ULAANBAATAR WEATHER

Ömnögobi, tra le dune che cantano

È più grande della Grecia e ha una popolazione pari a quella di San Marino. L’Ömnögobi (Gobi del sud) è l’aimag con la superficie più ampia e la densità più bassa della Mongolia (0,28 abitanti per chilometro quadrato), e il motivo c’è: siamo nel cuore del deserto del Gobi, dove non piove quasi mai (130 millimetri all’anno) e le temperature sono estreme, possono occasionalmente superare i 40 sottozero d’inverno e oscillare fra i 20 e i 40 sopra lo zero d’estate. Eppure questo territorio arido è tutto fuorché un deserto, nell’accezione letterale. Carovane di nomadi gentili, annunciati dai cammelli battriani (bianchi, rossi e marroni), villaggi che sembrano usciti da raffinate scenografie hollywoodiane, aquile maestose che danzano nel cielo cobalto. Anche qui le capre contribuiscono generosamente alla produzione del cashmere mongolo, il migliore del mondo. L’Ömnögobi offre poi l’emozione pura della preistoria: si rischia di inciampare nelle ossa dei dinosauri, ci si può immergere nelle dune di sabbia antica, si rimane a bocca aperta davanti alle formazioni più spettacolari che la natura può regalare. Tutta questa abbondanza attira nell’Ömnögobi oltre cinquemila turisti a stagione, nonostante le piste spesso impervie. Il capoluogo Dalanzadgad, circa 13.000 abitanti, si trova a circa seicento chilometri da Ulaanbaatar: per risparmiare un paio di giorni di viaggio in fuoristrada, si può volare con aerei delle affidabili compagnie mongole dalla capitale in meno di due ore (martedì, volo diretto) o un paio d’ore (al venerdì, via Mandalgobi). (foto 1, di Federico Pistone)
L’aeroporto consiste in una minuscola striscia d’atterraggio e poco altro. Si può anche optare per il pullman: tempo di percorrenza un giorno, 24 ore giuste, almeno nella tabella di marcia “puntualmente” disattesa. Il percorso, indicato come un’autostrada sulle mappe della Mongolia, si rivela lento e insidioso. Un buon autista riuscirà anche a tenere una media di 50 chilometri all’ora senza farvi patire troppo il tragitto, il driver meno affidabile ci metterà il doppio con conseguenze anche per il vostro stomaco e la vostra schiena. Dalanzadgad, il capoluogo più meridionale della Mongolia, è un anonimo paese con palazzi sovietici circondati dalle gher dei nomadi.
Ha un museo, il South Gobi, che curiosamente non conserva nessuna reliquia del deserto, salvo alcune ossa e uova, ma solo dei dipinti sacri e poco altro. È un punto di partenza ottimo per le escursioni: ha piccole pensioni, negozi di alimentari e altri accessori, guanz (le trattorie mongole), farmacie e una banca. Da qui si possono organizzare tour nel deserto, ma in alta stagione estiva è difficile trovare disponibilità ed è quindi meglio predisporre la spedizione con anticipo, anche dalla capitale. All’estremo sud dell’aimag, proprio sullo spigolo del confine con la Cina, si trovano alcune delle più ricche, e sfruttate, miniere d’oro del paese. Per quanto siano una risorsa economica sono inevitabilmente anche un rischio ambientale e la verità è che le miniere d’oro si esauriscono mentre la natura e il turismo sarebbero miniere d’oro che non si esauriscono mai: è quanto asserisce il presidente dell’Associazione Regionale del Turismo di Ömnögobi.

Parco Nazionale Gurvansaikhan
Larga quasi come la distanza fra Milano e Roma per un’ottantina di chilometri, questa catena montuosa d’epoca paleozoica rappresenta uno dei parchi nazionali più suggestivi e visitati della Mongolia. Il sontuoso battesimo, Gurvansaikhan, (“le tre meraviglie”) si riferisce alle creste Baruun, Dund e Züünsaikhan, che superano i 2.800 metri di quota. Il parco, che sconfina nel Gobi-Altai, è una vera e propria oasi che offre rifugio a cinquemila nomadi ma anche a 250 specie di uccelli stanziali (fringuelli, avvoltoi, usignoli, fagiani) e una cinquantina di specie di mammiferi, tra cui l’argali, l’ibex siberiano, la volpe, la lince, il cammello selvatico e la gazzella dalla coda nera. Ma è anche l’ultimo nascondiglio per il leopardo delle nevi e per l’orso del Gobi, meravigliosi animali in bilico tra sopravvivenza ed estinzione. Le strutture, tra strade e campeggi, sono discrete, e molte sono le attrazioni, dai fossili di dinosauro alle dune di sabbia, alla valle chiusa in una morsa di ghiaccio per la maggior parte dell’anno. Due però sono davvero le mete obbligatorie nel parco nazionale: Khongoryn els e Yolyn am.

Valle Yolyn am
Una cinquantina di km a ovest di Dalanzadgad, fra i monti del Gobi Gurvansaikhan, si apre la valle delle Aquile che, a voler seguire una traduzione pignola e precisa, si dovrebbe chiamare Valle stretta dei Gipeti. L’abitante che dà il nome a queste montagne è infatti il gypaetus barbutus, un elegante rapace con la testa e il petto bianchi, una capricciosa barbetta e caratteri fra l’aquila e l’avvoltoio. Molte le specie di uccelli, alcune delle quali protette ma non per questo al sicuro dai bracconieri, soprattutto il Gallo delle nevi (tetraogallus altaicus), ricercato per le sue carni pregiate. Yolyn am è un angusto canyon (attenzione, si scivola facilmente!) attraversato da un torrente che era sempre gelato anche d’estate a causa delle rocce a strapiombo che raggiungono i 200 metri di altezza e ostacolano la luce del sole; negli ultimi anni, per effetto del riscaldamento globale, ha iniziato a sciogliersi nei periodi più caldi. Durante i periodi di pioggia si formano quattro cascate molto spettacolari. Nelle stagioni fredde il ghiaccio crea immani sculture. (foto 2, di Federico Pistone))

Dune Khongoryn els
Montagne di sabbia ocra che il vento accarezza creando scenari sempre inediti e fiabeschi. Le chiamano anche “le dune che cantano” perché le folate del deserto che si infrangono sulle falesie inventano suoni a volte dolci a volte inquietanti, che hanno forse ispirato gli antichi canti di gola dei nomadi del deserto (khöömii). I nomadi accompagnano le greggi ai bordi delle dune in una zona stepposa dove sorgenti sotterranee convergono nel minuscolo fiume Khongor, un nastro colorato di 10 km che incornicia le dune per gettarsi, dopo essersi diviso, nel piccolo Adag nuur (lago Termine). Le Khongoryn els, 200 chilometri a ovest di Dalanzadgad, occupano un’area di circa 150 chilometri di lunghezza per una decina di chilometri di ampiezza media. Sulle adiacenti montagne Sevrei sono stati recentemente scoperti dei graffiti la cui datazione è ancora incerta. Le dune hanno cominciato a divenire una meta prediletta dei viaggiatori negli anni ’90 quando si sono organizzati dei tour a tappe con il cammello, decollando poi con il documentario di Benoît Ségur Devenir un homme en Sibérie del 2004. (foto 3, di Fernando Tam)

Rocce di Bayanzag
Quando il sole arancione del Gobi si appoggia all’orizzonte, le rocce di Bayanzag si accendono creando la suggestione di un rogo immane. Per questo le hanno ribattezzate “le rupi fiammeggianti” anche se per i mongoli si chiamano semplicemente Bayanzag oppure Ulaan Ereg (dirupo rosso). Queste formazioni di dura terra argillosa si estendono in un’area di 8 per 5 km, irregolarmente, con fantasiose architetture dai 20 ai 50 m di altezza, un centinaio di km a nord-est di Dalanzadgad. Proprio in questa zona sono stati rinvenuti i resti paleontologici più interessanti: negli anni Venti la spedizione statunitense guidata da Roy Chapman Andrews scoprì veri e propri forzieri di fossili, ossa e uova di dinosauri, che hanno poi popolato i musei di tutto il mondo, compreso (fortunatamente) quello di Ulaanbaatar.
È anche merito dell’esploratore e avventuriero americano se il deserto del Gobi, prima conosciuto come un’anonima parte dei deserti dell’Asia Centrale, abbia acquistato un nome autonomo e più appropriato. Nelle vicinanze di Bayanzag, una trentina di chilometri a nord di Bulgan, in un luogo dove nei tempi dei tempi ondeggiava il mare, si estende la valle di Tögröghiin shiree. È infatti piattissima, come se le correnti l’avessero stirata pazientemente anno dopo anno. Una volta prosciugate le acque, la zona è piaciuta assai ai dinosauri, che l’hanno entusiasticamente popolata. Ecco perché proprio qui sono stati rinvenuti tanti resti dei colossali rettili, tra cui, davvero impressionante, due scheletri di sauri in lotta tra loro (l’incontro, per la cronaca, era fra un velociraptor e un protoceratops). In quest’area è stato girato nel 2003 il film La storia del cammello che piange a cui Bayanzag deve gran parte della sua fama. Bulgan, capoluogo del sum, è invece celebre per la “festa dei 10.000 cammelli” che si tiene ogni anno a marzo, organizzata dall’Associazione Regionale del Turismo di Ömnögobi. (foto 4, di Federico Pistone)

I tre Monasteri di Galba (Galbyn gurvan khiid)
Situato all’estremità orientale dell’Ömnögobi, il Galba è il più cantato e famoso fra i 33 deserti della Mongolia, per la sua vastità, i suoi cammelli e i suoi colori. Tale bellezza è ormai in parte deturpata a causa dello sfruttamento delle miniere d’oro a cui è seguita un’edilizia improvvisata e un progetto ferroviario. Rimane comunque un’area ritenuta sacra dai mongoli, considerata il centro dell’energia del mondo e importante luogo di pellegrinaggio; per tale motivo va menzionato, nonostante la difficoltà pratica di inserirlo fra le tappe di un viaggio in Mongolia. In questi luoghi Danzaravjaa, il nobile santo del Gobi, decise di costruire tre monasteri a una distanza di 5-6 km, uno nei pressi di una roccia fallica, il Demchighiin khiid (sulle cui fondamenta ora sorge uno stupa), l’Ereet e lo Tsagaan Tolgoit. Ci troviamo nel sum di Khanbogd che è anche il nome di una montagna ed è passando fra la montagna e il Demchighiin khiid che ci si arricchirebbe di energia. La visita al monastero invece assicurerebbe vigore maschile agli uomini e fertilità alle donne, come simbolicamente confermano la roccia fallica e il grande stupa circondato da otto piccoli stupa, simboli del fiore di loto, associato alla fertilità.

Monte Nemegt
Altro luogo di ritrovamento di fossili, si trova 400 chilometri a ovest da Dalanzadgad. Le rocce rosso fiammante del Nemegt sono affascinanti come quelle di Bayanzag.

Khermen tsav
All’estremità nord-ovest dell’aimag, 450 km da Dalanzadgad, si trova uno dei luoghi più sperduti e spettacolari del Gobi, solo recentemente inserito in qualche coraggioso itinerario di viaggio. Le formazioni rocciose e lo scenario sono meravigliosi: ricordano vagamente i paesaggi del Colorado ma in un contesto ancora più suggestivo.
Affascinante la sfinge di Khermen tsav, una formazione rocciosa che potrebbe richiamare alla mente le costruzioni egizie ma i mongoli la chiamano, con fantasia autoctona, “la testa del guardiano” (kharuulyn tolgoi). Questi luoghi, a cavallo fra Bayankhongor e Ömnögobi, hanno dato alla luce ritrovamenti fossili straordinari e ancora oggi sono teatro di spedizioni archeologiche internazionali. Difficile da raggiungere, privo di acqua e disabitato per un raggio di 60-70 km, questo luogo ha comunque un fascino arcano, forse perché anticamente era ricoperto dall’oceano.
Unica eccezione di questo paesaggio lunare è un’oasi situata al suo interno che ospita pioppi, zag e olmi siberiani. Khermen tsav può essere approssimativamente tradotto in “breccia nella fortezza” probabilmente perché, viste da lontano, le sue rocce di fango sembrano le rovine di un’antica città dai mattoni rossi. Salici, arbusti e lucertole si godono il paesaggio. Avventuratevi fin lì solo con un autista più che esperto, basta un vento impetuoso per cancellare le piste e perdersi è facilissimo.

Testo di Federico Pistone e Dulamdorj Tserendulam