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PAOLO PASQUALI

Ulaan Baatar, 7 settembre 2013

Non è stato facile: al primo chilometro, dopo essere saliti sulla vecchia e rigida UAZ, abituarsi alle traumatiche scosse, causate dal sobbalzare della Jeep. Ci coglievano impreparati e così partendo dal basso andavano ad esplodere nella testa. Nel percorrere quelle accidentate piste, la Jeep spesso oscillava paurosamente, mandandoci a sbattere contro le fiancate.  
Non è stato facile: accettare di pranzare in quella stanza, dove un fornello a gas e un tavolo da pranzo mal ridotto e sporco, la faceva definire "ristorante". Con la padrona-cuoca indaffarata a tagliare la carne, appoggiandola su una vecchia e sporca tavola di legno: ci stava preparando una zuppa di carne e pasta.
Non è stato facile: respirare, con l'aria satura di polvere. Polvere sollevata dalla UAZ e spinta dai forti venti sempre presenti nel deserto del Gobi. All'interno della Jeep l'odore era sempre il solito: la polvere ricopriva ogni centimetro quadrato della vettura, di tutte le cose e chi era al suo interno. Le morbide fibre dei pile, e di tutti gli altri tessuti erano imprigionate dalla coltre di polvere depositata su di esse.
Non è stato facile: capire, per due europei come noi, quale pista seguire. Al secondo giorno, attraversando lo sconfinato deserto del Gobi, in piena pianura e senza montagne all'orizzonte, abbiamo dubitato più volte sulla capacità di Ochro di scegliere la pista giusta, di fronte al continuo intreccio di queste tracce. Nelle nostre campagne ci sono le strade asfaltate, agli incroci i cartelli indicano la strada da scegliere per raggiungere la nostra meta. Siamo dei facilitati. Ochro guardava a destra e a sinistra, scrutava il sole, poi sceglieva. Questo suo comportamento ci faceva dubitare di lui e della sua  abilità a muoversi sul territorio .
Non è stato facile: la mattina, al momento di lavarsi, fare a meno della nostra doccia, dello scorrere continuo dell'acqua, aprendo il rubinetto. Qui, nel Gobi, tutto va misurato, tutto è prezioso. L'acqua è la vita, lo sanno bene i nomadi e presto anche noi. Qui l'acqua contenuta nei palmi delle mani deve essere sufficiente per lavarsi il viso, i denti e così via.
Non è stato facile: superare le difficoltà tecniche di quelle accidentate e disastrate piste, anche se eravamo dei passeggeri. A volte, con nostra incredulità vedevamo la traccia dirigersi in alto verso la cima di una piccola e aguzza collina, di lì a poco il cofano della Jeep puntava in su, dritto verso il cielo e l'incognito. Non potevamo sapere cosa ci aspettava, una volta raggiunta la cima e questo ci procurava una forte tensione. Percorrendo in senso trasversale le fiancate scoscese delle montagne, la jeep si inclinava tanto da farci ricordare le nostre origini marinare: quando, per fare barca pari, ci spostavamo da una parte all'altra. Ci siamo infilati in canyon stretti, con tracce punteggiate da rocce affilate e noi fortemente preoccupati, dubitavamo sulla resistenza degli pneumatici.
Non è stato facile: rispondere positivamente all'invito dei nomadi ad entrare nella loro gher e sedersi sul loro letto, quello disposto a ovest, come da tradizione. I nostri occhi vagavano, scrutavano tutto, facendo confronto con la nostra casa e il nostro standard di pulizia. E bere il tè salato con l'aggiunta del latte: il “suutei”.
Non è stato facile: abituarsi ai sapori del loro cibo e delle loro bevande, sono molto diversi dai nostri. La loro cucina è molto lontana dalla nostra, anche materialmente. La gher: di forma circolare con un diametro di circa 4-5 metri, ha una piccola porta d'ingresso (disposta rigorosamente a sud), due letti: uno a ovest per l'uomo uno a est per la donna, un piccolo mobiletto a nord con sopra una minuscola vetrina contenente le immagini del Buddha e del Dalai Lama. Al centro, la gher ospita una piccola ed efficientissima stufa, funzionante a legna o più comunemente con lo sterco di yak o cammello. Questa stufa è il centro di cottura di tutte le loro bevande e dei loro pasti. La pentola usata è una sola: grande, a forma di ciotola con un pesante coperchio. Essa per un terzo entra, attraverso un foro  richiudibile, nella parte alta della stufa, andando a contatto con il fuoco. Questa attrezzatura è sufficiente per cucinare. Naturalmente cose semplici e poco elaborate. La loro dieta è fatta di latte ed i suoi derivati, carne di montone e pasta. Pasta fatta dalla donna, con farina e acqua. La carne viene sempre mangiata lessa, a volte fredda, oppure, come prelibatezza, fatta a scaglie e immersa nel suutei bollente.
Non sarà facile dimenticare: quel sole che nelle ore centrali della giornata, scaldandoci, toglieva dal corpo quei brividi, conseguenti alle basse temperature della notte. Quel sole: obbligava gli occhi a socchiudersi per resistere alla sua forte intensità. I cieli blu, così limpidi, contrastavano con le steppe gialle delle pianure del Gobi. Quei cieli blu che facevano da sfondo alle montagne di mille colori e forme, alla cui base si estendono i campi colorati delle praterie, nelle ampie valli. Le distese a perdita d'occhio, avana, come il colore della polvere che le ricopre, senza nessun punto di riferimento tranne il sole, abbagliante, che ci scaldava e ci guidava. I milioni di topolini che fuggivano all'arrivo della jeep, quelli stessi topolini che per due notti sono venuti a farci visita nella gher. Quei topolini ci ricordavano di guardare in alto, nel cielo blu, sopra la nostra testa e scoprire una, due, dieci bellissime aquile che li stavano cacciando. Quei laghi più o meno grandi, la cui acqua ha il colore blu intenso del cielo che li sovrasta. Laghi nella steppa, gialla, dove pascolano milioni di animali. Laghi di acqua dolce: acqua indispensabile per tutti gli esseri viventi presenti nel Gobi. Laghi di acqua salata orlati di bianco. Il sole intenso del giorno fa evaporare l'acqua lungo le sponde, e il sale va a depositarsi sul terreno, aggiungendo un colore a quel paesaggio. I laghi di acqua salata, frequentati da molti uccelli acquatici, ci hanno permesso di osservare specie a noi sconosciute. Non sarà facile dimenticare: quella volta che la Jeep è salita su in alto, sopra un pianoro, abbastanza vasto e davanti a noi una macchia bianca si tagliò nel verde della vegetazione, è neve, ci siamo detti, no, era un piccolo lago di acqua salata prosciugato dal sole. Quelle giornate passate al grande lago bianco, il paesaggio lunare intorno al vulcano, il freddo pungente, la nevicata del tardo pomeriggio e il manto bianco su tutto il territorio, la mattina successiva. E' stato un regalo della natura. Lo spettacolo era magnifico: il bianco della neve si stagliava sul nero pece della lava, dalla quale spuntavano rigogliosi e colorati larici, messi lì, radi, sul fianco del vulcano, dalla sapiente mano della natura. Dando un tocco di colore arancione al nero cobalto della lava.
Non sarà facile dimenticare tutto questo!!!
Non sarà facile dimenticare: i limpidi cieli notturni, le sue costellazione, la romantica via lattea. I monasteri con i suoi templi. La loro grande spiritualità. Le preghiere recitate in coro dai monaci, durante le funzioni religiose.                                 

Ora la Uaz non è più rigida. Quei ristorantini sono una giornaliera attesa e piacevole sosta. La polvere sui nostri vestiti non è più un problema, è stata una compagna di viaggio. Le accidentate piste, ed i passaggi estremi? Producevano solamente una piacevole dose di adrenalina. Ochro: quanto abbiamo sbagliato a dubitare di lui!! Della sua conoscenza del territorio!! Ha sempre raggiunto la meta serale con estrema precisione. Il nostro palato? Si era abituato ai sapori del cibo, tanto da spingersi sempre più avanti ad assaggiare e apprezzare i prodotti dei nomadi.
Ora, mentre scrivo queste righe, siamo sull'asfalto, come dice Ochro.
La vacanza è finita. La Uaz non è a suo agio… dà il meglio di sé sulle piste accidentate. Una mucca e un cavallo hanno perso la vita attraversando questo sconosciuto nastro scuro. E' stata una jeep giapponese dice Ochro. "Li ha uccisi" questa notte, chissà? Le jeep giapponesi viaggiano ad alta velocità, chi le giuda ha fretta, ha perso il ritmo lento del Gobi.
Ah… com'è bello abbassare la testa, fare attenzione a non sbattere la scarpa sulla soglia della piccola porta, ed entrare in una gher, sedersi sul letto, quello a ovest, accettare con piacere una tazza di suutei con i dolcetti allo yogurt, e guardare gli occhi sorridenti del nostro ospite.
 
Paolo Pasquali