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PERSONAGGI

ZANABAZAR


IL BUDDHA CHE SCOLPI' L'ANIMA DELLA MONGOLIA

La vita di Javsandamba Gombodojiin Zanabazar (1635-1723, a destra una statua che lo raffigura, realizzata da un suo allievo), grande artista e uno dei personaggi più eminenti della storia politica, religiosa e culturale mongola, si interseca con lo  sfortunato destino del paese.
Per ironia della sorte, proprio durante il suo periodo di governo, il paese cadde in condizioni di servitù e vassallaggio destinate a durare per secoli.
Zanabazar, figlio di Tushet Khan Gombodorj di Khalkha, venne considerato la prima incarnazione mongola del Buddha Avalokiteshvara e gli venne attribuito il titolo di Bogd Ghegheem e il nome poetico di Undur Ghegheen (il Santo più alto). 
Il Buddhismo (che si diffuse in Mongolia in periodi diversi, l'ultimo dei quali risale alla seconda metà del XVII secolo) ebbe una propria scuola artistica mongola, il cui fondatore fu proprio Zanabazar che, nella scultura (nelle immagini di questa pagina, alcune sue opere conservate nel Museo di belle arti di Ulaanbaatar), rivelò in forma suprema le sue doti.
Fu anche un notevole astrologo, medico e poeta. Inventò un alfabeto, noto come Soyombo (a destra, un esempio di questa scrittura), e scrisse numerosi libri sulla linguistica, la letteratura e le belle arti.
Nei musei di Ulaanbaatar è conservato un elenco di più di trenta opere di Zanabazar, che testimoniano la sua conoscenza delle proporzioni canoniche e dell'animo umano.
Tra queste, figurano la Vajirataaraa - che è oggi la principale effigie sacra del monastero di Gandantegcinlin a Ulannbaatar, 21 taaraa (dari in mongolo), stupa (survag in mongolo) e dhyani-buddha conservati nel Museo di belle arti.
Si tratta dei pezzi più significativi e incomparabili dell'arte buddista classica mongola.
Risulta evidente dalle opere creative di Zanabazar e dalle altre sculture mongole, eseguite dai seguaci della sua scuola, che essi appresero nella propria lingua i noti canoni della civiltà indiana Citralasghana e Samvarudayaa sull'arte e sulla conoscenza umana.
Particolarmente belli sono le proporzioni e i volti dei tibetani ritratti in profonda meditazione, in cui Zanabazar riproduce abilmente tutte le caratteristiche - trentadue principali e ottantadue secondarie - del corpo ideale.
Successivamente, nelle diverse forme di scultura, tutti cercarono di seguire la scuola di Zanabazar.
Alla fine del XIX secolo, la scultura comprendeva principalmente oggetti per rituali religiosi, in particolare le spaventose e misteriose maschere tsam e quelle di cartapesta. (Ivana Grollova - Mongolia - Erizzo)

 

LA MANO DELLA DEA (leggenda mongola)

La compagna di Zanabazar era una donna semplice, figlia di un pastore. Insieme forgiavano gioielli di bronzo per i templi, si sentivano vicini non solo nel lavoro ma soprattutto nella fede e nell'amore. I lama tibetani odiavano la donna a causa del suo talento e in particolare perché la sua presenza avvicinava Undur Gheheen alla nazionale mongola che era per loro oggetto di disprezzo. Lei avvertiva il loro odio e presagiva che l'avrebbero uccisa. Tuttavia non abbandonò né la fede né l'amore. Al ritorno di un lungo viaggio, Zanabazar scoprì che l'amata moglie era morta. "Voglio vederla", disse, e corse nel luogo che gli avevano indicato. Il corpo però era già stato sbranato dagli animali da preda, come è prescritto nel rito funebre tibetano. Solo la sua bella e nobile mano splendeva tra l'erba come una gemma. Distrutto dal dolore, Zanabazar scolpì venti piccole sculture della dea Taaraa. Nella ventunesima mise tutta la sua sofferenza e il suo amore. Era il ritratto della sua compagna.