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LUIGI E MIRIA VECCHIO

All'aeroporto di Ulaan Bataar vennero a prenderci l'interprete e l'autista. Io e mia moglie ci presentammo, ma, come spesso succede, dimenticai subito i loro nomi.
Al contrario mi rimaneva molto più facile ricordare i loro visi asiatici e le espressioni, anziché i loro impronunciabili appellativi. Rimanemmo nella capitale della Mongolia due giorni, giusto il tempo per visitare il Museo di Storia Naturale, che ospita veri scheletri di dinosauri, rinvenuti nel deserto dei Gobi. In quella stanza del museo, la mia compagna rimase più di due ore a memorizzare quelle strutture ossee di vertebre fossili alti molti metri da terra. Io continuavo la visita per il resto del Museo, osservavo con interesse molte varietà di uova fossili di dinosauro. Con la mente mi perdevo fra resti di meteoriti e la sezione di ornitologia. La sera del secondo giorno, dopo cena io e Miria ci siamo trovati a sedere sotto il monumento dell'eroe rosso in piazza Sukhbaatar. Da anonimo turista mi limitavo a fotografare le espressioni di quella moltitudine di facce asiatiche, che incrociavo nella piazza dedicata all'eroe che liberò i mongoli dai cinesi nel 1921. Incontravo molti ubriachi per la Peace Avenue, dove turisti e mongoli amano passeggiare. Alcuni ubriachi li trovavo simpatici, altri noiosi, qualcuno violento e depresso, ma come zombi tutti sembravano trovassero conforto nella vodka. Mi rendevo conto che la piaga dell'alcolismo in Mongolia, penso stava diventando un problema serio per la salute e il decoro del Paese. Mi tornavano alla mente quei bambini che vagavano per le strade della città. Tramite l'interprete parlai con alcuni di loro e mi sentii rispondere che preferivano vivere per la strada, anziché al riparo delle gher o yurte, per paura della violenza dei genitori.
- Sono i figli del postcomunismo. quei figli di pastori nomadi a cui alcuni anni fa il grande gelo decimò il bestiame, e così le famiglie rimaste senza alcun aiuto né sussidio sono state costrette a rifugiarsi in città, e rimanere coatti nell'insolita sedentarietà urbana, luogo a loro estraneo.
Questo era quanto mi raccontava l'interprete, mentre un simpatico signore mi faceva l'occhiolino, e con il taglio della mano si martellava leggermente la gola in mia direzione comunicandomi, in modo convenzionale mongolo, di andare a bere con lui, mentre continuavo a riprenderlo con la videocamera in compagnia di un giovane monaco buddista. I due simpatici signori si avvicinarono: lui come tanti altri era alticcio e aveva voglia di parlare con me. Non capivo quello che diceva, ma l'interprete mi traduceva quanto lui, quasi barcollante, mi voleva fare notare. Si presentava dicendomi di chiamarsi Dashbayar.
- La città non fa per me e nemmeno per mia moglie. Forse ai miei figli piace la confusione e la baldoria cittadina perché sono ventenni. Io ormai, più che quarantenne, cresciuto a rincorrere le mandrie di ovini e bovini, nel largo spazio del Gobi, ritrovarmi forzatamente a vivere in città, fra questi rumori, traffico, senza il contatto delle mia amate bestie trovo la vita inutile e priva di luce. Solo la vodka mi fa dimenticare la tristezza e il cupo che c'è dentro di me. Il grande gelo di tre anni fa mi ha decimato la numerosa mandria. Credimi, avrei voluto morire insieme alle mie bestie. Sono stati i miei figli a darmi la forza per rialzarmi dopo il crollo economico della mia famiglia. Ho venduto tutto, qui a U.B. non riesco a integrarmi. Il mio pensiero è sempre lì a rincorrere il gregge. Gli animali mi fanno compagnia ogni qualvolta chiudo gli occhi e l'immaginazione mi proietta nei pascoli sotto l'immenso azzurro del cielo e il silenzio della natura. C'è troppo rumore nella mia testa. I pensieri sono veloci come le gazzelle, le immagini saltano come grilli e le voci mi tormentano. Mi osservo. Non mi sento uomo, bensì mi somiglio e mi riconosco più a un orso dei Gobi. Di una sola cosa ho paura: della morte. Credimi, ho paura di morire e non ho il coraggio di farla finita, anzi, temo che qualcuno voglia farlo, ma questo non oso crederlo perché, non ho nemici, sono stato sempre buono. Solo la meditazione e la recitazione dei sutras mi da sollievo ogni qualvolta chiudo gli occhi, mentre i lamenti delle mie bestie morte mi disturbano la mente e i loro richiami mi portano al nomadismo.
Così raccontava Dashbayar alla mia interprete che simultaneamente mi traduceva, mentre ascoltavo con attenzione. Il giovane lama confortava il povero Dashbayar. Il monaco parlava dolce e pacato al triste e sobrio pastore mongolo. A volte a Dashbayar gli occhi si gonfiavano di pianto, ma quando si accorgeva che lo guardavo e cercavo di manifestargli coraggio il pecoraio si riprendeva e mi sorrideva.
- Devi accettare la nuova vita. Il futuro dei tuoi figli è in città. Loro ormai hanno trovato lavoro e impiego. Si stanno integrando nella sociètà urbana di U.B. A sentire i tuoi figli, non vogliono più tornare a rincorrere il gregge. Tu piuttosto caro zietto, devi seguire i tuoi figli e ascoltare i loro consigli, anche se ti può sembrare assurdo, ma la società mongola si sta trasformando. I tempi del socialismo sono ormai alle spalle, anche se in tanti vorrebbero il suo ritorno. I giovani si adattano meglio alle nuove forme democratiche.
Questo era quanto riferiva il giovane religioso che si dichiarava parente e lo accompagnava per le strade della capitale, perché Dashbayar aveva paura di camminare da solo.
- Sono ormai anni che mi ripeti il solito ritornello. Fammi il piacere. ormai te lo voglio proprio dire. e poi chiudiamo questo discorso. Caro nipote, a quanto pare tu. non fai altro che parlare con me e guardare le ragazze, e le vorresti possedere tutte, almeno a come le guardi. Trovo il tuo comportamento giusto perché hai l'età dei miei figli, tuoi cugini e sei in cerca di una compagna di vita. Credimi! T'invito a convincerti, come a te piacciono tanto le gonnelle, e non ti stancheresti mai di correrle dietro, a me piacciono tanto gli armenti. A me piace vivere con la mandria, sentire il suo odore, smontare la gher ogni qualvolta il bestiame si sposta. In quanto a questa civiltà, a questa democrazia, alle automobili e alle macchine, non ne sento affatto il bisogno. Solo la compagnia del mio cavallo mi dà l'orgoglio e la forza di appartenere al mio popolo e al mio Paese. Ditemi, spiegatemi cosa è un mongolo privo dei suoi grandi spazi liberi e sconfinati sotto il cielo, senza il suo cavallo, né cammello, privo della mandria e la yurta? Un mongolo che vive in città è sì moderno, ma non può ritenersi autentico figlio di Gengiskan.

Guardavo nel mio zainetto da viaggio, tiravo fuori una camicia nuova ed una maglietta di cotone e la regalavo al nomade trapiantato in città. Gli porgevo gli indumenti alla maniera mongola e lui con ambo le mani li accettava ringraziandomi, dicendomi che mi avrebbe ricordato perché ero stato l'unico ad averlo ascoltato. A suo dire i giovani mongoli stanno prendendo una brutta abitudine, quella di non prestare attenzione.
- I giovani vanno sempre di fretta e vogliono parlare sempre loro. Non mi stanco di dire ai miei figli in ogni momento: non fate come nei film e nei programmi televisivi occidentali dove tutti parlano e nessuno ascolta. Nella vita non potete essere persone interessanti se non date ascolto con interesse a quel tale che vi chiede di dargli una risposta, anche se non siete d'accordo. Questo è quanto chiede la mandria e lo comunica ai nomadi pastori della Mongolia.

Guardavo l'orizzonte infuocato. L'aria era calda e ventosa. Il sole era tramontato da poco e l'orologio indicava le 22,30. Salutavo quei simpatici signori incontrati da poco, così per caso. Tornammo in albergo. Quella notte non prendevo sonno, il fuso orario faceva la sua parte. Prendevo appunti di viaggio in una notte di luglio all' UB Hotel dove ero alloggiato. Al teatro dell'opera era in scena il Gengiskan. Avevo voglia di vederlo, ma il viaggio in Mongolia non si fermava nella capitale. Questo insolito paese con l'assenza di comode strade asfaltate, fa del viaggiare un vero e proprio modo alternativo di esplorare mandrie di pastori e campi tendati, fa dimenticare al sedentario turista le prigioni dei chiassosi condomini.

Luigi e Miria Vecchio