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AUGUSTO CARPI

Io e mia moglie Antonella abbiamo voluto impostare il viaggio in Mongolia in modo, per quanto possibile, alternativo, sebbene percorrendo uno degli itinerari classici. Pertanto abbiamo dormito per più della metà del periodo nella nostra tenda ed in luoghi di sosta scelti sul momento. Esperienza molto bella, soprattutto nel deserto del Gobi.

Gli episodi più significativi, dal punto di vista etno-culturale, sono stati quelli vissuti a contatto diretto con le famiglie nomadi, dove abbiamo assaporato per qualche giorno il vero quotidiano degli autoctoni. Abbiamo visto parecchi animali selvatici e vissuto l'esperienza d'assaggiare una marmotta da poco cacciata, cucinata nel classico modo: con le pietre roventi.

Un momento straordinario è stato quello della partenza da una delle gher, dove l'anziana della famiglia ha "benedetto" il nostro mezzo con del latte, ponendolo sulle 4 ruote e lanciandocelo dietro mentre pronunciava non sappiamo bene quali frasi d'auspicio. Una serata particolarmente suggestiva, è stata attorno al falò con guida e interprete, raccontandoci storie di spiriti delle montagne e almas degli Altai.

Un fatto toccante è stato conoscere un nomade che ha subito la perdita dei suoi capi di bestiame, ad eccezione di una sola mucca, durante uno dei famosi rigidi inverni dell'inizio di questo secolo. Quel giorno era particolarmente affranto, perchè un branco di lupi gli aveva ucciso un puledro nato da poco.

L'ospitalità mongola non l'abbiamo constatata soltanto nelle gher, ma anche nelle cittadine, nei mercati, in qualunque momento di contatto con la popolazione.

Come ultimo vissuto in terra mongola, abbiamo assaporato l'atmosfera antica e magica di alcuni giochi del Naadam.
La cosa che più ci è rimasta è il senso di libertà, determinato dai grandi spazi e dall'assenza di proprietà privata. Qui in Italia ormai ci sentiamo strettissimi (in tutti i sensi).