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ROBERTO LANDOLINA

IN BICICLETTA IN QUELLE TERRE MAGICHE E SILENZIOSE

È il 30 agosto 2016 quando, dopo mesi di preparativi a studiare il percorso e tutto l’occorrente necessario, io e la mia bicicletta atterriamo nella capitale mongola di Ulan Bator. Come già per altri viaggi di questo genere l’inizio non è il momento in cui parto verso la meta prefissata, ma quello in cui cresce in me il desiderio, il sogno di visitare quei luoghi. E così sono tante le notti passate a studiare il percorso migliore e più appagante, le liste spulciate di continuo per cercare di non rendere il bagaglio un fardello insostenibile, il vestiario più adatto a sopportare giornate roventi e notti gelide, il cibo liofilizzato che ahimé farà schifo ma rimane indispensabile a reintegrare l’enorme quantità di calorie bruciate, la logistica dell’acqua, e perché no, un po' di chilometri nelle gambe prima della partenza che aiutano sempre. Per cui scelta la rotta uscirà fuori che dovrò pedalare per settecentocinquanta chilometri di cui duecentocinquanta di strade asfaltate e cinquecento di piste sterrate. Beh tutto sommato niente di così estremo. Anche perché, non avendo mai viaggiato al di fuori dell’Europa, in un Paese che a farla breve è un enorme deserto, non era tra i miei progetti quello di segnare un record o fare del mio viaggio una prestazione sportiva o peggio esagerare nella scelta del chilometraggio e non riuscire a portare a termine il giro, con conseguenze che con voglio immaginare.
Sarebbe stato un “normale” viaggio in bicicletta, in solitaria come ne ho già fatti altri. Con mio grande piacere, perché alla fine chi intraprende certe esperienze gode di determinate situazioni che vanno al di fuori della nostra comfort zone a cui siamo abituati, questa mia piccola avventura non ha avuto nulla di normale. Non voglio avere la pretesa di parlare di questo Paese come se ci vivessi da sempre, per cui mi limiterò a raccontare quello che mi ha trasmesso e le sensazioni che ho provato.
La Mongolia è anche il caos impazzito della Capitale, ma appena si esce da quel groviglio di strade e grattacieli l’immenso cielo azzurro si fa spazio e fa da sfondo ad enormi vallate verdi, punteggiate solo ogni tanto dalle gher dei pastori nomadi, i quali un po' intimiditi e un po' incuriositi, da un ragazzo che da solo se ne va in bici per la steppa, mi hanno sempre dato ospitalità con naturalezza e spontaneità. Nel mio viaggio ho potuto apprezzare giorno per giorno, con lentezza i luoghi che attraversavo. Luoghi talmente grandi da perdersi all’orizzonte, da mettere soggezione e un po' di timore. Anche perché ben consapevole del fatto che in caso di bisogno nessuno sarebbe stato in grado di venirmi a recuperare. Per cui il mio grado di attenzione in questi tredici giorni di pedalate, nel cercare di evitare rotture alla bicicletta e nell’evitare di ammalarmi, è sempre stato molto alto. Tra l’alimentazione a base di latticini, l’acqua pescata dai fiumi (filtrata ovviamente) e la differenza di temperatura tra giorno e notte (+35°C di giorno -6°C di notte) non era così improbabile che potessi ammalarmi. Ed infatti così è stato. Per fortuna un po' di esperienza e la classica tachipirina, nel giro di una notte hanno fatto il loro lavoro e tutto si è sistemato.
Di fronte ad una natura tanto straripante comprendi la piccolezza dell’essere umano e ti rendi conto di quanto straordinario sia stato questo Popolo nell’adattarsi perfettamente a condizioni così estreme (anche -50°C d’inverno). Il silenzio che si ode tra queste valli è qualcosa che non vorresti interrompere neanche col tuo respiro, un incantesimo che ti rapisce. Vivi in perfetta simbiosi con la natura, circondato dell’essenziale. Ascolti i versi degli animali, il soffiare del vento e la pioggia che cade. E quando accade, ne so qualcosa, le piste si allagano creando veri e propri ruscelli, fango dove affondi fino alle ginocchia, pozze che sembrano laghi, fiumi che si gonfiano. E tu con la tua bicicletta stracarica non puoi far altro che mettere le ciabatte e spingere, spingere e ancora spingere, pregando che presto la strada torni pedalabile. In alternativa troverai strade sabbiose o peggio tanto sabbiose dove, anche se sei in piano, se ti va bene potrai pedalare a 5 km/h di media o se no spingere. In definitiva non posso certo dire di essermi annoiato in quei giorni fatti di fatiche e sconforto per le difficoltà nel pedalare su quelle strade. Il timore delle notti passate solo in tenda, circondato dal nulla e la paura che qualche oscura presenza potesse disturbare il mio riposo. Sempre però sotto una volta stellata che non ha eguali, un’emozione indescrivibile e che non si cancellerà mai dai miei ricordi. Albe e tramonti infuocati. La luna piena che riflette la sua luce argentea sulle acque calme e scintillanti del terkhiin tsagaan nuur. Il mugghiare degli yak che quasi mi entrano in tenda nelle prime ore del mattino a volermi dare il buongiorno o meglio attratti dal profumo della colazione a base di pasta e carne liofilizzata. I tantissimi fiumi da guadare (un vero incubo!) col ripetersi dei soliti gesti: togli le scarpe e costeggia il fiume alla ricerca di un punto non troppo profondo e una corrente che non si porti via te e la bicicletta con tanto di bagagli. Le grida e i sorrisi dei bimbi che abitano le gher. Con la pelle cotta dal sole, i capelli lunghi e scompigliati, il nasino che cola di chi vive sempre all’aperto, e quell’ingenuità e spensieratezza tipica di ogni bambino ma che qui pare ancora più accentuata. La preghiera dei monaci buddisti. Rapaci di ogni genere che ti accompagnano lungo il percorso come fedeli gregari di una corsa ciclistica. L’enorme bocca del vulcano Khorgo dalla cui sommità sembra di essere atterrati su Marte. Una vista che spazia su una vallata completamente ricoperta da uno spesso strato di lava dalla quale spuntano abeti dalle sgargianti sfumature gialle, verdi e rosse. Cani enormi e mezzi selvatici che al mio passaggio corrono dietro al mio mezzo e non mi mollano fintanto che non esco dal loro territorio, che nel caso specifico può anche essere di qualche chilometro. Allora mantieni la calma, cerchi di non guardarli negli occhi, respiri profondo e prosegui.
È stata un’esperienza che mi ha dato tanto, forse più di ciò che mi aspettassi. Un concentrato di emozioni, difficoltà sia a livello fisico ma anche comunicativo, logistico. Un’esperienza completa sotto tantissimi punti di vista che ha arricchito il mio bagaglio personale. Ventotto giorni non sono ovviamente sufficienti a comprendere tutti gli aspetti e le sfumature di questo enorme Paese, sono giusto un’infarinatura. Vissuto però in questa maniera, come ogni volta, amplifica le emozioni al quadrato, anzi no al cubo.
Hai quasi la sensazione di conoscere quei luoghi da sempre, ti senti anche tu un po' un nomade che con lentezza attraversa quelle magiche terre sconfinate e silenziose. Vorrei ringraziare l’azienda di abbigliamento tecnico “Galaxi Campobase” di Gattinara che mi ha fornito tutto l’abbigliamento necessario per questo viaggio e la redazione di “Gattinara-online” che nel sito www.gattinara-online.com ha pubblicato e curato giorno per giorno il mio diario di viaggio.