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MIRELLA DI GIORGIO

Mirella ci invia quotidianamente il suo ricco e singolare resoconto dalla Mongolia.
Le foto saranno aggiunte al suo ritorno, perché è una delle rare viaggiatrici che non si è ancora piegata al digitale.

6 LUGLIO 2008

Sono sana e salva a Ulaanbaatar. Tutto tranquillo e calmo, nessuna sollevazione popolare o almeno così sembra, o forse è nella calma che si preparano le rivoluzioni? Ho cambiato i soldi, ho imparato a salutare; mi avevano detto che erano previsti 15 giorni di pioggia invece stamane è una splendida giornata di sole. Forse Saturno si è distratto. Prime impressioni da UB? Beh ho iniziato con i miei soliti 10/15 km giornalieri a piedi, zigzagando qui e là, penso che fra un po' riparerò al museo Zanazabar, cercherò di tirare fino a stasera, anche se mi sento stanca, per azzerare fuso e stordimenti vari.

7 LUGLIO 2008

La situazione è tranquilla, almeno nei 12 kmq che ho girato. Mi aspetterei spiegamenti di forze di polizia ed esercito, in periodi di tensione, invece pressoché nulla. Le mie impressioni sulla città (ben sapendo che non è la Mongolia, come New York non è gli USA): trovo che non ha una sua identità. Stampo sovietico? Ho visto di peggio. Ricerca della modernità? Non capisco quanto del tentativo di far rivivere la propria cultura non sia per qualcuno cercare di cavalcare il sentimentalismo a scopi pratici e propagandistici (parlo sempre dei miei 12 kmq). Non mi sembra degradata, ciò non significa che non ci sia povertà o grosso divario fra i molto ricchi (una quantità impressionante di SUV) ed i tanto poveri. Mi ha colpito non vedere bambini giocare in strada, allegri e schiamazzanti. Pochi mendicanti invalidi, no ubriachi, pochi bimbi accattoni: qui sorge il solito dilemma. Dare o non dare soldi? La teoria che fare elemosina equivale ad incentivare l'accattonaggio secondo me va contestualizzata. L'elemosina è sempre esistita, la carità cristiana è uno dei cinque pilastri dell'islam. Alcuni sono lì e vegetano inerti e passivi, come il bimbo che ho visto oggi a terra con la sua sorellina di forse un paio di anni. Se nessuno gli offrisse più niente andrebbe l'indomani a scuola? O forse morirebbe di stenti e andrebbe a rubare?
Dopo un po' ho preso in mano la situazione: orientarsi è molto facile, il centro è squadrato, ho cominciato a girare senza meta. Sono andata al Museo di Zanabazar. Mi è piaciuta molto una maschera di ceramica del XIII secolo. Sono poi capitata al Museo di storia naturale, quasi commovente nella sua ingenua semplicità: mi sono divertita a compilare un quaderno dove si chiedeva di scrivere nella propria lingua i nomi delle piante e degli animali della steppa mongola: non ho potuto scrivere molto perché i nomi erano in latino e gran parte di quelli italiani da lì provengono. E poi, non potevo certo segnare stella alpina in Mongolia! Non potevo mancare la visita al Tarbosaurus, anche se vedere le uova di dinosauro e gli scheletrini dei baby dinosauri in una teca di vetro mi ha messo tristezza. Preferirei vederli lì dove li hanno trovati.

Girovagando fra strade e stradine, sono stata attratta da un buon odorino di pesce fritto che usciva da un localino ordinato e pulito: più che il terrore di come ordinare e di cosa sarebbe arrivato, ho lasciato perdere perché avevo voglia di uno shaslik (in un paese di pecore...).

Un'ultima cosa, nel pomeriggio e' comparsa qualche nuvola, grossi fiocchi di ovatta, ho alzato lo sguardo: mi ha colpito la profondità del cielo.
Mi sono allontanata da piazza Sukhbataar verso est e ho visto un palazzo totalmente incendiato. Beh, gli hanno dato fuoco i rivoltosi domenica sera. Mi hanno detto, per quello che ho capito, che era una Art Gallery ed il museo dell'opera o qualcosa del genere. Bene: ho incontrato la nostra guida molto carina, giovane, graziosa e semplice.

8 LUGLIO 2008

E' finita la giornata del sali e scendi dal pulmino. E' stata una fortuna che sia arrivata un giorno prima, altrimenti non avrei saputo quasi niente della città. Scarrozzati avanti ed indietro non hai modo di capire granché. Invece, così ho avuto modo di girare liberamente, ora non sono più completamente straniera, mi muovo in un universo che mi è familiare: conosco le vie, so sempre dove mi trovo perché riconosco un edificio, un angolo di strada. Ho imparato a conoscere qualche piccolo particolare, posso camminare anche di notte al buio, conosco ogni piccola mattonella che da ogni parte della città mi fa rientrare in albergo, so come attraversare le strade e dove non sedermi più a mangiare uno shaslik (il prossimo lo comprerò dalla donnina ad un angolo di strada polveroso vicino la biblioteca, alla faccia dell'igiene): questa città ora un po' mi appartiene, è entrata a far parte del mio mondo, anche se io non appartengo a lei, questo è il motivo per cui non amo i giri organizzati.

Ieri sera siamo andati su quella tremenda collina dove c'è il tremendo monumento russo: non so perché in tutte le ex repubbliche sovietiche hanno buttato giù tutti gli Stalin esistenti e persino nella Piazza Rossa non sanno che farsene di Lenin e qui hanno lasciato quell'obbrobrio. Collina da cui ammirare il panorama. Il panorama mostrava dei palazzoni grigi di 15.000 piani in costruzione. Con tanto spazio, consiglierei tante villette a schiera con un giardinetto dove si può tenere anche una capra (o uno yak se si preferisce) e delle galline per l'ovetto fresco. Era una sera scura, con nuvoloni, ha anche piovigginato un po'. Perfino il sole si è rifiutato di far vedere il panorama da lì in modo che non ricordassimo che scempio stanno facendo della vallata... e non c'è speranza che si fermino. Oggi siamo andati al monastero di Gandan ad ascoltare i 'chanting monks'. La prima considerazione è che le religioni hanno tutte qualcosa che le accomuna, i rituali, i testi sacri, la fede. Cambiano i colori, cambia qualche concetto, ma la sostanza è sempre la ricerca di rassicurazioni su chi siamo e dove andiamo. La seconda è che mi sento in difficoltà in queste situazioni, mi pare la visita allo zoo. Mi vien da pensare che quelli che impediscono di assistere alle funzioni (vedi molti musulmani) facciano bene. Oggi, ma credo ogni giorno, c'era un viavai di turisti, che giravano in tondo, facendo più o meno confusione, ed io ero una di quelli: mi sono vergognata da morire, loro pregavano, io ero come al cinema. Come al solito sono esagerata, ma credo che il turismo (lo so, parlo proprio io che sono una che ne usufruisce in quantità industriale) troppe volte manchi di rispetto alle tradizioni, allo spirito dei luoghi, ai popoli. Allora andiamo al Museo della nazione Mongola... ennesima conferma che in punti diversi del mondo ogni piccolo gruppo componente l'umanità ha cercato delle soluzioni ed è arrivato ad inventarsi le stesse cose. E poi, mia ignoranza, tante cose che non so ed invece do per scontate, ma anche la storia di regime, nessuno che ti parli mai di alcuni aspetti: chi sa qualcosa della storia della Cina? Ma della Mongolia, poi, nulla in assoluto, a parte Chingghis Khan che poi hanno pure storpiato come nome, per cui non si capisce più chi ha torto e chi ha ragione.
Mi hanno incantato i cappelli (ecco un'altra passione) ed una spada dell'età del bronzo e poi la storia dei nomadi ed i vestiti... La guida è stata eccellente, ma molto mi ha aiutato il viaggio in Uzbekistan.

9 LUGLIO 2008
Partenza. Destinazione Middle Gobi. Sotto il diluvio che si abbatte su UB saliamo su due ‘russian jeeps’ (jeep?! Danno più l’idea di essere stati ‘scippati’ ai talebani dell’Afghanistan, nessuno ci avrebbe scommesso 50 cent ma alla fine dovremo riconoscere che sono due trattori). Inutile dire quali problemi la nostra macchina mostra, ci sono tutti e lungo la strada ne salteranno fuori altri.
Riusciamo ad uscire dalla città, nonostante il traffico che oserei definire ‘molto particolare’ anche per me, abituata ad ogni tipo di blocchi e di ingorghi dei più variegati; ma appena fuori città, vallate verdi e animali liberi al pascolo (ora è immediato capire come mai il latte è così buono ed il gelato di ieri era fantastico), le prime gher (ed i primi gridolini di meraviglia, ben sapendo che ne vedremo centinaia – ma siamo turisti, no?) le moto che sfrecciano sui prati (la praticità prima di tutto), qualcuno sfreccia a cavallo, e per propiziarci un buon viaggio verso l’infinito, ci affidiamo al rito dei tre giri intorno all’oovo e 9 sassolini da buttarci sopra – pietra a te fortuna a me – sotto un’incalzante pioggia. Quasi subito termina la strada asfaltata (in ogni caso è un parolone, più buche che asfalto) ed il viaggio iniziato traballante diventa un ‘bungy jumpy’, l’auto lanciata a 80/90 km/h, una velocità che ci sembra folle (ed infatti su quelle piste è follia), sballottolati di qui e di là, con la mano alla vana ricerca di una maniglia cui aggrapparsi--- ma si riesce solo ad acchiappare le mosche. All’improvviso ci investe una nuvola di fumo dal cruscotto: panico, meraviglia, perplessità i vari sentimenti dipinti sulle facce degli occupanti il veicolo. Il mio primo pensiero: oilloc’, è partito il radiatore!! Ma siamo fortunati: ha solo preso fuoco la musicassetta dell’autista. Molto sorry per l’autista ma l’evento è accolto con tacito entusiasmo: 10 gg di musica mongola a pieno volume ci avrebbero azzerato più della mancanza degli ammortizzatori!
Si continua a procedere nella tempesta: ogni tanto ci illude e pensiamo che stia per finire ma riprende quasi subito con mini tormente. Che peccato!! Immaginarsi che paesaggio in una giornata di sole, che meraviglia sarebbe stato l’infinito verde!
Suona una sveglia: è il lunch alarm della guida. Ore 13.10: dove siamo siamo si pranza sotto la pioggia che continua incessante. Sunny è una guida svizzera per quanto riguarda la precisione nell’organizzazione. Peccato che se avessimo atteso un po’ il sole ci avrebbe dato soddisfazione e avremmo potuto fare un picnic sulle sponde di un lago improvvisato.
Colpo di scena: non riparte il van, già preparate al sacrificio di scendere e spingere, un altro colpo di scena: spunta la manovella per avviare il motore – questa è nuova e meravigliosa. Da allora in poi avanti con la manovella… nel frattempo l’altro van è perso nella steppa, ha bucato una ruota a causa di un chiodo, probabilmente l’unico chiodo in tutto il Gobi. Buona fortuna, se questo è l’inizio!!
Fra tutta una serie di balzi e sobbalzi, passiamo da verdi vallate ad una sorta di savana priva di acacie, spruzzata di ciuffetti di erba. Ancora gridolini: uh! Le gazzelle uuh! Guarda il falco uuhh! Che sono gru, aironi? Uhh!! Le marmotte (siamo turisti, no?) e via così la jeep ballonzolante avanza nel paesaggio che comincia a mostrarci colline di roccia granitica, montagnole di sassi e sempre meno erbetta ed approda al nostro primo campo di gher della storia (ultra lusso: doccia calda che neanche nell’hotel nella capitale abbiamo avuto; ma la storia della stanza 206, di docce ghiacciate e di risciacqui con l’acqua calda del thermos è un altro capitolo). L’accoglienza (e sarà sempre così) è quella destinata ai grandi capi di stato: tutti corrono all’ingresso per darci il benvenuto.

Si riparte per la zona dei petroglifi: Sunny è così entusiasta ed orgogliosa di mostrarceli che non le si può proprio dire che il Sahara è pieno di pitture rupestri. Ballonzolando, ballonzolando arriviamo alla ‘spa’ mongola, un pozzetto coperto da una pietra e con un cucchiaio lì appeso per prelevare acqua curativa per gli occhi (15 gg all’anno per 5 anni e torni a vedere come un’aquila: varrà anche per la presbiopia galoppante?) e se se ne versa un po’ sul capo è un segno di rispetto nei confronti della natura: questa versione mi piace di più.
Il monastero del 13mo secolo distrutto nel ’36 durante le purghe staliniste era un mondo di pace e meditazione e tuttora lo è: salendo la collina si giunge alla sommità per godere di un panorama a perdita d’occhio, unica compagnia il vento. Ma non c’è tempo (perché sempre di corsa?!), non si può rimanere a godersi la pace del pomeriggio. All’uscita una pseudo guardia vorrebbe farci pagare più del dovuto. Cominciano le contrattazioni e nel bel mezzo il nostro autista prende la sua moto e va a farsi un giretto. Immagino qualcosa del genere in Italia con la stradale…
Per stasera il tramonto è quasi perso, non fa neanche freddo, si potrebbe rimanere qui sulle rocce fino a che non scompare l’ultimo lembo di luce, il vento porta il cinguettio degli uccelli che si stanno preparando per la notte, ma sta diventando troppo affollata ‘sta roccia, neanche stessimo alla stazione; sarebbe bello ora che è buio e silenzio, restare fuori a guardare il cielo stellato, allontanandosi dalle luci del campo, cercando di rintracciare qualcosa di conosciuto, una stella una costellazione, o di sorprendere una stella cadente (ma in Mongolia varrà lo stesso esprimere un desiderio?), ma c’è sempre la paura del freddo in agguato e poi domani la sveglia è alle 6.30… mamma mia, anche qui: meno male che almeno non è per l’ufficio, ma per il Nadaam…

10 LUGLIO 2008
La corriera traballante oggi ha come meta Mandalgovi per il Nadaam. Il paesaggio diventa sempre più arido, una savana senza acacie, fino a diventare una distesa di sassi e sassolini con pochi ciuffetti d’erba. In alcuni punti il paesaggio è quasi lunare, ciononostante continuiamo ad incontrare gher (quale sarà il plurale?) lungo tutto il percorso, alcune altamente tecnologiche votate al fotovoltaico o all’eolico (da far vergognare noi, i progrediti che nel paese del sole continuiamo a considerare i pannelli solari oggetti misteriosi), alcune con la parabola, tutte con la moto parcheggiata accanto: questo connubio modernità tradizione è davvero intrigante, come sarebbe interessante capire quale tipo di equilibrio hanno raggiunto e quanto tempo durerà.
Appaiono i primi cammelli, greggi infiniti di pecore e capre. A Mandalgovi arriviamo in tempo per le gare: siamo gli unici stranieri e questo fa sembrare la cosa autentica e adula l’orgoglio del viaggiatore non turista che alberga in ognuno di noi, nomadi delle vacanze. Ancora una volta colpisce il misto modernità/tradizione, i del indossati per il grande evento, i ragazzi in jeans e maglietta (ancora Nino D’Angelo!!). Gli adulti e gli anziani rispettano rigorosamente il vestito tradizionale, ma le signore si concedono qualche tocco frivolo, la borsetta elegante, scarpe Chanel, cappellini come ad Ascot. La tribuna d’onore è per gli anziani, è bello questo rispetto per chi porta addosso i segni della vita. Le ‘danze’ dei lottatori, le bandiere al vento, l’entusiasmo contenuto degli spettatori, nessun applauso, nessun grido esultante: non so cosa mi aspettassi, sicuramente confusione, invece è un’atmosfera festosa ma pacata a cui certo io non sono abituata. Ci aggiriamo per il mercatino improvvisato ed assaggiamo l’airakh: fatto anche questo. Sembra così stupido voler fare uno di tutto…
Ripartiamo per il camp che dovrebbe ospitarci per la notte, ma non sappiamo a cosa stiamo andando incontro. Il paesaggio è meraviglioso, finchè riusciamo a godercelo. Ci sono varie nuvole, batuffoli di ovatta appesi in cielo, quasi sembra che se ti alzassi in punta di piedi potresti toccarle, non riesci a darle una collocazione spaziale, sembrano lontane ed allo stesso tempo vicine perché oltre c’è il cielo infinito. Mi ricordano i quadri di Magritte, in realtà è esatto il contrario: riguardando quel quadro mi ricorderò questo cielo.
Stiamo correndo verso l’ignoto, ci siamo persi in un deserto che diventa ogni minuto più inospitale. Incontriamo ancora qualche animale, gli stazzi, ripari per l’inverno, qui e lì e perfino qualche gher (agli abitanti delle quali chiediamo info totalmente inutili). Spunta la considerazione: perché questa gente si ostina a vivere qui, cosa li trattiene? Mi torna in mente il solito pensiero di quando giro per luoghi dove c’è solo sudore e fatica e spesso fame. Anche stamani riflettevo su cosa questa gente poteva pensare di noi guardandoci. Come ci interpreta, chi lavora come un ciuccio tutti i giorni e conosce solo il Nadaam come festa, riesce a dare un significato alla parola vacanza, turismo? Che animali strani siamo per loro?
Continuiamo a correre verso il nulla e ad una nera tempesta, intorno a noi si scatena un uragano di pioggia vento e sabbia, fiumi improvvisi si formano e vengono a pararci la strada: che spettacolo, le forze della natura in piena azione, colori vividissimi, anche se è il grigio a dominare, vorremmo godercelo a pieno, ma non ci riusciamo completamente. La tensione cresce, non si sa la direzione, non si riesce ad andarcene da lì. Infine riusciamo ad arrivare ad un paesino conosciuto alla guida ed agli autisti, è già notte, abbiamo girovagato per quasi 9 ore, siamo stremati. Non siamo riusciti ad apprezzare tante cose, accortezze e gentilezze: la stanchezza e la mentalità occidentale ci obnubilavano il cervello. Tre ragazze del paese ci hanno accompagnato per mostrarci la strada fino ad un camp lì vicino. Abbiamo svegliato gli abitanti di una gher per chiedere info e non ci hanno maledetti. Alle 11 di sera ci hanno preparato una cena completa, sempre con un sorriso e mai con scortesia. Ma nove ore di ballonzolamenti e girovagare nel deserto senza sapere dove stessimo andando sono la nostra giustifica. Ora invece lo apprezziamo e siamo contenti di poterlo raccontare a chi vuole ascoltarlo. La nostra ricompensa è stato il cielo stellato e la Via Lattea.

11 LUGLIO 2008
Arrivare alla Valle delle Aquile è stata un’impresa: ci aspettavamo una giornata di tutto relax ed invece… anche oggi piste impossibili e la certezza di finire ribaltati in uno dei tanti calanchi lungo il nostro cammino prima di giungere alla meta.
Mentre eravamo intente a filosofeggiare sulle differenze culturali (oltre che linguistiche) che impedivano di capirci e di capire, il panorama scorreva stupendo a lato, in una giornata limpidissima e tersa.
In ogni caso parlare dei panorami oggi mi sembra superfluo. Vorrei solo ricordare l’incontro con una anziana donna, una vecchina piccola piccola, raggrinzita, incontaminata, racchiusa nel suo del azzurro con gli stivali tradizionali: le ho dato una manciata di caramelle e mi ha regalato un dolcissimo sorriso sdentato, un dolcissimo sguardo incassato fra migliaia di rughe ed una carezza sulla guancia. Bayarchlà (come si scriverà?) è l’unica parola che ho capito, considero tutto il resto la sua benedizione. Vorrei poter descrivere la sua espressione, ma non conosco le parole per definire la bontà e la dolcezza delle persone anziane che non sono incattivite passando attraverso i torti della vita e degli uomini, che con semplicità hanno saputo scegliere la saggezza e la misericordia e non l’astio.

12 LUGLIO 2008
Partenza alla volta delle dune del Gobi. Stamane i primi feriti fra mal di pancia, diarrea ed insolazione. E’ un caldo infernale, un’afa che asfissia , vento pressocchè nullo. In macchina saranno 3500 gradi, il motore sputa in faccia sbuffi di aria bollente, guardare fuori dai finestrini (che non si aprono!) non aiuta: un distesa di pietrisco, un deserto che ricorda altri ‘hamada’. Ci fermiamo per una sosta – boccheggio vicino ad un abbeveratoio dove stazionano un centinaio fra capre e pecore in cerca di acqua. Un secchio permette di prelevarla da un pozzo, un atto di carità far abbeverare queste povere bestie, povere pecorelle che indossano un cappottino di lana a 35°!
Arriviamo alle dune, il sole cuoce ancora chiunque non si trovi un riparo, chi ce la fa a salire fino a lassù? Invece, ovviamente, ce l’ho fatta ad arrivare fin lassù, a sedermi a cavalcioni della duna più alta, a godermi il panorama dall’alto, il mare di onde di sabbia che degrada a valle, il silenzio rotto solo dal sibilare del venticello: finalmente un po’ di pace sulla terra; corse e capriole nella sabbia per scendere giù, tanta sete e trovare ad accogliermi disgustosa acqua calda.
Anche al camp, apprezzo la calma ed il silenzio, silenzio che non conosciamo più, estraneo alla nostra quotidianeità. Si avvicina un leprottino, ignaro della mia presenza o, forse, è ancora molto fiducioso del mondo. Una calma serata estiva, il tramonto illumina e colora di rosso dune e montagne, una gradazione di colore che vira dal rosa corallo al brunastro violaceo… non è questa visione (questi tramonti li conosco, ho la fortuna di potermeli godere a casa mia), è la quiete, la pace interiore che rilassa i muscoli ed il mondo diventa lontano, non esiste, mi sembra di essere un’altra persona in un’altra dimensione, un’altra vita, cosa mi aspetta, sempre e comunque, al ritorno è un ricordo/pensiero lontano...

13 LUGLIO 2008
La corriera traballante continua a macinare km in questo deserto dove si alternano un po’ di vegetazione, un po’ di erbetta, qualche cespuglio… steppa, savana, deserto qualsiasi nome gli si voglia dare è l’infinito che circonda il nulla, sembra che non possa esistere altro al di fuori di questo, che non ci sia niente di diverso oltre l’orizzonte. Il panorama cambia leggermente ma solo per diventare una semplice distesa di pietrisco brulla.
Oggi manca il cestino per il pranzo, pare che il camp si sia dimenticato di prepararlo. Sunny decide di fare spesa (sorpresa: ma dove?) e cucinare per noi. Ci fermiamo ad una gher, nelle vicinanze c’è perfino un baretto con bancarelle di souvenir (sono stata capace di fare shopping anche nel deserto del Gobi), chiede di poter usare stufa e pentolame per poter cucinare per noi. Nel nostro paese, in campagna, da qualche parte, esisterà ancora una tale forma di ospitalità? Ricordo il diario di viaggio di un giornalista di Repubblica: qualche anno fa, d’estate con la vecchia 500, attraversò l’Italia seguendo la dorsale degli Appennini, percorrendo le vecchie statali fino a giungere alla famosa Nazionale delle Calabrie per arrivare alla punta dello stivale, sbuffando su e giù per valli e cime e passi e paesini accartocciati su spuntoni di rocce, senza aria condizionata, alla scoperta del paese che esiste dietro le vetrine della Tv e dei giornali. Forse è così che dovremmo viaggiare in Italia per riuscire a conoscerla davvero.
Alla gher c’è grande attività perché è stata appena uccisa una capra ed inizia la sua dissezione. La dissanguano, la scuoiano, sistemano le varie parti per preparare tutto per la conservazione, non si butta via niente. Il sangue è raccolto in una pentola, a cui hanno aggiunto qualcosa (cipolle? spezie?) e poi travasato tutto nelle budella. La nostra amica tedesca esclama ‘das Blutwurst’, ha ragione sono le nostre salsicce di sangue di maiale, il ns. sanguinaccio, ma chi li vede più e, soprattutto, chi li mangerebbe più, per di più credo che sia ancora vietata la produzione.
In poco tempo della capra è stato sistemato tutto, alla vista resta solo la pelle lasciata ad asciugare. Noi, curiosi, intorno a loro per seguire le operazioni, gli attori, abbastanza meravigliati del nostro interesse, avranno pensato: ma, a casa loro, non mangiano? La considerazione è che quasi nessuno di noi sa quello che mangia, ormai il cibo che ingurgitiamo è totalmente slegato dalla sua provenienza e dal sudore e dalla fatica necessari per farlo arrivare sulla nostra tavola, la fettina di carne non è legata al manzo da cui proviene, ma alla vaschetta di polistirolo da cui, evidentemente, si crea per gemmazione spontanea.
Non sono riuscita ad assistere alla recisione della giugulare né al dissanguamento dell’animale, anche se era già morto. Non sappiamo più cos’è la morte, in modo infido la nascondiamo o la spettacolarizziamo per esorcizzarla, ci illudiamo che morte e vita non siano le due facce della stessa medaglia, mentre convivono quotidianamente, una è parte dell’altra e qui, come in tutti i paesi ‘arretrati’, la loro familiarità con la morte ci ricorda che questa è la realtà delle cose. Come è diventato ipocrita il nostro approccio alla vita, come se una non facesse parte dell’altra.
Una bimba di 10 mesi è lasciata sola in un angolo, mentre il resto della famiglia lavora intorno alla capra; nonostante non abbia proprio nulla con cui giocare e distrarsi rimane lì, buona buona, guardandosi intorno. Quella che deve essere la nonna, la prende e la poggia in piedi (in piedi?!) sul predellino della moto (sulla moto?!). Già mi figuro un tonfo colossale, una catastrofe umanitaria, e senza lasciarmi un secondo per capire che sto facendo, non so, chiedere un permesso, la prendo in braccio, convinta che sia più sicura fra le mie braccia che non barcollante su di una moto: sarà poi vero?
Sunny nel frattempo sta cucinando, anzi, friggendo, panzerotti (ottimi!!) ripieni di patate. Il dovere dell’ospitalità contempla offrire qualcosa, in questo caso yogurth di capra da un secchio di plastica. La preoccupazione dell’igiene è sparita da quando ho messo piede sull’aereo, se dovrà essere diarrea che diarrea sia, ma certo non mi lascio scappare l’occasione, con lo zucchero diventa un delizioso dessert.
Ancora altro deserto infinito, prima di vedere spuntare delle collinette verdeggianti, punteggiate di rocce scure, ci accampiamo sulle rive del fiume Ongi, anche stavolta distrutti.
E’ il compleanno di una compagna di viaggio: si brinda con un liquore mongolo ricavato da un qualche frutto, ovviamente non si è capito quale, ma che è coltivato solo dai mongoli e dai cinesi. Come al solito, i terribili cinesi sono arrivati in un secondo tempo ed hanno rubato la primogenitura e la notorietà ai mongoli. All’annuncio di un brindisi con vino mongolo, siamo rabbrividiti, invece è buono, ricorda un vino liquoroso del tipo marsala, anche se non è vino.
La giornata si chiude con una passeggiata lungo il fiume ed un bel tramonto che colora le nuvole, le colline, il verde e tutto il panorama circostante regalando una confortante sensazione di pace.

14 LUGLIO 2008
Prima di riprendere il viaggio verso Kharakorum, visita alle rovine del monastero oltre il fiume. Ennesima spiegazione su Buddha e sul buddismo, il mandala, il destino, anzi la predestinazione, ancora una volta cerco di mettere insieme i tasselli per avere un quadro completo, ancora una volta la mia vis polemica trova una serie di contraddizioni.
Si torna a vedere un po’ di verde, le nuvole sospese a mezz’aria, come se fossero tenute con un filo dall’immensità del cielo, oppure sono solo dipinte su di uno sfondo celeste?
Il primo stop nella steppa mi regala una serie di punture di moscerini-dracula. Il braccio si sforma e continua a gonfiarsi a dismisura durante tutto il giorno: sarebbe da preoccuparsi se non fossi a conoscenza delle mie allergie; c’era da aspettarselo prima o poi con tutte queste bestie libere al pascolo.
Il panorama comincia lentamente a cambiare: sosta per il pranzo, ancora niente alberi ma almeno del verde. Nelle vicinanze delle gher, da cui partono alla nostra volta due bambine che improvvisano per noi uno spettacolino: ci viene riferito che è una classica canzoncina per bambini, normalmente accompagnata da una sorta di recita che prevede l’uso delle mani, ma le loro sono colme di caramelle penne e quaderni (nostri, ovviamente).
Raggiungiamo verdi colline, di nuovo freddo, ricompaiono vacche e qualche yak, nuvoloni neri si addensano, ma a Kharakorum ci attende un sole stupendo che illumina vallate verdissime, per un attimo ho la sensazione di essere al Kronplatz.
Prima di giungere a destinazione c’è la sosta al monastero di Shank, accompagnati da un monaco un po’ sonnolento (o ha raggiunto la vera pace interiore?). Riparte la discussione su buddismo, religioni, filosofia, cristiani. Persevero nella mia idea che le religioni sono sostanzialmente uguali nei concetti, applicati in modo diverso, e mi trovo a difendere il Cristianesimo o, meglio, il mio modo di intendere la religiosità e la spiritualità che è in ognuno, che si estrinseca in modi diversi secondo le diverse sensibilità. Viaggiare è sicuramente un modo di conoscere, scambiare opinioni diverse, chiarirsi le idee.
A conclusione della serata, il concerto di musica tradizionale mongola, gli strumenti tipici (il famoso violino con testa di cavallo), il canto ohmi e… , sorpresa!, ‘O sole mio, un momento di orgoglio e riscatto del popolo napoletano. E’ la seconda volta che in posti dimenticati dal mondo ho l’onere di cantarla date le mie origini, dovrò decidermi a studiarla approfonditamente. Ma chi l’avrà fatta arrivare fin qui? Elvis? Non mi sembra che i Beatles l’abbiano mai cantata.

15 LUGLIO 2008
Le tre ore di visita al monastero di Erdene Zuu passano fra altri tangka, altri lama, altre spiegazioni sul buddhismo: ulteriori spiegazioni, invece di chiarire, aggiungono ancora più confusione. Decido di rimanere con i miei dubbi e nella mia ignoranza, Sunny è una fervente credente e ritengo sia inutile continuare a chiedere precisazioni, ma fra di noi nel gruppo continuano le discussioni su cosa, perché e chi. I giri culturali continuano nel pomeriggio, su e giù per le colline intorno Karakorum. Arrancando sbuffando per raggiungere la tartaruga in pietra, si ferma il van: stop momentaneo, nessuna avventura, è solo finita la benzina.

Il clou della giornata è la visita alla famiglia nella loro gher oltre il fiume. Sunny ci ha insegnato le regole principali di comportamento, secondo la buona educazione mongola. Riusciremo a comportarci bene ed allo stesso tempo ad essere simpatici, spontanei? Come vivono questa visita chi ci ospita: sono imbarazzati, curiosi? Cosa si aspettano da noi e come ci inquadrano? In fin dei conti queste sono domande inutili ed oziose, quello che è importante è vivere semplicemente questa esperienza con l’emozione che riserva una cosa genuina, essendo attore e non spettatore.

Il patriarca della famiglia risulta subito simpatico e per nulla a disagio. I riti di ospitalità prevedono l’offerta dei loro prodotti: lo yogurth, una sorta di burrata (buonissima, da far rimpiangere il non avere con sé una fetta di pane ‘cafone’) ed il loro formaggio secco, tremendo: perché non hanno una tradizione di formaggi? Con questo latte sarebbero speciali!! Assistiamo alla mungitura della giumenta, si affastellano una serie di racconti sulla loro giornata di lavoro e sulle loro attività, mi chiedo quanto tempo ancora potrà durare questo stile di vita. Penso alla transumanza dei pastori delle mie parti, di come oggi sia cambiato tutto, giustamente, vivono meglio, ma anche di cosa abbiamo perso. Egoisticamente rimpiango gli zampognari che scendevano in città e che insieme alla signora delle caldarroste annunciavano che Natale non era lontano: sì, è molto egoista, ma non si può cercare una mediazione? Forse bisogna amare talmente tanto la propria terra e le proprie tradizioni per rinunciare alle comodità. Ed il vecchio patriarca, dopo una serie di nostre domande più o meno futili, ci pone la domanda più intelligente: ‘nel vostro paese c’è qualcuno che vive come noi?’ Cosa rispondergli? Come spiegarglielo, il nostro paese?

Il finale di giornata è contrassegnato dal guado del fiume con il pulmino, l’acqua quasi tracima dentro l’abitacolo, ma ce la facciamo ad attraversarlo e ad arrivare salvi sull’altra sponda, uno spicchio di avventura da raccontare anche oggi.

16 LUGLIO 2008
Giornata al rallentatore… Si vede qualche yak, continua la steppa, ‘goat/sheepboys’ a cavallo, a guardia dei greggi. Poi, un altro monastero in una valle che ricorda la spianata degli ulivi, e poi ancora steppa. Arriviamo per pranzo al nostro alloggio, alla vista dell’ottava insalata russa di fila mi butterei giù dalla sedia, e neanche il pensiero di bambini africani denutriti e della siccità in Etiopia riesce a farmi ingurgitare un solo pezzettino di cibo. Dov’è una semplice patata bollita? Mi lascio convincere a partecipare ad una passeggiata a cavallo nel pomeriggio che risulta deludente… andare al passo con un ragazzino che tiene le redini è una pena, non ha senso in questo paesaggio; nella steppa ha senso una galoppata, se il caratterino dei cavalli mongoli non consente di andare liberamente, allora meglio andare a spasso con i propri piedi. Anche se siamo nel regno di Chingiss Khan. In questo pomeriggio di relax e riposo riesce più facile lasciarsi andare ad ogni sorta di considerazioni e pensieri, fra tutti, l’incredibile pulizia dei bagni dappertutto e gli ineccepibili servizi di accoglienza ad ogni camp.


17 LUGLIO 2008
Un’altra tappa di avvicinamento ad Ulaan Baatar. Sunny non si sente bene. Cerco di interpretare i suoi pensieri, al di là di quello che prova per il dolore fisico. Sicuramente preoccupazioni sul futuro lavorativo, è l’inizio della stagione, non può permettersi di stare male, non esiste INPS, c’è solo l’incertezza del domani. Com’è difficile entrare in contatto con l’anima di una persona e trovare il modo di rassicurarla.
Stanno riparando la strada asfaltata che porta alla capitale, forse i lavori sono iniziati anni fa e forse non termineranno mai, a giudicare dal fatto che non si vede nessuno al lavoro. Motivo per cui ognuno si sente legittimato a crearsi la propria strada… tante piste zigzaganti nella steppa, tante ferite nel verde dei pascoli. Se non fanno in fretta rimarrà poco di verde e di pascolo. Non sfuggo alla deformazione professionale ed elenco le mie considerazioni pedoagronomiche: la struttura e la tessitura del terreno non sono delle migliori, il clima e gli eventi meteorici di tale intensità (vento, pioggia, neve, gelo, sole e caldo) producono fenomeni di erosione notevoli. Le nuove piste che continuamente vengono create scoprono sempre nuovo terreno, rovinando, distruggendo il manto erboso e se argilloso si formano da subito piccoli e grandi calanchi. L’erosione prosegue trionfante dove non trova più quel po’ di erbetta e ti accorgi che spesso sotto quell’erbetta c’è sabbia, solo sabbia e la stessa distesa di erba che in distanza sembra un tappeto uniforme, in realtà è formata da tanti ciuffetti sparsi di piante diverse, che nei millenni hanno rosicchiato il loro diritto a vivere ad ambienti inospitali, non si può chiedere loro di più, non è giusto continuare ad umiliarle stritolandole sotto gli pneumatici. Quello che l’esperienza millenaria dei nomadi, che saggiamente hanno preservato la loro terra spostando continuamente mandrie e greggi, antesignani dell’ecosostenibilità, è oggi spazzata via da incuranti nomadi motorizzati.
Giungiamo all’Hustai National Park insieme a due ciclisti franco-belgi, noi più o meno comodamente seduti, loro dopo un peregrinare di migliaia di km durato quasi due anni. C’è da riflettere su cosa significa muoversi per conoscere. In serata si parte alla ricerca dei cavlli takhi, i veri cavalli liberi e selvaggi: di libero nel mondo è rimasto ben poco, in effetti anche loro hanno un recinto, però almeno non se ne accorgono.
La buona notizia è che Sunny si sente molto meglio, la forza della determinazione, e a cena (questa sera abbiamo un tavolo da biliardo come desco) ha mostrato di nuovo il suo sorriso e la sua allegria.
Ultima sera a guardare il cielo davanti la nostra gher turistica, un cielo non tanto stellato. Ogni sera si rannuvola sempre un po’, ma è bello comunque. Nonostante gli schiamazzi di bambini e locali festeggianti chissà cosa, ogni tanto si riesce a godere il vero silenzio. La luna è quasi piena, da dietro le nuvole sparge una luce spettrale.

20 LUGLIO 2008

Rientrati alla base. Qui solito traffico, molta afa e cielo uggioso. Ho il quadernetto con le mie memorie... questa volta sono stata brava, tutte le sere ho scritto qualcosa scacciando pigrizia e stanchezza.
Le ultime notizie sono che i prezzi stanno aumentando alle stelle e che prevedono un agosto difficile perché in occasione delle olimpiadi la Cina chiuderà le frontiere e quindi nessun rifornimento di cibo. Sarà il solito sciacallaggio? Ora non resta che comprare i regalini a chi si aspetta sempre qualcosa da tanto lontano e poi... lunedì si torna in miniera.