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GIORGIA ROCHAS

Il racconto

17 giorni in Mongolia sono troppo pochi! L’ultima settimana inizi a comprendere meglio lo svolgimento della vita e le abitudini dei mongoli… ed è ora di ripartire.

Ho viaggiato 14 giorni con il mio compagno, una guida mongola che parla bene lo spagnolo e un autista mongolo… che parla solo mongolo e russo.

La zona visitata è stata il sud e il sud ovest per tornare poi a Ulaan Baatar attraverso Karakorum.

Non voglio fare un resoconto dettagliato delle zone visitate da un punto di vista geografico (questo si trova nelle guide) ma piuttosto un sunto delle mie esperienze, di ciò che mi ha colpito, incuriosito, deluso…

Alcuni dettagli tecnici però servono per comprendere il tipo di viaggio affrontato.

Siamo passati da Mosca e, arrivati a U.B., ci aspettava la nostra guida.

I primi due giorni abbiamo fatto tragitti brevi per tornare a dormire al Chinggis Camp a 80 km da UB. Abbiamo visitato la zona del Terelj. Il vero viaggio è iniziato partendo verso il deserto del Gobi con un furgoncino (la spesa già fatta da loro, acqua esclusa che abbiamo comprato noi).

I primi due giorni abbiamo dormito in mezzo al “nulla”, in realtà al “tutto” dell’infinito cielo e dell’infinita terra. E’ una sensazione strana girarsi di 360 gradi e non avere punti di riferimento, è come essere in mezzo al mare. Personalmente preferisco la terra, perciò questo paesaggio mi dava serenità e non ansia. D’altro canto è pur vero che si scopre la tendenza a “cercare la vita”, così, appena vedevo degli essere viventi in lontananza, (cavalli nella maggior parte dei casi) la tendenza era subito quella di raggiungerli. Cavalli, caprette, cammelli… lucertole! Qualunque forma di vita diventa estremamente interessante e non ti fa sentire solo. In fondo in fondo… siamo esseri sociali!

I cieli sono indescrivibili. Per fortuna ora c’è la fotografia digitale perché in ogni momento il cielo cambia ed ogni volta è da immortalare.

Non essendoci barriere, si gode lo spettacolo del tramonto finché il sole non sparisce dietro la terra.

In questo paesaggio ci montavamo la tenda e dormivamo (freschino la notte, insostenibile stare nella tenda poco dopo che il sole sorge).

Durante il viaggio, capitava che l’autista si fermasse vicino a delle ger per chiedere informazioni sulla strada migliore da seguire; in quelle occasioni spesso venivamo invitati ad entrare anche noi e ci veniva offerto del te accompagnato con del pane (duro come un grissino). Peccato non capire una sola parola di quello che si dicevano!

L’ospitalità è sicuramente uno degli aspetti più positivi del viaggio; l’ultima settimana, che eravamo in zone un po’ più abitate, appena montavamo la tenda, spuntava qualcuno a cavallo o in moto, si sedeva lì con noi, si beveva la vodka e si giocava a scacchi… forse questa è una delle immagini più belle che ho quando penso a questo viaggio.

Anche senza capirci con le parole, si stava benissimo insieme.

Durante il viaggio, per fare benzina e per riempire la tanica d’acqua, ci fermavamo in alcuni villaggi assurdi. Certi paesi sono formati solo da piccole stradine di fango con casette di legno ai bordi, il benzinaio (la pompa a manovella è stata uno spettacolo!) e il pozzo per l’acqua.

Altri invece sono cittadine in cui ci fermavamo a fare un po’ di spesa e la doccia nei bagni pubblici (orrendi come edifici ma puliti).

Per la costruzione edile non sono proprio portati! Non so se utilizzino materiali scadenti o se il freddo invernale spacchi tutto, però è incredibile il livello di devastazione di case, strade, cortili… pezzi di cemento sparsi ovunque, edifici fatiscenti costruiti solo pochi anni prima. Ma poi basta allontanarsi di pochi km e si torna ad essere immersi nella natura, tra gli animali e le bellissime ger, e forse è proprio questa lo loro dimensione.

Le zone di Bajanzag, della foresta di “saxual”, del cimitero dei dinosauri sono molto suggestive, iniziano ad esserci alcune strutture per ospitare i turisti; a volte venivamo raggiunti da furgoncini pieni di gruppi di coreani che fotografavano tutto e tutti (anche il mio fidanzato!) e snaturavano un po’ l’ambiente! Egoisticamente, mi auguro che le strade e i mezzi di trasporto mongoli restino così spartani ancora a lungo perché, appena le strade di cemento permetteranno di raggiungere in poco tempo e agevolmente certe zone, sarà la fine della Mongolia per lo meno di questa Mongolia in cui, per fare 100 km ci metti un intero giorno. Però poi arrivi in un luogo dove sei circondato da animali liberi, da aquile che scendono in picchiata per venire a mangiare i resti del pesce che hai appena pescato al fiume.

La sensazione di svegliarsi in mezzo a paesaggi simili non è facile da descrivere, come non è facile provare ad immaginare che cosa dovevano essere le zone dei templi, di cui ora restano poche pietre sparse e altrettanti pochi oggetti conservati in improvvisati musei. Bisogna fare davvero un grande sforzo per immaginare la valle in cui scorre l’Ongi ricoperta di monasteri ormai perduti per sempre.

Alcuni italiani incontrati durante il viaggio mi hanno parlato di un monastero a nord, Amarbayasgalant, conservato, a detta loro, ancora meglio dell’Erdene Zoo.

Durante il Naadam ho rincontrato tutti i viaggiatori incrociati durante il percorso.

E’ stato bello scambiarci informazioni e commenti sulle esperienze appena vissute.

Molti hanno organizzato direttamente il viaggio a Ulaan Baatar, dividendo le spese del mezzo e dell’autista con altri viaggiatori conosciuti sul posto.

Sono ancora molti i luoghi che voglio visitare di questa immensa Mongolia… perciò tornerò!

Giorgia Rochas (agosto 2004)