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PERSONAGGI

TAMERLANO


PIU' FEROCE DI GENGIS KHAN

Se dobbiamo credere a quanto raccontavano i suoi nemici il signore della guerra tartara, che nel XIV secolo creò un impero che si estendeva dalla Cina fino al cuore dell’Asia Minore, fu il più sanguinario di tutti i tempi. Nato a Samarcanda nel 1336, Tamerlano visse per quasi settant’anni, affermandosi come il conquistatore più feroce della storia. Il suo esercito composto di arcieri mongoli e di Tartari armati di scimitarra, devastò l’Asia dalla Siria e dalla Turchia, fino ai confini della Cina, da Mosca a Delhi. Tamerlano era spietato con i nemici che resistevano, persino con le loro famiglie.
Nel 1401, a Damasco, in Siria Tamerlano accolse una domanda di grazia di migliaia di cittadini terrorizzati consigliando loro di rifugiarsi nella grande moschea. Secondo uno storico contemporaneo, che probabilmente voleva diffamare Tamerlano, i suoi luogotenenti fecero entrare circa 30.000 persone tra donne, bambini, preti e altri fuggiaschi nella costruzione di legno, sbarrarono tutte le uscite e poi diedero fuoco al gigantesco santuario. La stessa misericordia, il conquistatore la promise agli anziani di Sivas, in Turchia.Disse che non ci sarebbe stato alcun spargimento di sangue se i difensori della città si fossero arresi. Ed invece … Ed invece quattromila soldati, armeni che avevano animato la resistenza turca, furono sepolti vivi, i cristiani furono strangolati, o legati e poi annegati, quanto ai bambini furono raggruppati in un campo dove furono uccisi sotto gli zoccoli della cavalleria mongola. L’occupazione preferita di Tamerlano e dei suoi uomini era la decapitazione di massa.


UNA RAFFICA DI TESTE UMANE

Quando i Tartari annientarono un presidio di crociati a Smirne, sulla costa turca, navi cariche di rinforzi provenienti dall’Europa si presentarono davanti alla costa, gli uomini di Tamerlano indussero i nuovi venuti ad arretrare lanciando loro contro una raffica di teste umane, erano quelle mozzate dei prigionieri.Dopo aver conquistato la città di Aleppo, in Siria, costruirono piramidi alte cinque metri con il lato di tre, usando le teste di ventimila cittadini. Queste macabre torri dovevano servire da monito per chi non temeva l’ira di Tamerlano. La più grande fu eretta nel 1387 dopo che una ribellione generale a Isfahan (nell'odierno Iran) aveva portato al massacro di tremila soldati dell’esercito di occupazione di Tamerlano.
Informato della rivolta, Tamerlano ordinò ai suoi comandanti di raccogliere teste umane, stabilendo quante ciascuno di essi doveva procurare. Alcuni dei soldati erano musulmani come lo stesso Tamerlano, ed erano riluttanti ad uccidere altri musulmani; comprarono, perciò, da compagni meno scrupolosi le teste che avrebbero dovuto mozzare. Il risultato fu un disgustoso mercato di morte. All’inizio, le teste iraniane venivano vendute a venti dinari ciascuna, alla fine la quota era scesa a mezzo dinaro. Quando ormai sazio di sangue l’esercito se ne andò, settantamila teste erano accatastate attorno alle mura della città.
Tamerlano dedicò tutta la sua vita alla guerra. Il gusto della battaglia era in lui così forte che persino quando tornava a Samarcanda (foto a sinistra), per celebrare le sue vittorie, preferiva accamparsi fuori dalle mura anziché alloggiare in un lussuoso palazzo.
Nel febbraio 1405, in procinto di intraprendere una nuova guerra, che avrebbe dovuto portarlo alla conquista della Cina, Tamerlano morì. Ironia della sorte, non morì in battaglia, ma nel suo letto vecchio e consumato dalla malattia.                    

Sabrina Bologni

 

OMBRE SULLA VIA DELLA SETA

di Colin Thubron (edizioni Ponte alle Grazie 2006)

In un momento non ben precisato dell’inizio del XIV secolo Tamerlano, il Conquistatore del Mondo, nacque in un oscuro clan mongolo ad ottanta chilometri a Sud di Samarcanda. Nel 1362 era soltanto un ladro di pecore in fuga, azzoppato dalle ferite riportate in guerra. Ma nel giro di quarant’anni, dopo quasi venti di campagne condotte con spietata destrezza, regnava su un impero che si estendeva dal Mediterraneo fino alle frontiere della Cina. In tutta l’Asia le città che gli avevano opposto resistenza erano contraddistinte da torri e piramidi di teschi cementati – vecchi, donne, soldati, bambini massacrati insieme. Solo nel nord dell’India si lasciò alle spalle cinque milioni di morti.

Eppure, la sua era una barbarie di natura complessa. Con curiosità vorace, perfino durante le campagne, si tuffava nelle discussioni con una corte viaggiante di eruditi e scienziati. Voleva scovare la verità come avrebbe potuto fare con un nemico. Nella sua biblioteca privata osservava rapito i manoscritti miniati che non sapeva leggere. Amava in particolare le discipline pratiche della matematica, dell’astronomia e della medicina, e dava sfogo alla sua passione per gli scacchi su una scacchiera di centodieci caselle, sul cui campo di battaglia manovrava inediti e complicati pezzi -cammelli, macchine da guerra, giraffe.

Ma la sua sete di supremazia soverchiava ogni cosa. Venerava l’islamismo come una fonte di potere, ma lo manipolava cinicamente a suo piacimento. E il suo paradosso si ingigantiva nelle sofisticate dinastie: i Timuridi di Herat, l’Impero Mogul in India. I suoi discendenti, ritratti nelle raffinate miniature di Bihzad e di Mir Sayyid Ali, assaporano una rosa o cullano dei libri di poesie. Sono delicati, perfino squisiti. Ma provocano vaga ansia: l’insinuazione che la cultura non sia sempre in grado di addolcire, non sia sempre umana. Perché magari quei languidi principi avevano appena assassinato un fratello o raso al suolo una città, prima di tornare a meditare sui tulipani o di aprire un libro.

     A Samarcanda Tamerlano innalzò una capitale alla propria gloria. Dopo ogni campagna la città pullulava di eruditi e di artigiani fatti prigionieri, finché non si espanse a sud e ovest di Afrasiab in un centro cosmopolita le cui moschee, accademie, arsenali e bazar traboccavano dei talenti e delle merci dell’impero. I suoi sobborghi venivano chiamati sprezzantemente con i nomi delle città conquistate, ed erano circondate da sedici parchi i cui padiglioni di ceramica scintillavano ereticamente di pitture murali raffiguranti le sue guerre e i suoi amori. Tamerlano vi passava poco tempo. Con il disagio tipico dei nomadi ad abitare in città, si accampava tra i giardini periferici in un mare di tende rivestite di seta. La sua Samarcanda era più un importante trofeo accumulato con le conquiste che non una casa.

Vicino al centro della città la sua megalomania raggiunse il culmine nella moschea di Bibi Khanum: un monumento a Dio e a se stesso. Era delimitata da minareti alti cinquanta metri e ne spuntava la più alta delle cupole turchesi che sarebbero divenute una caratteristica dei suoi eredi. Ritornando all’improvviso da una campagna militare, fece giustiziare i suoi architetti per averne costruito i portali troppo bassi, poi incitò alla sua costruzione gettando carne e monete ai muratori che lo soddisfacevano, mentre novantacinque elefanti trasportavano il marmo ad essa destinato dalla Persia e dal Caucaso.

Ma in preda al terrore i muratori dovettero innalzarla troppo in fretta, perché cominciò a crollare già durante la vita dell’imperatore. Entro il XIX secolo era ridotta a deposito di cotone e stalla per la cavalleria zarista. Solo negli ultimi anni sono stati iniziati gli interventi di recupero, e ora il restauro sta spegnendo a poco a poco la strana vitalità delle rovine, erigendo al loro posto una scintillante insulsaggine. L’entrata titanica e il colossale iwan - la sala a volta aperta sui lati - gli acri di disegni invetriati che zigzagavano azzurri e verdi su acri ancora più vasti di mattoni beige, tutto ha perso la propria voce. Rimpicciolito e un po’ annoiato da tutto ciò, sono entrato nella camera centrale di preghiera, dove i restauratori non sono ancora arrivati. Qui, dove la cupola di quaranta metri irradiava crepe simili a rampicanti capovolti, ricoprendo le mura del santuario di spaccature, la moschea di Bibi Khanum si completava tremolando nella mia immaginazione e solo lo stridìo dei passeri che facevano il nido nella cupola non veniva dai tempi dell’assalto al cielo di Tamerlano.

Nel cuore della sua città, dove un tempo sei viali convergevano sul bazar Registan dalle sei porte fortificate, si apre una piazza di una quieta enormità. Tre grandi scuole religiose risplendono al disopra del suo spazio vuoto. Una fu costruita da suo nipote, il principe-astronomo Ulug Beg, le altre furono completate più di due secoli dopo. Tutte sono state restaurate in anni recenti in una magnificenza serena, asettica. Ai due lati le loro facciate si riflettono a vicenda in uno splendore gemello, finestra su finestra, portico su portico. Nei loro profondi iwan alti trentasei metri le venature di piastrelle purpuree e acquamarina che ricoprono ogni superficie si fanno più scure e intense in pannelli di pura ceramica, dove delle scritte in arabo uncinato circondano le porte che conducono ai cortili interni. Accanto ad esse i tozzi minareti, ricoperti di un reticolo viola e azzurro, pendono fuori squadra come candele piegate e s’innalzano verso enormi mensoloni che non sostengono nulla.

Entrato nei cortili, ho trovato le celle degli studenti intatte, fin nelle porte di legno. Ma erano state trasformate in negozietti i cui proprietari scoraggiati sedevano chiacchierando o dormendo. Il turismo languiva dal 2001. Mi sono a trovato a comprare qualche oggetto per compassione o imbarazzo. Sentivo di essermi intrufolato dietro le quinte. Viste da qui, le grandi madrasah, le scuole religiose, assomigliavano a goffi set. Eppure le loro celle erano ancora rivestite di piastrelle e strisce di scritte in ceramica, circondate da articoli turistici invenduti, avvolgevano le sale con caratteri discontinui.

All’intersezione tra il viale Registan e le fontane che digradano verso la tomba di Tamerlano, c’è una enorme statua seduta. Il gigante sta a cavalcioni del suo trono drappeggiato di pesanti sete, le mani pronte sull’elsa della scimitarra. Ma i suoi lineamenti sono stati tramutati in quelli di un re filosofo, e un flusso continuo di cortei nuziali si mette in posa per farsi fotografare sotto di lui. Le spose salgono i gradini tra una folla di parenti in fibrillazione, le spalle nude sotto una nuvola di seta e chiffon, i capelli legati in crocchie ornate di gioielli o raccolti dietro un diadema. Non sorridono mai. I loro sposi si arrampicano impacciati accanto a loro con cravatte a sghimbescio e abiti sgraziati, ma portano delicatamente i loro bouquet ai piedi di Tamerlano (calzati in enormi stivali a punta) e li depongono in suo omaggio sulla sporgenza di marmo sottostante.

Incombente sopra di loro, il Flagello di Dio è diventato il simbolo e il padre dell’Uzbekistan. I suoi piedi, alla fine della giornata, sono sommersi di fiori. Verso la fine del periodo sovietico era ignorato o vilipeso. Ora le sue statue sorgono ovunque. I politici si richiamano a lui, gli accademici scrivono encomi, abbondano le conferenze. Appare sulle banconote e sui cartelloni ai lati della strada; gli vengono intitolate vie, scuole e onorificenze statali. Il suo esempio è celebrato davanti all’esercito. Scoprendo la sua statua equestre nel centro di Taskent (che soppiantava un busto di Marx), il presidente Karimov lo ha salutato come “il nostro grande compatriota” e lo ha perfino invocato nella guerra contro il terrore.

Eppure, Tamerlano non era affatto uzbeco. Era un turco-mongolo. Lo stesso vale per gli altri re nazionali riciclati: il suo discendente Babur, fondatore della dinastia Mogul- la cui statua mi aveva stupito a Namangan – e l’emiro-astronomo Ulug Beg, il cui sestante rotto si curva ancora come una enorme scala mobile sotto la terra di Samarcanda. Anche le statue sempre più numerose dedicate al “padre della letteratura uzbeca” il poeta Alisher Navoi, celebrano un uomo che menzionava gli uzbechi solo per denigrarli.

In realtà si dovette arrivare alla fine del XV secolo prima che gli uzbechi calassero dal Nord, dove un tempo il loro nome era stato associato ad un khan dell’Orda dell’Oro. Il nome non implicava nessun significato nazionale o etnico, e il mondo in cui si stabilirono era ricco di identità sovrapposte. L’islam alimentava la famiglia e l’umma, l’intera comunità dei fedeli: esso non predicava nessun paese. I nomadi cantavano la loro stirpe risalendo fino alla settima generazione e quella, insieme al clan, era la loro casa.

Perciò gli zaristi, e i bolscevichi dopo di loro, entrarono in una terra senza nazione, dove lo stato non era altro che il raggio d’azione di un sovrano. Il suo cuore non era un’istituzione astratta, bensì una dinastia vivente. Le sue frontiere erano opinioni confuse. Volendo portare l’ordine in questa babele linguistica, Mosca impose delle etichette, armeggiò con le lingue, assegnò eroi adeguati e creò dei Paesi come meglio poté. Al momento di conquistare l’indipendenza, nel 1991, la nazione era un’invenzione russa bell’e buona. I suoi governanti, essi stessi parte del mito, scoprirono una legittimità nella fantasia sovietica di un Uzbekistan preesistente, che ora abbracciava la gloria di Tamerlano e si dileguava in un passato indefinito.

Una volta, negli aridi spazi dietro il Registan, mi sono imbattuto in una piattaforma di marmo contenente le lapidi del XVI della prima vera dinastia uzbeka, quella degli Shaybanidi, saliti al trono nel 1500. Era, in un certo senso, il Pantheon della nazione uzbeka. Eppure era deserta. Nessuno leggeva le sue iscrizioni scolorite e neppure vi deponevano dei fiori. I passanti che interrogavo non ne sapevano nulla.

Perché gli Shaybanidi erano arrivati troppo tardi. La loro invasione sottintendeva scomodamente che prima qui esisteva qualcosa di diverso dell’Uzbekistan. Perciò i russi, e gli stessi uzbeki, li avevano relegati nel dimenticatoio.

 

Cammino fra aiuole di fiori verso la tomba di Tamerlano. Su una palizzata accanto a me la sua immagine è affiancata da una foto di Karimov: il tetro imperatore oscura il cupo presidente, tutti e due opportunisti. Ma mentre passo davanti alle farfalle che svolazzano tra i crisantemi sbiaditi, la natura dell’identità stessa mi appare sempre più sfuggente, e nella sua poliedricità scivola via dalla manipolazione di stato. Ricordo una donna che cuoce il suo pilaf con le mele cotogne, come le ha insegnato la madre. La sua vicina che sistema le fotografie dei nonni sulla parete coperta da un tappeto, in maniera ordinata. Il rapido movimento verso il petto della mano di suo padre, in segno di saluto. Ricordo come ci separarono le risa, quasi fossero una lingua privata. Il pane che viene diviso e l’acqua versata sulle mani da una brocca. I bambini piccoli che vengono messi a dormire nella culla, e cosa viene cantato loro.

 

E adesso la tomba si leva davanti a me. La sua cupola scanalata, più alta di qualsiasi altra cosa nei paraggi, scintilla in un’improvvisa solitudine e – nella sua bellezza color acquamarina – sembra la quintessenza del suo genere. All’interno, la camera funebre è più grande e splendente di quanto ricordi. E’ come se fosse stata scoperta la tomba di Attila o Gengis Khan, e fosse stranamente squisita. Trattengo il fiato, mentre la barbarie si trasforma in bellezza. Accanto a me le pareti sono rivestite di onice verde, mentre appena al disopra dell’altezza degli occhi un fregio di diaspro intagliato riporta le imprese dell’imperatore, incise in oro sbiadito. Alta sopra le rientranze di stalattiti, la cupola riversa una cascata uniforme di foglie rivestite d’oro. Cadono in una rete di stucco dorato al di sopra delle campate e dei pennacchi, riempiendo la camera di una morbida luce riflessa. E sotto, al centro del pavimento, i cenotafi dei morti sono lunghi blocchi intagliati di marmo e alabastro. Qui giacciono il figlio di Tamerlano Shah Rukh, emiro di Herat, e Ulug Beg, il suo nipote assassinato. E in mezzo, impressionante nella sua cupezza, la lapide dell’imperatore è un blocco di un metro e ottanta di giada quasi nera, il più grande che esista.

Morì nelle steppe dell’inverno del 1415, mentre era in procinto di attaccare la Cina, e fu riportato qui perché riposasse accanto al suo nipote preferito, morto due anni prima in seguito ad alcune ferite. Imbalsamato nella canfora e nel muschio, fu chiuso ermeticamente in una bara di piombo e sotterrato nella cripta sotto la sua pietra. Per mesi lo si sentì urlare dalla terra.

Sto accanto alla porta della cripta, sopra la scura rampa che scende verso di essa. Mentre la percorro, illuminata da una lampadina nuda, là sotto vedo la lastra tombale dell’imperatore, più elaborata delle altre. Nel 1941 alcuni antropologi russi aprirono la sua bara e trovarono lo scheletro di un uomo grosso, zoppo dalla gamba sinistra, con brandelli di barba rossiccia ancora attaccati al teschio. Passo i polpastrelli sulla superficie irregolare della lastra. Vi è incisa una genealogia che Tamerlano non aveva mai rivendicato da vivo. In una fitta scrittura araba essa fa risalire la sua stirpe ad Adamo attraverso Gengis Khan. Ed essa lo radica profondamente nell’Islam attraverso Alì, cugino di Maometto – catalizzatore dello scisma tra sunniti e sciiti – fino alla vergine Alanquva, che fu ingravidata da un raggio di luna.

IL TAMERLANO DI EDGAR ALLAN POE

L'inquieta esistenza di Tamerlano ha affascinato anche Edgar Allan Poe, il grande scrittore americano che ha dedicato al discusso condottiero il poemetto "Tamerlane"  (1827), uno dei primi della sua produzione. Poe compose questi versi a 18 anni, pubblicato a sue spese con il  titolo completo "Tamerlane and other poems by a Bostonian". Ecco il testo originale:

 

 
TAMERLANE di Edgar Alan Poe
 
Kind solace in a dying hour!

Such, father, is not (now) my theme-

I will not madly deem that power

Of Earth may shrive me of the sin

Unearthly pride hath revell'd in-

I have no time to dote or dream:

You call it hope- that fire of fire!

It is but agony of desire:

If I can hope- Oh God! I can-

Its fount is holier- more divine-

I would not call thee fool, old man,

But such is not a gift of thine.

 

Know thou the secret of a spirit

  Bow'd from its wild pride into shame.

O yearning heart! I did inherit

  Thy withering portion with the fame,

The searing glory which hath shone

Amid the jewels of my throne,

Halo of Hell! and with a pain

Not Hell shall make me fear again-

O craving heart, for the lost flowers

And sunshine of my summer hours!

The undying voice of that dead time,

With its interminable chime,

Rings, in the spirit of a spell,

Upon thy emptiness- a knell.

 

I have not always been as now:

The fever'd diadem on my brow

  I claim'd and won usurpingly-

Hath not the same fierce heirdom given

  Rome to the Caesar- this to me?

    The heritage of a kingly mind,

And a proud spirit which hath striven

    Triumphantly with human kind.

 

On mountain soil I first drew life:

  The mists of the Taglay have shed

  Nightly their dews upon my head,

And, I believe, the winged strife

And tumult of the headlong air

Have nestled in my very hair.

 

So late from Heaven- that dew- it fell

  (Mid dreams of an unholy night)

Upon me with the touch of Hell,

  While the red flashing of the light

From clouds that hung, like banners, o'er,

  Appeared to my half-closing eye

  The pageantry of monarchy,

And the deep trumpet-thunder's roar

  Came hurriedly upon me, telling

    Of human battle, where my voice,

My own voice, silly child!- was swelling

    (O! how my spirit would rejoice,

And leap within me at the cry)

The battle-cry of Victory!

 

The rain came down upon my head

  Unshelter'd- and the heavy wind

  Rendered me mad and deaf and blind.

It was but man, I thought, who shed

  Laurels upon me: and the rush-

The torrent of the chilly air

  Gurgled within my ear the crush

Of empires- with the captive's prayer-

The hum of suitors- and the tone

Of flattery 'round a sovereign's throne.

 

My passions, from that hapless hour,

  Usurp'd a tyranny which men

Have deem'd, since I have reach'd to power,

    My innate nature- be it so:

  But father, there liv'd one who, then,

Then- in my boyhood- when their fire

    Burn'd with a still intenser glow,

(For passion must, with youth, expire)

  E'en then who knew this iron heart

  In woman's weakness had a part.

 

I have no words- alas!- to tell

The loveliness of loving well!

Nor would I now attempt to trace

The more than beauty of a face

Whose lineaments, upon my mind,

Are- shadows on th' unstable wind:

Thus I remember having dwelt

  Some page of early lore upon,

With loitering eye, till I have felt

The letters- with their meaning- melt

  To fantasies- with none.

 

O, she was worthy of all love!

  Love- as in infancy was mine-

'Twas such as angel minds above

  Might envy; her young heart the shrine

On which my every hope and thought

  Were incense- then a goodly gift,

    For they were childish and upright-

Pure- as her young example taught:

  Why did I leave it, and, adrift,

    Trust to the fire within, for light?

 

We grew in age- and love- together,

  Roaming the forest, and the wild;

My breast her shield in wintry weather-

  And when the friendly sunshine smil'd,

And she would mark the opening skies,

I saw no Heaven- but in her eyes.

 

Young Love's first lesson is- the heart:

  For 'mid that sunshine, and those smiles,

When, from our little cares apart,

  And laughing at her girlish wiles,

I'd throw me on her throbbing breast,

  And pour my spirit out in tears-

There was no need to speak the rest-

  No need to quiet any fears

Of her- who ask'd no reason why,

But turn'd on me her quiet eye!

 

Yet more than worthy of the love

My spirit struggled with, and strove,

When, on the mountain peak, alone,

Ambition lent it a new tone-

I had no being- but in thee:

  The world, and all it did contain

In the earth- the air- the sea-

  Its joy- its little lot of pain

That was new pleasure- the ideal,

  Dim vanities of dreams by night-

 

And dimmer nothings which were real-

  (Shadows- and a more shadowy light!)

Parted upon their misty wings,

  And, so, confusedly, became

  Thine image, and- a name- a name!

Two separate- yet most intimate things.

 

I was ambitious- have you known

  The passion, father? You have not:

A cottager, I mark'd a throne

Of half the world as all my own,

  And murmur'd at such lowly lot-

But, just like any other dream,

  Upon the vapour of the dew

My own had past, did not the beam

  Of beauty which did while it thro'

The minute- the hour- the day- oppress

My mind with double loveliness.

 

We walk'd together on the crown

Of a high mountain which look'd down

Afar from its proud natural towers

  Of rock and forest, on the hills-

The dwindled hills! begirt with bowers,

  And shouting with a thousand rills.

 

I spoke to her of power and pride,

  But mystically- in such guise

That she might deem it nought beside

  The moment's converse; in her eyes

I read, perhaps too carelessly-

  A mingled feeling with my own-

The flush on her bright cheek, to me

  Seem'd to become a queenly throne

Too well that I should let it be

  Light in the wilderness alone.

 

I wrapp'd myself in grandeur then,

  And donn'd a visionary crown-

    Yet it was not that Fantasy

    Had thrown her mantle over me-

But that, among the rabble- men,

  Lion ambition is chained down-

And crouches to a keeper's hand-

Not so in deserts where the grand-

The wild- the terrible conspire

With their own breath to fan his fire.

 

Look 'round thee now on Samarcand!

  Is not she queen of Earth? her pride

Above all cities? in her hand

  Their destinies? in all beside

Of glory which the world hath known

Stands she not nobly and alone?

Falling- her veriest stepping-stone

Shall form the pedestal of a throne-

And who her sovereign? Timour- he

  Whom the astonished people saw

Striding o'er empires haughtily

  A diadem'd outlaw!

 

O, human love! thou spirit given

On Earth, of all we hope in Heaven!

Which fall'st into the soul like rain

Upon the Siroc-wither'd plain,

And, failing in thy power to bless,

But leav'st the heart a wilderness!

Idea! which bindest life around

With music of so strange a sound,

And beauty of so wild a birth-

Farewell! for I have won the Earth.

 

When Hope, the eagle that tower'd, could see

  No cliff beyond him in the sky,

His pinions were bent droopingly-

  And homeward turn'd his soften'd eye.

'Twas sunset: when the sun will part

There comes a sullenness of heart

To him who still would look upon

The glory of the summer sun.

That soul will hate the ev'ning mist,

So often lovely, and will list

To the sound of the coming darkness (known

To those whose spirits hearken) as one

Who, in a dream of night, would fly

But cannot from a danger nigh.

 

What tho' the moon- the white moon

Shed all the splendour of her noon,

Her smile is chilly, and her beam,

In that time of dreariness, will seem

(So like you gather in your breath)

A portrait taken after death.

And boyhood is a summer sun

Whose waning is the dreariest one-

For all we live to know is known,

And all we seek to keep hath flown-

Let life, then, as the day-flower, fall

With the noon-day beauty- which is all.

 

I reach'd my home- my home no more

  For all had flown who made it so.

I pass'd from out its mossy door,

  And, tho' my tread was soft and low,

A voice came from the threshold stone

Of one whom I had earlier known-

  O, I defy thee, Hell, to show

  On beds of fire that burn below,

  A humbler heart- a deeper woe.

 

Father, I firmly do believe-

  I know- for Death, who comes for me

    From regions of the blest afar,

Where there is nothing to deceive,

    Hath left his iron gate ajar,

  And rays of truth you cannot see

  Are flashing thro' Eternity-

I do believe that Eblis hath

A snare in every human path-

Else how, when in the holy grove

I wandered of the idol, Love,

Who daily scents his snowy wings

With incense of burnt offerings

From the most unpolluted things,

Whose pleasant bowers are yet so riven

Above with trellis'd rays from Heaven,

No mote may shun- no tiniest fly-

The lightning of his eagle eye-

How was it that Ambition crept,

  Unseen, amid the revels there,

Till growing bold, he laughed and leapt

In the tangles of Love's very hair?