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TULLIO REGGIO

A volte sembrava di stare sulla luna. La luce ci dava un orizzonte di visibilità perfettamente tondo di una cinquantina di metri: qualsiasi direzione era possibile ma nessuna migliore delle altre, ed era difficile capire come faceva il nostro autista ad orientarsi, poiché bastava fermarsi un attimo, e guardarci attorno per capire che avevamo perso completamente l’orientamento. Si trattava dell’ultimo tratto del tragitto tra Tsagaan Nuur e Moron, 150 km che dovevamo percorrere di sera perché il giorno dopo non avremmo fatto in tempo, e il professore Suhbaatar – che ci aveva guidato per pochi soldi a conoscere alcuni sciamani tra le zone del nord - doveva prendere l’aereo.

Un viaggio onirico verso la natura (quella dentro di noi, come direbbe Hillman) che in Mongolia è immediato, totale, diretto. Il resto del tempo, appena usciti dalle città, sembrava di stare nel paradiso che abbiamo perduto, nella terra dell’origine della nostra specie, la più intatta dall’inizio della civiltà (quasi che potessimo trovare vicino ad un meandro abbandonato da qualche fiume, l’albero delle mele di Adamo ed Eva, o perlomeno se ne avessi visto uno avrei sicuramente temuto di mangiarne il frutto): un paese dimenticato dalle grandi industrie perché povera di risorse, e protetta dalla cultura di chi ci vive, perché il rispetto per la natura è un rispetto per gli spiriti che la abitano.

Le parole, comunque sia, su un viaggio in Mongolia sono un po’ sprecate: si è trattato di un itinerario, che era interiore soprattutto (si lo so, l’interiorità ce la portiamo sempre appresso, e non c’è bisogno di contarla, anche perché è soggettiva, ma là si trattava semmai di doverla fuggire ogni tanto, e dissacrarla, perché il contatto era forte), in una terra più incontaminata di quanto possiamo pensare.

Io sono partito con un mio amico, Mario, entrambi con la motivazione di conoscere meglio lo sciamamesimo, non fosse altro per eliminare quella distanza incolmabile tra la gente del luogo e il ruolo di turista - ché si è turisti ogni volta che non abbiamo nessun motivo per stare in un posto, a parte vivere lì. Al soldo avevamo il già citato professore di etnologia, Suhbataar, (tra parentesi una specie di Mister Magoo, che andava in giro sciolto dentro le case di Darkhat e Tsaatan (a sinistra un accampamento) e non ci vedeva granchè - ma gli filava tutto liscio lo stesso, e pucciava la carne fritta dentro al tè!); è grazie a lui che abbiamo conosciuto un paio di sciamani veramente in gamba, tra cui una donna darkhat, Yura, a Ulaan Uul Sum, che ci ha ospitato, curato e cucinato, per due-tre giorni come se ci fossimo conosciuti da sempre. Assieme abbiamo attraversato le praterie del “Far East” verso i paesaggi più belli della Mongolia, e verso i modi più diretti che ho conosciuto di vivere nella natura, poi a cavallo fino agli tsaatan (foto a destra dall'interno di una tenda), culmine simbolico dell’itinerario, che, l’assenza di tutto – dalla verdura, ai bagni e ai gatti - rendeva un graduale percorso verso il nulla, ossia verso il grembo materno della nostra propria natura.

Tullio Reggio

Ps. L’unico neo, troppo tempo passato sulla “jeep” e, un consiglio per chi vuole andare in quei posti, forse, tanto vale prendere un aereo fino a Moron e poi continuare a cavallo.