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ENRICO VOTTERO

IL RACCONTO

Il sillogismo mongolo

Eccomi di ritorno da quello che sembrava un viaggio un po' esotico ed è, invece, diventato un pezzo di vita da ricordare. Ho fatto qualche giro secondo i canoni del turismo di massa e ho passato un po' di giorni con una famiglia di pastori, scoprendo che i mongoli sono gente straordinaria. Sono cordiali, ospitali, affettuosi e sono guidati dal sillogismo mongolo: se uno può andare a cavallo, allora deve andare a cavallo. Spiegazione del sillogismo. Sono arrivato a inizio pomeriggio e, dopo i beveraggi di benvenuto (dio maledica il loro the con latte e sale, ma non diteglielo!), mi è stato chiesto se desiderassi fare un giro a cavallo. Ho spiegato che non ero mai salito a cavallo e che non mi pareva il caso di cominciare. Stupore e sguardi dubbiosi verso l'interprete, evidentemente sospettata di aver tradotto male. Sul momento la cosa è finita lì e siamo passati ad argomenti meno equestri. Durante la conversazione devo aver detto o fatto qualcosa (non saprò mai cosa) che è piaciuto, infatti si è riproposta la questione di fare una cavalcata. Ho confermato la mia inettitudine e ho spiegato che le mie vecchie articolazioni cigolano: sguardi dubbiosi, questa volta su me, e apparente accantonamento della questione.

La fortuna dei principianti

La sera sono stato sottoposto a un test diverso: mi è stato insegnato un gioco di carte mongolo e fra lo stupore generale (mio, prima di tutti) ho vinto. Il giorno seguente sono arrivate in visita due signore: una delle due - un marcantonio di signora esuberante nella chiacchiera, nelle dimensioni e negli anni - ha proposto di giocare a carte. La signora, vinto
il primo giro, ha proposto di giocare a soldi e il padrone di casa ha messo sul tavolo 100 tugrig. Tutti, me compreso, hanno dichiarato di voler giocare. Abbiamo giocato e in base a un sistema di conteggio a me ignoto ho vinto un fascio di banconote corrispondenti a 2/3 $, che ho dato ai bambini che affollavano la yurta. La cosa è piaciuta ai bambini e agli adulti, e si
è riproposto il problema equestre. Credo che il ragionamento - più o meno - sia stato che uno che fa una cosa tanto onorevole come mazzolarli a carte e tanto inaspettata come regalare la vincita ai bambini non può non andare a cavallo. E hanno deciso di insegnarmi.

Un quasi vero mongolo

Prima la padrona di casa mi ha fatto indossare il loro soprabito (mi sono dimenticato di chiedere come si chiama l'indumento) e mi ha guardato con evidente approvazione. L'esame estetico era superato: avevo l'aspetto di uno che può andare a cavallo (prima parte del sillogismo mongolo). Poi mi hanno preso... a tradimento: Bat, il padrone di casa, mi ha fatto spiegare che il giorno seguente avrebbe eseguito l'importante operazione del taglio della criniera. Se volevo assistere, dovevo indossare il loro soprabito e travestirmi da mongolo, cappello incluso. Obbediente, interessato e travestito ho assistito all'operazione, a conclusione della quale mi sono trovato circondato da donne, vecchi, bambini e vicini di casa. Bat (seconda parte del sillogismo mongolo) era vicino a me con un cavallo sellato e pronto a portare a spasso il più sinistrato dei cavalieri. Il cavaliere sinistrato non aveva più pretesti: "Meglio morire su un cavallo mongolo - mi sono detto - che sotto una macchina nel traffico di Milano". Bat mi ha aiutato a salire (aiutato a salire, ossia spinto, sollevato e, in conclusione, messo sul cavallo giusto lì dove c'è la sella), ha tenuto il cavallo per il morso e mi ha fatto fare una cavalcata di circa 20 metri, sufficienti comunque a farmi considerare un vero uomo e (quasi) un mongolo. Gridolini di donne e bambini, baci, abbracci, pacche sulla schiena da parte di Bat, foto ricordo e promessa reciproca che l'anno prossimo sarò di nuovo loro ospite. Questo per quanto riguarda la parte emotiva del viaggio. Da un punto di vista più pratico ho trovato un sacco di cose che, spero, mi riporteranno in Mongolia.

Le contraddizioni della capitale

UB è una città orrenda nella parte moderna e piena di problemi nella parte che guarda al capitalismo attraverso la porta della yurta. La vita pastorale - la campagna, nella terminologia delle guide - ha, a sua volta, un piede nel passato (ho visto scene quasi incredibili di integrazione familiare nell'ambiente) e un piede nel presente (dall'alimentazione elettrica con celle solari al ritorno dei vecchi dalla città alla campagna). I monaci, con tutto il rispetto dovuto alle religioni altrui, fanno esattamente come il papa di Roma, cioè dimostrano con i fatti che religione e affari sono un'accoppiata vincente. L'università di UB e la docente, dr. Tumen, non sono certo degli sprovveduti relegati nella periferia del mondo. Studiano i problemi proprii con spirito laico e i problemi altrui (per esempio, la mafia) con curiosità e interesse.