra uno scioglilingua. E invece è uno dei luoghi più magici della Mongolia e del buddhismo. Il monastero di Amarbayasgalant si trova oltre duecento chilometri a nord di Ulaanbaatar, nell'aimag di Selenge: la strada è comoda, fin troppo, fino a Darkhan ma poi si entra nelle piste più selvagge per una cinquantina di sofferti chilometri. Poi d'incanto si materializza una visione da sogno. La giornalista Ilaria Maria Sala, attenta testimone delle realtà asiatiche, lo descrive così: "Amarbayasgalant è un tempio meraviglioso, situato in mezzo a una prateria sconfinata, un complesso architettonico rosso amaranto che spunta, incredibile, in fondo a una valle dopo ore e ore in cui l'occhio non ha incontrato altro che mandrie di cavalli e di pecore, cammelli, lupi, yak e aquile, e appena qualche tenda circolare di feltro bianco, la ger" (da "Il dio dell'Asia", Il Saggiatore 2006). Il complesso è stato costruito dal 1727 al 1736 per commemorare Zanabazar, il grande artista e statista della Mongolia del XVII secolo il cui corpo è stato poi qui tumulato nel 1779. Dal 1943 è stato inserito nelle zone protette e dal 1996 è patrimonio culturale dell'Unesco. Purtroppo 10 dei 37 templi sono stati distrutti durante le purghe sovietiche degli anni Trenta, quando vennero uccisi quasi tutti i settemila monaci che abitavano il monasero. Resta comunque una delle testimonianze più imponenti e mistiche del buddismo lamaista mondiale e oggi nell'Amarbayasgalant vivono a tempo pieno una cinquantina di monaci, la maggior parte giovanissimi. 

 

AMARBAYASGALANT CONTRO GANDAN

Questo monastero, al contrario di Gandan a Ulaanbaatar, non ha un filo diretto con il Dalai Lama, anzi prende le distanze dal capo della chiesa lamaista. E lo si capisce dall'intervista che il direttore del tempio,  il trentenne Luvsanderjaa, intervistato da Ilaria Maria Sala: "Il Dalai Lama non ci sta aiutando. E' troppo politico e noi abbiamo già avuto fin troppa politica per poterlo appoggiare... Per questo motivo siamo separati anche da Gandan, adesso. Cerchiamo di mantenere buoni rapporti con la Cina che riconosce i nostri sforzi e ci sta aiutando".  Amarbayasgalant è dunque una sorta di zona franca del lamaismo mongolo. Nel settembre 2002, dopo settant'anni di eclisse, il monastero ha celebrato di nuovo le antiche danze Tsam, vietate durante la dominazione sovietica. Recupero della tradizione ma anche adeguamento alle nuove tecnologie: recentemente il monastero ha aperto addirittura un sito Internet: http://amarbayasgalant.org/ .

 

IL CELLULARE NEL TEMPIO

di Federico Pistone (da "Uomini Renna" - Edt 2004)

Monastero di Gandan. Una processione di fedeli percuote le campane sacre. Il tintinnio diventa ossessivo e, accompagnato dal vento che oggi sale dal Gobi, riecheggia fino al centro della capitale. Ci sono anziani bardati secondo tradizione e giovani con abiti occidentali, tutti con la stessa devozione mistica ad allegra. Un turbine arancione di cento monaci si infila nel tempio affogato nella nebbia degli incensi. Intonano un urtin duu, il canto di gola tibetano, mentre sfilano il rosario buddhista: 108 grani, uno per ogni porta delle sacre leggi. Il trillo di un cellulare spacca di netto la magia della preghiera. Un giovane lama, si e no quattordici anni, si fruga febbrilmente nella tunica. Finalmente snida il cellulare, si preme l'orecchio libero per non essere disturbato dal canto, parla qualche minuto e poi ricomincia a salmodiare come se niente fosse.

"Ma il buddhismo non è una religione perfetta". Lo dice Venceslao Padilla, filippino di 52 anni, primo vescovo di Mongolia, consacrato dal cardinale Crescenzio Sepe nel settembre 2003, su ordine di Giovanni Paolo II. Padilla è stato per dieci anni responsabile della missione cattolica di Ulaan Baatar, quartiere Bayanzurch, 15 tra preti e suore che hanno convinto poche centinaia di fedeli lamaisti ad abbandonare Buddha per seguire Cristo.

I Mongoli, soprattutto i giovani, cominciano a capire che le libertà concesse dal buddhismo non sempre portano benefici, assicura Padilla. "Guarda quanti ubriachi in mezzo alla strada, quanti disperati, quanti bambini che frugano nella spazzatura. Il peggio è dentro le case, in famiglia: nessun legame stabile, solo violenza e tradimenti".

Osservo quella fila interminabile di fedeli che fa tintinnare le campane, si inginocchia sulle assi della preghiera, si ferma in meditazione per minuti interminabili di fronte ai tanka sacri che raffigurano il Buddha. Ridono e pregano, si divertono e riflettono. Gandan è un luogo felice. Il buddismo è una religione sorridente. Gli ubriachi ci sono per il freddo, i bambini di strada per la povertà, i violenti per l'ignoranza, penso. E quando uno sconosciuto ti urta inavvertitamente, ti stringe subito la mano in un segno della pace che per i cristiani sembra confinato in un rito a comando durante la messa. Ma è vero che la chiesa cattolica, arrivata nel 1992 a Ulaan Baatar ("E' ancora una bambina", dice Padilla) sta compiendo un piccolo miracolo.

"Ecco un'altra coppia di pecorelle", annuncia padre Gilbert Sales mentre abbraccia due ragazzini sporchi da far paura e ricoperti da pallini di polistirolo. Sono appena usciti da un bidone della spazzatura. Proverà a portarli nel Verbist care center, uno dei centri di accoglienza finanziati dalla Caritas, dal centro internazionale dei cattolici missionari e dalle pontificie opere missionarie: accolgono centinaia di bambini fino a 15 anni, figli di coppie alcolizzate che li costringono a chiedere elemosina e a racimolare rifiuti. "Arrivano con la disperazione dentro - dice padre Sales - e noi gli restituiamo dignità. Insegniamo loro a leggere e scrivere, a fare lavori utili, perfino a usare il computer. Quando vogliono se ne vanno e quasi sempre tornano a ringraziarci". Vicino al terreno dove a luglio si svolge il Naadam, la sontuosa festa sportiva che rievoca le gesta di Gengis Khan, alcune suore calcuttiane accolgono centoventi bambini che imparano a coltivare l'orto, a cucinare, a cucire. "Lasciaci lavorare nell'ombra", mi scongiura una giovane suora polacca. "Non parlare di noi, non abbiamo bisogno di pubblicità. Questa è una missione silenziosa", dice mentre guarda orgogliosa Tsetserleg, una bambina di sette anni rimasta orfana di entrambi i genitori, mentre ricama un bellissimo vestito rosso.
(a sinistra, foto di Ferdinando Guaita, 1934)




 

LA RELIGIONE DEI MONGOLI
(tratto da "Enciclopedia delle religioni" - Garzanti)

Per religione dei Mongoli si intende la religione praticata dagli antichi Mongoli sino alla seconda metà del XVI secolo d.C., quando fu soppiantata dal Buddhismo, nella forma del Lamaismo. Alcuni elementi di questa religione si sono comunque mantenuti fino ad oggi. Nelle sconfinate distese della steppa, dove il cielo rappresentava l'unica possibilità di orientamento, particolare rilievo era conferito alla stella polare, considerata l'asse del mondo. Sotto di essa aveva la sua sede il Signore dei Mongoli e lì si trovava pure l'"ombelico" del mondo. In forza di tutto ciò, il popolo mongolo aveva la missione di sottomettere e riunire tutti i popoli dei "quattro angoli", cioé dei quattro punti cardinali. Lo stesso Gengis Khan, l'"inviato del destino", il cui potere derivava dal dio del cielo Tangri, diventò, dopo la morte, una potenza celeste, nonché il più nobile degli antenati: i Mongoli attendevano il suo ritorno e la rinascita del suo impero.  Al cielo, dunque, si volge lo sguardo dell'antico cavaliere mongolo: da esso scende la pioggia per i pascoli delle mandrie. In cielo ha la sua sede la divinità suprema Tengri o tengi ("cielo", invocato anche come erketu Tengri ("potente cielo") o koke mongke Tengri ("eterno cielo azzurro") e raffigurato come un cavaliere con vessillo. Questo Essere Supremo è alla testa di 99 divinità, delle quali 34 vengono individuate nella zona orientale della volta celeste e 55 in quella occidentale. A queste 99 figure divine del cielo corrispondono 77 madri della terra che, a volte sono complessivamente raffigurate dalla singola figura della madre terra, Etugen. Chagan Ebugen ("il bianco vegliardo"), lo Spirito delle mandrie e della fertilità, viene raffigurato come un vecchio dalle vesti e dai capelli bianchi. Accanto a divinità a cavallo, protettrici dei cavalieri, vi sono divinità tutelari della casa, gli "dei di feltro", così detto perché le loro immagini erano riprodotte nel feltro. All'ingresso delle tende, come spiriti protettori dell'abitazione, erano posti gli ongon, degli idoli ai quali veniva offerto del latte. Gli sciamani, sia uomini (boge) sia donne (idughan), avevano la funzione di stabilire, tramite  riti sacrificali ed estatici, un contatto con il mondo delle divinità. Presso l'obo, un cumulo di pietre dove si riteneva si riunissero gli spiriti della natura, i pastori nomadi e i viaggiatori invocavano la protezione di queste potenze.


 

Benedetto XVI: la Mongolia esempio di tolleranza religiosa

30 maggio 2009 Mongolia esempio di libertà e tolleranza religiosa. Una certezza fin dai tempi di Gengis Khan ma oggi anche il Papa lo ha ufficializzato, in occasione della lettura delle credenziali del nuovo ambasciatore Danzannorov Boldbaatar presso la Santa Sede. Benedetto XVI ha espresso gioia per "l'apertura del popolo mongolo, che nutre grande considerazione per i costumi religiosi tramandati di generazione in generazione e che mostra un rispetto profondo per le tradizioni diverse dalle proprie". "Le persone che praticano la tolleranza religiosa - continua il testo - hanno l'obbligo di condividere la saggezza di questo principio con l'umanità intera, cosicché tutti gli uomini e tutte le donne possano percepire la bellezza della coesistenza pacifica e abbiano il coraggio di edificare una società rispettosa della dignità umana e che agisca secondo l'ordine divino dell'amore per il prossimo". Benedetto XVI ha quindi preso atto della "feconda collaborazione" tra Mongolia e Santa Sede frutto di questa tolleranza religiosa. Per leggere l'intero documento raccolto da zenit.org vai a sezione Dossier. Per il dibattito sul nostro blog vai a MongolFiera. Per approfondire la conoscenza della religione in Mongolia vai alla sezione Religione.


Sul Dalai Lama in visita a Ulaanbaatar

scoppia la guerra diplomatica fra Cina e Mongolia

25 agosto 2006 - Scoppia la guerra diplomatica tra Cina e Mongolia per la visita del Dalai Lama a Ulaanbaatar. "Il governo cinese si oppone con tutte le forze - ha comunicato il Ministero degli Esteri cinese - a qualunque Paese offra al Dalai Lama un luogo per svolgere le proprie attività separatiste". "Il Dalai Lama - prosegue la nota ufficiale - non è una semplice figura religiosa ma è un esiliato politico che esercita attività separatiste all'estero e mette in pericolo l'unità nazionale". Parole gravissime che non potranno non avere conseguenze nei futuri rapporti tra Ulaanbaatar e Pechino, recentemente riallacciati anche dal punto di vista economico. La questione del Dalai Lama è molto delicata e risale al conflitto sul Tibet, invaso nel 1950 dall'esercito cinese di Pechino che rovesciò il governo di Lhasa. Nel 1959 il Dalai Lama fu costretto all'esilio in India. Dal 1965 il governo cinese ha imposto la chiusura di tutti i monasteri lamaisti per favorire un'educazione laica. Nella foto a destra dell'Associated Press, fedeli mongoli assistono con solennità e commozione al discorso del Dalai Lama a Ulaanbaatar

 

Il Dalai Lama in Mongolia: "Prendete esempio

dalla tolleranza e dalla cultura di Gengis Khan"

22 agosto 2006 - Migliaia di mongoli hanno accolto a Ulaanbaatar il Dalai Lama (nella foto Ap, durante il discorso tenuto al monastero di Gandan).  Era dal 2002 che la massima autorità religiosa del buddismo lamaista non visitava la Mongolia. Singolare il discorso che il Dalai Lama ha rivolto alla popolazione, ricordando l'importanza dell'insegnamento di Gengis Khan che ha promosso la libertà di culto e la tolleranza tra le religioni oltre ad aver sostenuto l'importanza dell'insegnamento e della conoscenza. Il nostro inviato Ippolito Marmai ci riferisce di un'immensa folla commossa e partecipe soprattutto nel momento della benedizione.